Rassegna stampa cinese 26 aprile 2016

POLITICA INTERNA
Ritratto di Xi Jinping: il nuovo “presidente di tutto”: http://econ.st/1Todqmd

Una fedelissima di Xi Jinping diventa capo di Twitter in Cina: http://bit.ly/23rZ7OE

Dopo 50 anni, la Cina fatica ancora a fare i conti con la rivoluzione culturale: http://bit.ly/26akwzT

Huang Yu, un tecnico dei computer, condannato a morte per aver diffuso 150.000 documenti segreti a potenze straniere non identificate: http://bit.ly/1TuDuYM
Spie condannate e spie potenziali. La Cina avverte i suoi funzionari: http://bit.ly/23rZVTF

ESTERI
La Cina pronta ad andare su Marte entro il 2020: http://bit.ly/1WKXefP

Una nuova legge mette a rischio il lavoro dello ONG straniere che si occupano di diritti umani e ambiente: http://ti.me/1NzVT9Q

ECONOMIA
Smartphone – perché Huawei può davvero superare Samsung e Apple: «Saremo i primi cinesi “cool”» http://bit.ly/1VDEobb

Ferrarini – Perché la Cina non è «un’economia di mercato»: http://bit.ly/1SP87vE

VARIE
Hong Kong si dà al porno, la Cina sbircia: http://bit.ly/1SP7VfZ

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Rassegna stampa cinese del 18 gennaio 2016

INTERNI
La brutta storia dei librai di Hong Kong scomparsi (rapiti dalla repubblica Popolare Cinese?):
1. http://bit.ly/1Qh3NEx
2. http://bbc.in/1JbO1cB

Ieri sera uno di questi librai, Gui Minhai, è apparso sulla Tv di Stato cinese dicendo di essersi consegnato alle autorità cinesi spontaneamente per aver ucciso da ubriaco una studentessa in un incidente stradale nel 2003:
1. http://nyti.ms/1ZvbreR
2. http://bit.ly/1Pag2DG

ESTERI
Da domani a sabato Xi JinPing farà un viaggio in Egitto, Iran e Arabia Saudita per discutere di accordi economici, ma anche per avere un ruolo diplomatico importante di mediatore nella regione:
1. http://bit.ly/1OroScM
2. http://bit.ly/1OroScM

La Cina ieri ha lanciato ufficialmente la Asian Infrastrutture Investment Bank (Aiib), la banca di sviluppo regionale per finanziare gli investimenti lungo la via della Seta: http://reut.rs/1SoW88q

La repubblica popolare cinese ha dichiarato che non cambierà la sua politica nei confronti di Taiwan dopo la vittoria di Tsai Ing Wen:
1. http://bit.ly/1U61mnr
2. http://bit.ly/1ZG1BfJ

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Yes, WeChat. Scaricarne una, per sostituirne 100 (l’app che fa impazzire i cinesi)

