La Società di Mutuo Soccorso dei giornalisti cinesi

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L’idea è antica e semplice. Se un giornalista rimane ferito sul campo oppure si ammala gravemente, i suoi colleghi per sostenerlo gli doneranno mensilmente dai 10 ai 100 yuan. Una volta ristabilitosi, il professionista dovrà a sua volta adoperarsi personalmente per il funzionamento dell’associazione di auto mutuo aiuto. Un meccanismo così semplice che non sembrava realizzabile nemmeno al suo ideatore, il fotoreporter Fu Ding. Prima di postare la proposta sulla sua bacheca di Weibo (il Twitter cinese), non avrebbe scommesso un soldo sul consenso di qualche collega. E invece si è dovuto ricredere. In poche ore le adesioni si sono moltiplicate e dopo soltanto una settimana i giornalisti che hanno risposto all’appello erano già 350. Dalla rete è emersa ancora una volta una delicata tematica: la difesa professionale dei lavoratori cinesi del mondo dell’informazione, a tutt’oggi privi di un vero organo di tutela, se si esclude la governativa All-China Journalists Association, per molti un puro dipartimento con compiti di propaganda. Sempre più spesso, in Cina, il lavoro dei giornalisti è duramente ostacolato e si moltiplicano gli episodi di violenza che vedono coinvolti i reporter più audaci e coraggiosi. A detta di alcuni fotografi, il momento del primo pestaggio è diventato una tappa obbligata della carriera, una sorta di battesimo professionale.

Gli operatori dei media che non hanno ancora subito pressioni o violenze, in realtà, sono stati più semplicemente corrotti, alimentando la sfiducia della gente sull’operato di giornali e telegiornali. Fece scandalo, qualche anno fa, la foto che immortalava gli inviati speciali sul luogo di un disastro in una miniera in fila davanti al padrone dell’impianto per ricevere la classica mazzetta e mettere a tacere le polemiche sulla sicurezza degli operai.

Giornalisti come Fu Ding sono disposti a giurare sull’onestà di gran parte della categoria, che però deve fare i conti con la grama realtà di una professione estremamente usurante. Orari pazzeschi, corse ad ostacoli, nessuna tutela legale, lavori minuziosi non pubblicati perché scomodi, infinite pressioni affinché le notizie siano sempre e soltanto buone notizie.

Fu Ding ammette di essere mosso altresì da una motivazione personale. Il suo giovane collega, il ventisettenne Chen Kun, è gravemente malato. Insieme i due hanno eroicamente raccontato ai cinesi il dramma del terremoto del Sichuan. Chen Kun si è distinto in particolare per essersi preso cura del figlio di una donna rimasta intrappolata sotto le macerie. Ora è lui ad aver bisogno dell’aiuto dei cinesi. Almeno di quelli che condividono il suo stesso mestiere.

No “Party” per Han Han

Giovane e bello. Scrittore, giornalista, opinionista, blogger, produttore discografico, pilota di auto da corsa. 28 anni, Han Han è uno dei personaggi più conosciuti della Cina contemporanea. Anche all’estero.

Diventato famoso a soli 18 anni per il suo primo romanzo Triple Door, ha continuato a pubblicare successi editoriali (narrativa, saggi) uno dietro l’altro, ma è negli ultimi due anni che si è guadagnato la candidatura di “Time Magazine” al titolo di una delle personalità più influenti del mondo grazie al suo caustico blog, cliccatissimo soprattutto dagli utenti cinesi della cosiddetta generazione “post anni ‘80”. Visitato circa 450 milioni di volte, il suo sito riceve una media di 10.000-15.000 commenti a post. Han Han è solito affrontare tematiche di attualità. Lo fa utilizzando un tono spesso strafottente e critico nei confronti delle autorità. Per esempio, parlando delle classi dirigenti cinesi, ha detto che «la vita dei funzionari non assomiglia per niente a quella delle persone normali. L’unica cosa che questi hanno in comune con noi giovani è che anche loro hanno fidanzate ventenni».

In risposta a questo sfoggio di libertà espressiva, ha fatto sapere lo stesso Han Han, il governo cinese monitora il blog e armonizza «in media un articolo al mese, come le mestruazioni di una donna».

