Me lo sono immaginato così. Un boato. Un boato lungo 3,5 secondi. Poi, solo polvere, macerie e occhi di persone pieni di silenzio incatenati allo “spettacolo”. Alle 15 di giovedì scorso, 400 kg di dinamite hanno raso al suolo l’ultima contea di Chongqing destinata a essere sommersa dall’acqua della Diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze, quando raggiungerà il livello di 175 metri previsto dal progetto. La contea di Kaixian ha subito la stessa sorte di altre 11 contee, 116 villaggi e due città: non esiste più. Le 457 famiglie che vi abitavano, come un altro milione e mezzo di persone, sono state costrette a dire addio alle proprie case, al proprio lavoro e ai propri ricordi. E chissà quando potranno costruirsene dei nuovi, visto che ad oggi circa 14.000 sfollati non hanno ancora ottenuto una nuova sistemazione.
Avviato nel 1993, con un budget di 180 miliardi di yuan (22.5 miliardi di dollari) a cui bisogna aggiungere altri 10 miliardi di yuan per il ricollocamento delle persone sfollate, il progetto del più grande impianto idroelettrico del mondo consiste in una diga alta 185 metri e lunga 2309,47 metri che produrrà un bacino lungo più di 600 km, esteso per più di 10.000 km² e contenente 22 miliardi di m³ d’acqua.
Mancano solo 2 anni al completamento definitivo della diga che in totale produrrà 84.7 miliardi di Kilowatt equivalenti al 3% dell’energia elettrica consumata in Cina (e corrispondenti a circa 140 milioni di barili di petrolio), e nonostante ne senta parlare da anni, i numeri che la descrivono mi fanno sempre impressione.

Io sono andata a vederla assieme alla mia famiglia a febbraio dello scorso anno, prima che alzassero il livello da 135 m a 156 m. Ho fatto la crociera Chongqing – Yi Chang di 3 giorni. Mi ricordo il freddo, la foschia, il silenzio. Mi ricordo le città arrampicate sulle rive. Sembravano persone che si tenevano disperate a un margine scivoloso per evitare di cadere giù. In tutti i porti in cui ci siamo fermati, per arrivare in città, bisognava salire qualche centinaio di gradini. Servivano a superare la linea – ancora per poco immaginaria – dei 175 metri. Sopra quella linea la costruzione e il futuro; sotto, la distruzione e il passato.

Ogni tanto mi fermo a pensare che alcuni dei posti che ho visto non esisteranno più e che altri non esistono già più.

È sempre lo stesso discorso… quello del “mai più” , che a me colpisce tanto ma che in questo paese sembra essere diventato un passaggio obbligato verso il futuro.