smartphoneSono tornata a Pechino dopo quasi 4 anni. L’ho trovato meno cambiata di quanto pensassi, ma alcune novità mi hanno comunque colpito. Una su tutte: l’uso dell’applicazione per smartphone WeiXin, per noi “WeChat”. La conoscevo già perché l’avevo scaricata a dicembre su richiesta di un amico cinese, ma non avevo idea di quante potenzialità avesse.
E mi ha impressionato l’impatto che ha avuto nella vita di tutti i giorni dei cinesi.
“We Chat” è un’applicazione lanciata nel 2011 dal colosso cinese di internet Tencent, che raggruppa molte funzioni di cui noi italiani fruiamo attraverso app diverse. In pochi anni ha raggiunto quasi 500 milioni di utenti, 70 dei quali in territorio non cinese (l’Italia è stata scelta come paese pilota per penetrare il mercato europeo). Secondo un recente sondaggio della Chinese Academy of Press and Publication, al momento, gli adulti cinesi trascorrono almeno 40 minuti al giorno su WeChat. Tutto sommato pochi, viste le attività che WeChat consente. Semplificando, viene definita un’applicazione di messaggistica paragonabile a Whatsapp ma in realtà è molto di più: ha anche le funzioni di Facebook, Twitter, Skype, Tinder, Amazon, iTunes, Ticketone, Groupon, Uber e chi più ne ha più ne metta. Le funzioni più originali sono la “drift bottle” (permette di lanciare “messaggi in bottiglia” nel mare della rete, che possono arrivare a qualsiasi altro utente), lo “shake” (agitando il telefono si può trovare chi sta agitando il suo telefono nello stesso istante in qualsiasi parte del mondo si trovi), il QR Code (ogni account è associato a un QR code da scannerizzare).
Con WeChat si può chattare singolarmente o in gruppo, fare chiamate vocali e video, trovare le persone che usano WeChat vicino a te, condividere con gli amici foto e link, chiamare il taxi, comprare il biglietto del cinema in più di 3500 location sparse in 500 città della Cina, prendere appuntamento dal medico, giocare, regalare i tradizionali Hongbao (“le buste rosse”, i soldi che vengono donati in occasione del capodanno cinese, dei matrimoni, dei compleanni), prenotare e ordinare al ristorante… Tutto questo tramite un account collegato ad una carta di credito, dentro un’unica applicazione.
Ho visto fare una ricarica telefonica da WeChat, cercare e trovare un tagliando di sconto al momento di pagare il conto al ristorante e addirittura restituire con soldi virtuali la quota del pagamento alla romana di uno scontrino. Chiunque ti incontri, dopo essersi presentato, non ti offre più il tradizionale “mingpian”, il biglietto da visita cartaceo, ma ti chiede di shakerare il cellulare in modo da visualizzare il tuo profilo e aggiungerlo al suo elenco di contatti sull’applicazione. Chiunque. Ho trovato impressionante anche questo: in Italia non mi capita di diffondere i miei account Twitter e Facebook così spesso.

La mia amica pechinese Chiara Zhang mi ha spiegato che se hai un’azienda in Cina e non usi WeChat, ormai non esisti. Lei, al lavoro, lo utilizza per ogni cosa: marketing, vendita ma anche conference call con i suoi capi e diffusione di informazioni lavorative.
Riporto una notizia curiosa di un mese fa, che però rende bene l’idea di quanto invasiva e fondamentale sia diventata WeChat per il business in Cina: la BMW sta lavorando per integrarla nella strumentazione delle sue vetture in Cina e ha in programma di farlo senza richiedere a Tencent modifiche al software.

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Le parole che siamo. Un pomeriggio in compagnia di Pierluigi Cappello

Qualche settimana fa sono andata a trovare il poeta friulano Pierluigi Cappello assieme a un gruppo di studenti del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona. Io e la direttrice del Lab siamo arrivate in anticipo, lui ci ha accolto a sua casa e ci ha fatto prima vedere e poi leggere le ultime pagine del suo prossimo libro in uscita a settembre. Ho scritto queste poche righe sull’incontro tra gli studenti e Pierluigi per il giornale del Lab “La gazzetta del Gamajun”.