Il 1 maggio 2009 il giovane intellettuale ha pubblicato un post in cui invitava i lettori ad inviargli articoli e  curricula, in vista della pubblicazione di nuova rivista. Dopo mesi di continui rinvii e richieste di modifiche (pare che abbia dovuto rivedere più del 70% dei contenuti per ottenere l’ok del dipartimento preposto al controllo delle pubblicazioni), nel luglio 2010 è finalmente uscito il primo numero della sua rivista 独唱团 (Du Changtuan – Party, in inglese). Le raffinate 130 pagine, contenenti trenta pezzi tra narrativa, saggistica, poesia e lavori fotografici si sono rivelate un grande successo. Nei due giorni di debutto, la rivista ha venduto 500.000 copie, arrivando nei mesi successivi ad un totale di 1 milione e mezzo circa.

Nonostante questo, Han Han ieri ha ufficializzato il blocco della rivista. In un post sul suo blog ha fatto sapere che, dopo aver cercato invano una casa editrice per editarne il secondo numero, ha deciso di «congelare a tempo indeterminato tutte le operazioni relative a “Party”», aggiungendo di non volere «che la gente sprechi il suo tempo in un’attesa senza speranza». Evitando di accusare direttamente le autorità, Han Han ha ammesso che le cause della chiusura non sono chiare e ha scritto: «Forse c’erano troppi dipartimenti coinvolti e troppe persone con il potere di rendere una rivista di letteratura una reliquia. Non so cosa non andasse bene. Non so a chi ho dato dispiacere. Sto in piedi nella luce mentre voi siete nel buio. Se mai ci incontreremo, non voglio serbare rancore, ma per favore mi potreste dire cosa è successo?».

Nessuno in Cina si illude che una domanda del genere possa trovare una risposta.

Impressiona davvero che, in tempi di crisi per l’editoria (di quella occidentale, almeno) una rivista di un certo spessore culturale che andrebbe letteralmente a ruba davanti ad un pubblico sterminato di lettori spaventi a tal punto le autorità cinesi. Bisogna precisare che Han Han è sicuramente un cane sciolto, in grado di risultare indigesto a molti, ma non è assimilabile alla figura di un dissidente. Egli ha sempre riconosciuto la piena legittimità di chi regge le sorti del Celeste Impero e si è sempre battuto per guadagnare, al massimo, qualche spazio di critica e di esercizio della libertà di pensiero.

Troppo, evidentemente.

Di seguito, un’intervista dell’aprile scorso tratta dal quotidiano filogovernativo in inglese “China Daily”, utile a conoscere meglio la controversa figura di Han Han.

China Daily: La ribellione è un atteggiamento o una mentalità?

Han Han: È da malati fingere di essere ribelle. Io non sono un ribelle. Il mio gusto è tradizionale.

CD: Il piacere di quando raggiungi la velocità massima pilotando un’auto e la gioia di quando hai un’ispirazione nello scrivere hanno qualcosa in comune?

HH: Quando mi sento bene al volante, è come se scrivessi con grande ispirazione.

CD: Tra corsa e scrittura, cos’è più rischioso?

HH: Sicuramente la scrittura, in Cina. Non si può correre su una lista nera o direttamente in carcere.

CD: In uno dei tuoi romanzi, un personaggio dice: “Tu sei semplicemente un passante in questo mondo”. Sei un passante o un partecipante? Se potessi scegliere, cosa preferiresti essere?

HH: Ogni individuo è un partecipante, ma la maggior parte in realtà è solo un passante.

CD: Data l’unicità della Cina, è una cosa positiva o negativa essere stato nominato per la lista delle 100 persone più influenti dell’anno?

HH: Non si tratta della mia influenza, ma dell’influenza della rivista “Time”. Il nostro è un ambiente estraneo. Se mostri indifferenza verso il riconoscimento di un media straniero, sei maleducato, se esprimi gratitudine, la gente dirà che sei utilizzato dai media occidentali o sei nel loro accampamento. Alcuni addirittura ti accusano di usare valori occidentali per eliminare i valori asiatici.

CD: Alcune persone all’estero ti definiscono “dissidente leggero”. Sei d’accordo?

HH: Ah, forse perché non peso molto fisicamente. “Dissidente” è una parola pericolosa qui. Io sono diverso da un dissidente perché accetto l’attuale costituzione. Accetto il potere del potere che c’è, ma voglio avere i miei diritti. Io non voglio una nuova carta o una nuova costituzione.

CD: Se non potessi dire la verità, sceglieresti di tacere o usare insinuazioni?

HH: Puoi raccontare una piccola bugia alle donne. Oltre a questo, io preferisco tacere piuttosto che dire bugie.

CD: Hai paura dell’altezza?

HH: Molto.

