Jobsact: mi par di capire queste cose (corriggetemi, se sbaglio)

little-girl-serious-headacheRicapitolando.
Mi pare di capire che il Jobsact non tocchi l’articolo 18 per chi già gode della sua tutela.
Mi pare di capire che si tratti di una riforma che – per ora a parole – vuole introdurre un contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti, in sostituzione dei contratti precari (“alla fine del percorso devono rimanere in piedi 2, al massimo 3 tipologie di contratto”, virgolettato di Renzi su Repubblica di ieri).
Mi pare di capire che il contratto a tutele crescenti, per quello che si sa finora, comprenderà da subito le garanzie del tempo indeterminato (malattia, maternità), anche se non comprenderà il reintegro obbligatorio nel caso di licenziamento senza giusta causa, reintegro obbligatorio che negli altri paesi d’Europa già non è previsto.
Mi pare di capire che il Jobsact voglia assicurare un indennizzo in caso di licenziamento a una generazione per cui la parola “licenziamento” all’atto pratico non ha mai avuto senso, abituata com’è a saltellare da un contratto a tempo determinato a uno co.co.co o a uno da falsa partita Iva.
Mi par di capire che i sindacati e la minoranza Pd sentano l’urgenza di gridare allo scandalo davanti a una riforma che non promette il posto a tempo indeterminato ai neoassunti, ma comunque assicura dei diritti negati dalla maggior parte delle forme contrattuali precarie vigenti e abusatissime.
Mi par di capire che molti di quelli che oggi alzano i muri contro il Jobsact qualche anno fa non disdegnassero per niente i suoi princìpi.

Se sbaglio, mi corriggerete.

La Società di Mutuo Soccorso dei giornalisti cinesi

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L’idea è antica e semplice. Se un giornalista rimane ferito sul campo oppure si ammala gravemente, i suoi colleghi per sostenerlo gli doneranno mensilmente dai 10 ai 100 yuan. Una volta ristabilitosi, il professionista dovrà a sua volta adoperarsi personalmente per il funzionamento dell’associazione di auto mutuo aiuto. Un meccanismo così semplice che non sembrava realizzabile nemmeno al suo ideatore, il fotoreporter Fu Ding. Prima di postare la proposta sulla sua bacheca di Weibo (il Twitter cinese), non avrebbe scommesso un soldo sul consenso di qualche collega. E invece si è dovuto ricredere. In poche ore le adesioni si sono moltiplicate e dopo soltanto una settimana i giornalisti che hanno risposto all’appello erano già 350. Dalla rete è emersa ancora una volta una delicata tematica: la difesa professionale dei lavoratori cinesi del mondo dell’informazione, a tutt’oggi privi di un vero organo di tutela, se si esclude la governativa All-China Journalists Association, per molti un puro dipartimento con compiti di propaganda. Sempre più spesso, in Cina, il lavoro dei giornalisti è duramente ostacolato e si moltiplicano gli episodi di violenza che vedono coinvolti i reporter più audaci e coraggiosi. A detta di alcuni fotografi, il momento del primo pestaggio è diventato una tappa obbligata della carriera, una sorta di battesimo professionale.

Gli operatori dei media che non hanno ancora subito pressioni o violenze, in realtà, sono stati più semplicemente corrotti, alimentando la sfiducia della gente sull’operato di giornali e telegiornali. Fece scandalo, qualche anno fa, la foto che immortalava gli inviati speciali sul luogo di un disastro in una miniera in fila davanti al padrone dell’impianto per ricevere la classica mazzetta e mettere a tacere le polemiche sulla sicurezza degli operai.

Giornalisti come Fu Ding sono disposti a giurare sull’onestà di gran parte della categoria, che però deve fare i conti con la grama realtà di una professione estremamente usurante. Orari pazzeschi, corse ad ostacoli, nessuna tutela legale, lavori minuziosi non pubblicati perché scomodi, infinite pressioni affinché le notizie siano sempre e soltanto buone notizie.