Cosa sono le parole? Quanto è importante il loro significato? Cos’è la poesia? Qual è il compito dello scrittore? Sono alcune delle domande a cui ha risposto giovedì 7 agosto il pluripremiato poeta e scrittore friulano Pierluigi Cappello, durante un incontro di due ore con una piccola delegazione di studenti del Lab provenienti da Germania, Macedonia, Ucraina, Messico, Polonia e Algeria. Due ore sospese, quasi irreali, cariche di emozione e di silenziosa, sbalordita attenzione. Il dialogo è avvenuto a Tricesimo, attorno al tavolo di un’antica trattoria, in un’atmosfera molto informale. E forse è stato proprio il clima di familiarità che si è creato tra il poeta e i ragazzi a far concludere la serata con un coro di canzoni di buon compleanno a lui dedicate in 6 lingue diverse e con un suo invito agli studenti a visitare il piccolo prefabbricato del terremoto in cui vive. Il poeta “nato al di qua del foglio”, come ama definirsi, ha accompagnato i giovani studiosi in un viaggio alla scoperta del suo lavoro di artigiano. La chiacchierata è cominciata affrontando i contenuti e la forma del suo intenso romanzo Questa libertà (Rizzoli, 2013), per poi spostarsi ad affrontare il suo modo di fare poesia. Le poesie prendono vita da parole appuntate in modo sparso su piccoli taccuini. Ad un certo punto, grazie a un’intuizione improvvisa, “si chiamano” l’un l’altra, incontrandosi. Solo allora entra in gioco la meticolosità dell’artigiano vasaio che plasma, modella, amplia, lima servendosi della tecnica. La scrittura in prosa, invece, prevede un percorso completamente diverso. Richiede tempo e metodicità, anche fisica: tre ore di lavoro seduti alla scrivania al mattino e qualche ora il pomeriggio. Lo scopo, nonostante la variazione di forma, rimane identico: il compito dello scrittore è quello di essere chiaro e preciso nell’interpretazione della sua epoca. Quasi da subito a tutti è parso evidente come l’incontro non fosse una semplice lezione. La profondità dei pensieri, la precisione delle descrizioni, l’incisività della narrazione hanno ben presto trasformato, con una delicatezza e una naturalezza disarmanti, un approfondimento letterario in qualcosa di molto più grande e impalpabile: un racconto sull’essenza dell’uomo. Con la sua espressione dolce e il suo tono gentile, Pierluigi ha spiegato cosa rappresenti per lui la libertà. “Non mi sento di dare un significato univoco alla parola libertà. So per certo che va concretata ogni giorno. Va custodita quotidianamente con la nostra storia e con la consapevolezza della nostra storia”. Soprattutto – prendendo spunto dal suo amore per la lettura, che è amore per il viaggio – ha tratteggiato il profilo perfetto di ciò che determina la natura umana più profonda: “nel viaggio c’è l’imprevedibile e l’imprevedibile pone davanti alla scelta. E la scelta è crisi, sempre. L’uomo è in costante stato di crisi perché è sempre sottoposto alla scelta. È questo che forma la sua coscienza, i suoi atteggiamenti, le sue manie”. La potenza della narrazione, la passione per la lettura e gli autori-maestri sono stati alcuni altri tasselli del dialogo con gli studenti. Ma la regina indiscussa della serata è stata senz’altro la parola, parlata e scritta. Pierluigi è riuscito a renderla concreta, a darle una fisicità. Ascoltarlo dava l’impressione di poter tendere la mano e toccare le parole da lui snocciolate generosamente, con ordine impeccabile. Come fossero farfalle da catturare e trattenere nel palmo socchiuso, avendone cura. Le parole sono capaci di evocare immagini. Dalle parole bisogna lasciarsi cogliere impreparati per poter assaporare la felicità frutto della meraviglia. Le parole, dice Pierluigi, ci rendono quello che siamo.

«Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi e dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, hanno bisogno di essere raccontate». (Pierluigi Cappello, Questa Libertà, Rizzoli 2013)

Mai dire Mao

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Non tira certo una buona aria per gli artisti cinesi. All’indomani della scarcerazione di Ai Weiwei – visibilmente provato e, a detta di molti commentatori, palesemente segnato psicologicamente dagli 80 giorni di detenzione – la paura di ritorsioni da parte del governo serpeggia tra molti altri protagonisti dell’arte contemporanea cinese. I fratelli Gao, ad esempio, hanno lamentato le pesanti e ingiustificate intrusioni nel loro bar-studio presso la 798, il distretto degli artisti a Pechino, e la richiesta immotivata di chiuderlo.
Nel 2009 ho avuto modo di incontrare e di intervistare i Gao Brothers. Parlammo di arte e censura e dell’ossessione per Mao, protagonista assoluto delle loro opere. La ragione delle ultime angherie subite dai due fratelli, secondo il sito Radio Free Asia, starebbe in una recente statua in cui il Grande Timoniere, rigorosamente riprodotto nelle fattezze femminili di Miss Mao, sta in equilibro sopra un’enorme testa di Lenin.