CD: Utilizzi l’umorismo nero liberamente nei tuoi scritti. È uno stile che ami o lo utilizzi per necessità?

HH: È lo stile che meglio si adatta a me, perché temo che i lettori perdano interesse.

CD: I tuoi romanzi sembrano implicare il pensiero buddista, come il karma, ma “solo per la gente comune”. È il tuo pensiero, o qualcosa nella testa del tuo personaggio?

HH: L’ho imposto ai miei personaggi. Il Karma è l’ultima difesa della gente comune e il loro ultimo conforto psicologico. Ma, come ho osservato, non è comune che i buoni ottengano ricompense e i cattivi le loro meritate punizioni.

CD: Che genere letterario comporta uno sforzo maggiore, la narrativa o la saggistica? Qual è la risposta da parte dei lettori?

HH: Mi applico di più per la narrativa, ma i lettori preferiscono i miei saggi, perché le espressioni sono più dirette.

CD: Hai spesso deriso le opere letterarie selezionate per i libri di testo. Cosa penseresti se un giorno la tua scrittura apparisse nei libri di testo? Un altro scenario: e se il tuo lavoro fosse ufficialmente condannato come una cattiva influenza?

HH: Andrebbe bene in entrambi i casi – nel primo caso la società sarebbe più aperta e le cose sarebbero cambiate, e nel secondo caso otterrei lo stesso trattamento di Confucio (che è stato a lungo condannato in Cina).

CD: Hai detto che la letteratura non deve fare del trasmettere “il senso” una priorità, intendendo la rilevanza sociale. In realtà il tuo lavoro contiene “una via”, solo che è diversa dalla “via” tradizionale. Quale posizione dovrebbero avere i messaggi sociali nella letteratura?

HH: Una posizione importante, ma dovrebbe essere implicita, soprattutto se i messaggi sono buoni. Nella letteratura cinese c’è troppa predicazione, che si trasforma in una guida. I lettori tendono a diventare scemi dopo essere stati troppo esposti a questa roba.

CD: Se ti venisse chiesto di scrivere un elogio e tu sapessi che il contenuto è vero, lo faresti?

HH: Certo. Io lodo spesso le cose, ma questo non fa notizia.

Striscia il regime

La scena l’abbiamo vista tante volte anche sui nostri schermi: una troupe fa irruzione a casa di qualche potente per metterne in luce le malefatte, le gaffes, le contraddizioni. Con tapiro o senza, con costume da Gabibbo o senza. Nella migliore delle ipotesi con l’abito elegante delle “Iene”. Nel caso di questo video, risalente ad agosto, la Tv è la Beijing Television, emittente statale, e il bersaglio è il celebre comico Guo Degang, accusato di aver illecitamente ampliato il suo giardino privato sul terreno pubblico. L’intervista degenera presto in un litigio e finisce, complice un nerboruto collaboratore dell’artista, in rissa. A farne le spese i giornalisti.

È il “Los Angeles Times” a raccontare l’episodio, aggiungendo soprattutto un interessante retroscena. L’intervista farebbe parte di una più ampia azione di boicottaggio nei confronti del celebre personaggio, colpevole di aver preso di mira con i suoi pungenti spettacoli il potere nelle sue varie forme.

Grande interprete del “Cross talk”, antica arte cinese che fonde prestazioni comiche con giochi di parole e poesia (in cinese xiangsheng, letteralmente “volto e voce”), Guo Degang è soltanto una delle vittime della campagna di moralizzazione messa in campo dal Governo, per combattere, per usare le parole di Hu Jintao, “le tre volgarità”: la cultura ossessionata dal sesso, priva di cervello e di gusto.

I numeri comici di Guo facevano il tutto esaurito e i suoi numeri comici venivano trasmessi anche nei taxi, tra le sonore risate dei passeggeri. I bersagli dell’artista? La burocrazia, la corruzione, i politici, le star dello spettacolo, gli intellettuali. Gli unici a salvarsi dalla satira feroce di Guo sono i poveri lavoratori, che costituivano lo zoccolo duro del suo pubblico e riempivano i teatri per assistere ai suoi spettacoli.

Fino a ieri, perché oggi la gente – interpellata sulla vicenda del comico – sembra innervosirsi e preferisce parlare d’altro. A fianco di Guo, soltanto il popolo della rete con vari interventi su Twitter o sui blog.

Al momento l’artista tace, non rilascia interviste, fa della beneficenza per recuperare un minimo di popolarità. Il teatro dove era solito esibirsi è chiuso. E non c’è davvero più niente da ridere.