Fu Ding ammette di essere mosso altresì da una motivazione personale. Il suo giovane collega, il ventisettenne Chen Kun, è gravemente malato. Insieme i due hanno eroicamente raccontato ai cinesi il dramma del terremoto del Sichuan. Chen Kun si è distinto in particolare per essersi preso cura del figlio di una donna rimasta intrappolata sotto le macerie. Ora è lui ad aver bisogno dell’aiuto dei cinesi. Almeno di quelli che condividono il suo stesso mestiere.

Hanno voluto la bicicletta e adesso pedalano

Le fotografie di Alain Delorme (francese, trentunenne) non inseguono certo il realismo. Giocano piuttosto con con la fantasia e scherzano pesantemente con i colori naturali e soprattutto con le leggi della fisica. Alzi la mano, però, il frequentatore della Cina che non si sia imbattuto – nelle strade di Pechino, di Shanghai, di qualche altra città – in un carretto a pedali davvero inverosimile, oltre ogni umana concezione di “carico”.

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Update: i padroni scendono nelle miniere insieme agli operai. Ma anche no.

La prima risposta alla notizia del nuovo regolamento che prevede l’ingresso dei dirigenti in miniera insieme agli operai – nel tentativo di migliorare le condizioni di sicurezza negli impianti estrattivi del paese – non si è fatta attendere.

Una miniera della provincia autonoma del Guanxi Zhuang ha promosso sette lavoratori al ruolo di “assistenti manager” per lasciare tranquilli i suoi dirigenti. I sette riceveranno un aumento dello stipendio e avranno il compito di sorvegliare il lavoro sottoterra, mentre i boss rimarranno occupati nella gestione degli affari in superficie.

Per ora non ci sono state risposte ufficiali da parte delle autorità. Li Jian, uno dei responsabili della miniera interpellato dal “China Daily”, ha affermato: “Nessuno può dire ora se gli assistenti possano essere considerati come i leader della miniera di carbone. Il regolamento non è ancora entrato in vigore e non precisa se tali posizioni di rilievo soddisfino il requisito. Se la nostra mossa è sbagliata, la correggeremo”.

I padroni garanti della sicurezza delle miniere. Con la loro vita.

Quella degli incidenti nelle miniere di carbone è una realtà tragica e purtroppo molto frequente in Cina. Nel solo 2009 le vittime del lavoro sotterraneo sono state oltre 2.600.

Il governo della Repubblica Popolare sembra sempre più motivato a voler mettere fine a uno scandalo che continua a creare forte imbarazzo davanti alla comunità internazionale.  Dopo diversi richiami caduti nel vuoto ai boss degli impianti di estrazione perché rafforzino le misure di sicurezza, ieri le autorità per la tutela dei lavoratori nelle miniere hanno emanato un nuovo regolamento: dal 7 ottobre i dirigenti potrebbero dover accompagnare  sotto terra i loro minatori. Le pene per il mancato adempimento saranno severissime. In caso di incidente, le miniere affronteranno multe da 5 milioni di yuan (circa 580.000 euro) e i dirigenti potranno perdere fino all’80% del loro reddito annuale; anche in assenza di incidenti, i boss rischieranno una multa di 150.000 yuan (17.000 euro).

Le nuove norme arrivano pochi giorni dopo un processo durante il quale, per la prima volta nella storia della Cina, sono state formulate accuse penali – e non semplicemente civili, come al solito – nei confronti dei 5 dirigenti di una miniera di carbone della città di Pingdingshan (Hebei), in cui l’8 settembre del 2009, a causa di un’evitabile esplosione, hanno perso la vita 75 minatori. L’”aver messo a repentaglio la sicurezza pubblica attraverso atti pericolosi” potrebbe addirittura portare alla pena di morte dei 5 responsabili.

La fotografia è tratta da “Inquinamento in Cina”, il lavoro del fotografo cinese Lu Guang, che nel 2009 si è meritato il premio del W. Eugene Smith Memorial Fund