Di seguito la mia chiacchierata del 2009 con i 2 popolari fratelli.

Gesù Cristo è una statua indifesa. In piedi, le braccia abbassate, aperte in segno di rassegnazione. Guarda con pietà i suoi esecutori. Di fronte a lui un plotone formato da sei Mao Zedong gli punta contro i fucili e prende la mira. Gli sguardi sono concentrati, i visi contratti in una smorfia malvagia. Alle loro spalle, un altro Mao, l’ultimo, carica l’arma. Sul volto, la stessa espressione spietata.

«Per la composizione de “l’Esecuzione di Cristo” ci siamo ispirati a Manet e alla sua “Fucilazione di Massimiliano”», dice Gao Qiang, 47 anni, il più giovane dei fratelli Gao, due tra le personalità più importanti e controverse della scena artistica cinese contemporanea con all’attivo esposizioni a Chicago, New York, Parigi e Mosca. Poi si avvicina, in mano ha una borsa scura. Protetta al suo interno c’è una testa. La posiziona sopra ad un corpo acefalo inginocchiato con la mano destra appoggiata sul cuore. Di nuovo il Grande Timoniere. Questa volta la statua si sta confessando e la sua espressione è di disperazione e rimpianto. «Abbiamo voluto umanizzarlo, trasformarlo in un essere umano che si pente dei suoi peccati», spiega Gao Zhen, 53 anni. Un’immagine troppo forte a cui la Cina non è ancora pronta, nemmeno se a proporla sono i suoi più audaci artisti d’avanguardia. I Gao, infatti, sono costretti a tenere separate le due parti dell’opera “La colpa di Mao” e ad unirle solo in occasioni speciali. Troppo grande il rischio di irritare le autorità e finire nelle maglie della censura. E di censura, i due fratelli se ne intendono.
Attivi dal 1985, i Gao Brothers si sono presto messi in luce per un’arte provocatoria e dissacrante, critica nei confronti del potere. A Pechino, il loro studio all’interno della 798, l’ormai celebre quartiere degli artisti, è stato spesso perquisito, le loro mostre sono state più volte ostacolate. Fino al 2004 le autorità si sono rifiutate di rilasciar loro il passaporto: vietato promuoversi all’estero. Annullati gli impegni negli Stati Uniti, niente vetrina alla Biennale di Venezia.
Quella dei Gao è un’arte che guarda al passato per raccontare la Cina contemporanea e le sue continue metamorfosi. Arrabbiata, graffiante, a volte grottesca e irriverente, si concentra spesso – anche se non unicamente – su tematiche e personaggi ritenuti “sensibili” dalle autorità di Pechino.
«L’artista cinese al giorno d’oggi è teoricamente libero di affrontare ogni tipo di argomento», afferma Gao Qiang, «a patto che lo faccia nel chiuso del suo laboratorio. Quando vuole rendere pubblico il suo lavoro, le regole cambiano». La negazione dell’arte, rinchiusa tra le pareti di uno studio sulla cui porta campeggiano i caratteri di un divieto: “Spazio privato. Vietato l’accesso agli estranei”.
Fin dai tempi della personale “Ash Red”, nel 2006, quando un gruppo di funzionari recapitò una lista delle opere da rimuovere, i due fratelli si sono spesso visti costretti ad organizzare mostre clandestine. Piccoli eventi che durano il tempo di una serata. I cosiddetti “Gao’s party” si tengono nel loro studio e sono aperti solo a persone fidate. Gli inviti si possono ottenere attraverso il passaparola e gli sms.
Tuttavia, non sempre sono sufficienti questi accorgimenti per far fronte alla censura.
«Lo scorso marzo, di notte, ci hanno rubato la scultura in cui un gruppo di poliziotti trascina in strada una prostituta durante la retata in un bordello. Le autorità hanno ammesso di aver requisito il pezzo solo dopo che abbiamo sporto denuncia alla polizia. Al momento non ci hanno ancora restituito l’opera e non sappiamo nemmeno se e quando lo faranno», dice Gao Zhen indicando il vuoto lasciato nel salone da quella sottrazione indebita. Ironia della sorte: la retata di una retata.

Visitare lo studio dei Gao significa davvero immergersi nel contraddittorio presente del Gigante Asiatico. Ci si può imbattere in una gigantografia come “The Forever Unfinished Building”, in cui su uno sfondo architettonico che sembra richiamare le opere di Escher si stagliano rappresentanti di ogni strato della società cinese: migrant worker giunti in massa dalle campagne, monaci buddisti, pin up, guidatori di biciclette e proprietari di auto di lusso, le star cinesi delle Olimpiadi 2008. Tra queste, compare anche un maratoneta con il pettorale 1989, il tragico numero di Tiananmen, l’ennesimo tema tabù di quest’arte che ama scherzare con il fuoco.

In un’altra serie di enormi quadri prendono invece forma le pagine di cronaca dei giornali cinesi, con le fotografie dei rastrellamenti nei quartieri a luci rosse. Donne semisvestite, di spalle, piangono e si coprono il viso davanti alle divise della polizia. Vergogna, umiliazione, prepotenza, impotenza descritte da una pittura cruda e aggressiva. «La nostra fonte di ispirazione è la società cinese. Il nostro paese è ancora uno stato di polizia in cui tutto ruota attorno al potere». E di un potere vecchio ma ancora in auge raccontano, infine, le tantissime riproduzioni della figura di Mao Zedong. Infinite variazioni sul tema, utilizzando stili e tecniche diverse. Il Mao deicida che cita l’impressionismo, il Mao prostrato che chiede umilmente perdono, fino all’irriverente serie delle statue di “Miss Mao” in cui il Timoniere ostenta un seno turgido e all’occorrenza un naso fallico.
L’ossessione per Mao ha radici profonde e drammatiche. I Gao erano ragazzi all’epoca della Rivoluzione Culturale. «Un periodo folle», ricordano, «l’istruzione era una bugia, ma le bugie in quegli anni diventavano verità. Mao controllava ogni cosa: politica, educazione, stampa, cinema. Tutto. Bastava un’antipatia personale per essere etichettati come nemici del popolo». Proprio quello che è accaduto al padre dei due artisti. «Un giorno degli uomini sono venuti a prenderlo e lui non è più tornato a casa. Ci hanno detto che si era suicidato, non ci abbiamo mai creduto. Nostra madre è rimasta da sola con 6 figli. È stato il momento più difficile della nostra vita. Per fortuna, eravamo circondati da parenti generosi che ci hanno aiutato, soprattutto finanziariamente, senza volere niente in cambio».
«Una delle immagini più nitide della mia infanzia», racconta Gao Qiang, «è la maestra delle elementari che il primo giorno di scuola mi fa scrivere “lunga vita al Presidente Mao” sul quaderno. Mi ricordo che non capivo il senso di tante attenzioni per quel vecchio signore». Nell’anno in cui la Repubblica Popolare festeggia il suo sessantesimo anniversario, i due fratelli continuano a maneggiare con coraggio una delle icone più controverse del ‘900 e a rispettare a modo loro quell’auspicio di longevità. Proiettando nel futuro, stravolgendola, l’ombra di Mao.

La Società di Mutuo Soccorso dei giornalisti cinesi

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L’idea è antica e semplice. Se un giornalista rimane ferito sul campo oppure si ammala gravemente, i suoi colleghi per sostenerlo gli doneranno mensilmente dai 10 ai 100 yuan. Una volta ristabilitosi, il professionista dovrà a sua volta adoperarsi personalmente per il funzionamento dell’associazione di auto mutuo aiuto. Un meccanismo così semplice che non sembrava realizzabile nemmeno al suo ideatore, il fotoreporter Fu Ding. Prima di postare la proposta sulla sua bacheca di Weibo (il Twitter cinese), non avrebbe scommesso un soldo sul consenso di qualche collega. E invece si è dovuto ricredere. In poche ore le adesioni si sono moltiplicate e dopo soltanto una settimana i giornalisti che hanno risposto all’appello erano già 350. Dalla rete è emersa ancora una volta una delicata tematica: la difesa professionale dei lavoratori cinesi del mondo dell’informazione, a tutt’oggi privi di un vero organo di tutela, se si esclude la governativa All-China Journalists Association, per molti un puro dipartimento con compiti di propaganda. Sempre più spesso, in Cina, il lavoro dei giornalisti è duramente ostacolato e si moltiplicano gli episodi di violenza che vedono coinvolti i reporter più audaci e coraggiosi. A detta di alcuni fotografi, il momento del primo pestaggio è diventato una tappa obbligata della carriera, una sorta di battesimo professionale.

Gli operatori dei media che non hanno ancora subito pressioni o violenze, in realtà, sono stati più semplicemente corrotti, alimentando la sfiducia della gente sull’operato di giornali e telegiornali. Fece scandalo, qualche anno fa, la foto che immortalava gli inviati speciali sul luogo di un disastro in una miniera in fila davanti al padrone dell’impianto per ricevere la classica mazzetta e mettere a tacere le polemiche sulla sicurezza degli operai.

Giornalisti come Fu Ding sono disposti a giurare sull’onestà di gran parte della categoria, che però deve fare i conti con la grama realtà di una professione estremamente usurante. Orari pazzeschi, corse ad ostacoli, nessuna tutela legale, lavori minuziosi non pubblicati perché scomodi, infinite pressioni affinché le notizie siano sempre e soltanto buone notizie.

Fu Ding ammette di essere mosso altresì da una motivazione personale. Il suo giovane collega, il ventisettenne Chen Kun, è gravemente malato. Insieme i due hanno eroicamente raccontato ai cinesi il dramma del terremoto del Sichuan. Chen Kun si è distinto in particolare per essersi preso cura del figlio di una donna rimasta intrappolata sotto le macerie. Ora è lui ad aver bisogno dell’aiuto dei cinesi. Almeno di quelli che condividono il suo stesso mestiere.

La carica dei 50 kg di scorpioni

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L’edilizia in Cina, si sa, è un mercato che tira come pochi altri. Chi osserva quel mondo è abituato a leggere di demolizioni forzate di vecchi edifici destinati far posto a nuovi e avveniristici palazzi. Ha fatto notizia, in questi anni, anche l’epopea delle “case chiodo” piantate dentro enormi cantieri con gli eroici abitanti decisi a resistere a oltranza contro l’invadenza delle ruspe. Direttamente da Shenzhen arriva oggi la notizia di un nuovo capitolo nella lotta tra costruttori e cittadini sfrattati. Un imprenditore locale (che sarebbe stato visto da alcuni testimoni) è accusato di aver introdotto in un complesso abitativo una nutritissima colonia di scorpioni, al fine di convincere gli abitanti a cambiare aria. Un certo Chen, al risveglio, ha sentito la sua pelle percorsa dalle zampe di uno di questi sgraditissimi ospiti, prima di accorgersi che tutta la sua stanza era invasa da analoghe presenze. Resosi necessario l’arrivo delle forze dell’ordine, alla fine di un accurato intervento di disinfestazione è stata quantificata la presenza nell’edificio di 50 kg di scorpioni. Vivi e velenosi. Le vittime dell’invasione avrebbero comunque dovuto entro qualche tempo abbandonare le loro dimore; era tuttavia ancora in corso la trattativa per la dovuta compensazione economica cui hanno diritto. Chissà se il curioso espediente accelererà o rallenterà il negoziato.

Il volo interrotto di Sang Lan

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Sang Lan ha spiccato il suo volo di libellula nella lontana estate del 1998. Ha volteggiato per tredici anni dentro un incubo ed è atterrata il 13 luglio del 2011.

C’erano una volta i Goodwill Games, i “giochi delle buone intenzioni”, un’invenzione del magnate Ted Turner per fare un po’ di quattrini e allentare le tensioni tra le superpotenze in coda alla guerra fredda. Sang Lan ci è approdata a 17 anni, in forza alla squadra cinese di ginnastica, con alle spalle un invidiabile palmares e tutta una vita di medaglie davanti. Poi, quel salto. Disgraziato. Nemmeno in gara, lontano dagli occhi del pubblico e soprattutto da quelli delle telecamere. Un esercizio di riscaldamento come una ginnasta ne fa a migliaia. La fatale distrazione, l’atterraggio scomposto, il colpo alla testa, il corpo che rimane immobile. La diagnosi dopo i primi soccorsi è subito spietata: frattura di due vertebre e gravi danni al midollo spinale. Sang Lan non potrà più muovere gli arti inferiori. La storia dei 13 anni trascorsi dal giorno dell’infortunio è arrivata davanti all’opinione pubblica cinese all’interno di una vicenda legale che si sembra essersi conclusa nei giorni scorsi ed ha visto opporsi l’ex ginnasta ormai trentenne con il suo agguerrito avvocato Hai Ming e gli organizzatori di quella manifestazione sportiva (che ormai non esiste più), i vertici della ginnastica Usa e i due tutori sinoamericani che si occuparono dell’allora ragazzina cinese durante la degenza newyorkese. Sang Lan nei mesi scorsi aveva chiesto tramite il suo legale un risarcimento da 1,8 miliardi di dollari, per non aver potuto usufruire della copertura assicurativa sulle spese mediche dopo il suo rientro in Cina, per le vessazioni subite dalla coppia di tutori e per le molestie sessuali esercitate da un loro figlio sul suo corpo inerme. Gli organizzatori dei Goodwill Games sono stati chiamati in causa, invece, per le responsabilità dirette nell’incidente. Secondo la versione di Sang, infatti, durante lo sciagurato esercizio all’interno dell’impianto sportivo un tecnico avrebbe rimosso un materasso causandole una fatale distrazione. I due tutori sinoamericani avrebbero inoltre intimato alla ragazza di non rivelare questo dettaglio nel corso delle prime fasi della sua riabilitazione, mentre erano in corso le indagini di rito sull’accaduto.

La strategia di Sang e del suo legale non è stata immune da critiche, relative soprattutto alla tempistica delle accuse. Perché aspettare più di dieci anni prima di intentare una causa contro i responsabili di fatti così gravi (e in realtà in parte già caduti in prescrizione)?

La giovane donna ha subito, soprattutto in rete, l’accusa di voler speculare cinicamente sulla propria vicenda. Molti cinesi non si sono fatti commuovere dalla tragica vicenda di Sang, e l’hanno descritta come una vittima, sì, ma di un avvocato arrivista e privo di scrupoli.

Nei giorni scorsi, il raggiungimento di un compromesso che sembra non scontentare nessuno. Lasciate cadere le accuse più pesanti, Sang Lan si è accordata con le compagnie assicurative americane per un risarcimento da 10 milioni di dollari in contanti e il pagamento vita natural durante delle spese mediche.

Sang Lan si dice ora felice per aver fatto valere i suoi diritti. L’avvocato Hai Ming fa sapere di non voler lucrare un soldo dalla vicenda e di aver consigliato all’ex ginnasta di devolvere in beneficienza il suo eventuale compenso.