Mai dire Mao

gao brothers statua testa

Non tira certo una buona aria per gli artisti cinesi. All’indomani della scarcerazione di Ai Weiwei – visibilmente provato e, a detta di molti commentatori, palesemente segnato psicologicamente dagli 80 giorni di detenzione – la paura di ritorsioni da parte del governo serpeggia tra molti altri protagonisti dell’arte contemporanea cinese. I fratelli Gao, ad esempio, hanno lamentato le pesanti e ingiustificate intrusioni nel loro bar-studio presso la 798, il distretto degli artisti a Pechino, e la richiesta immotivata di chiuderlo.
Nel 2009 ho avuto modo di incontrare e di intervistare i Gao Brothers. Parlammo di arte e censura e dell’ossessione per Mao, protagonista assoluto delle loro opere. La ragione delle ultime angherie subite dai due fratelli, secondo il sito Radio Free Asia, starebbe in una recente statua in cui il Grande Timoniere, rigorosamente riprodotto nelle fattezze femminili di Miss Mao, sta in equilibro sopra un’enorme testa di Lenin.

Di seguito la mia chiacchierata del 2009 con i 2 popolari fratelli.

Gesù Cristo è una statua indifesa. In piedi, le braccia abbassate, aperte in segno di rassegnazione. Guarda con pietà i suoi esecutori. Di fronte a lui un plotone formato da sei Mao Zedong gli punta contro i fucili e prende la mira. Gli sguardi sono concentrati, i visi contratti in una smorfia malvagia. Alle loro spalle, un altro Mao, l’ultimo, carica l’arma. Sul volto, la stessa espressione spietata.

«Per la composizione de “l’Esecuzione di Cristo” ci siamo ispirati a Manet e alla sua “Fucilazione di Massimiliano”», dice Gao Qiang, 47 anni, il più giovane dei fratelli Gao, due tra le personalità più importanti e controverse della scena artistica cinese contemporanea con all’attivo esposizioni a Chicago, New York, Parigi e Mosca. Poi si avvicina, in mano ha una borsa scura. Protetta al suo interno c’è una testa. La posiziona sopra ad un corpo acefalo inginocchiato con la mano destra appoggiata sul cuore. Di nuovo il Grande Timoniere. Questa volta la statua si sta confessando e la sua espressione è di disperazione e rimpianto. «Abbiamo voluto umanizzarlo, trasformarlo in un essere umano che si pente dei suoi peccati», spiega Gao Zhen, 53 anni. Un’immagine troppo forte a cui la Cina non è ancora pronta, nemmeno se a proporla sono i suoi più audaci artisti d’avanguardia. I Gao, infatti, sono costretti a tenere separate le due parti dell’opera “La colpa di Mao” e ad unirle solo in occasioni speciali. Troppo grande il rischio di irritare le autorità e finire nelle maglie della censura. E di censura, i due fratelli se ne intendono.
Attivi dal 1985, i Gao Brothers si sono presto messi in luce per un’arte provocatoria e dissacrante, critica nei confronti del potere. A Pechino, il loro studio all’interno della 798, l’ormai celebre quartiere degli artisti, è stato spesso perquisito, le loro mostre sono state più volte ostacolate. Fino al 2004 le autorità si sono rifiutate di rilasciar loro il passaporto: vietato promuoversi all’estero. Annullati gli impegni negli Stati Uniti, niente vetrina alla Biennale di Venezia.
Quella dei Gao è un’arte che guarda al passato per raccontare la Cina contemporanea e le sue continue metamorfosi. Arrabbiata, graffiante, a volte grottesca e irriverente, si concentra spesso – anche se non unicamente – su tematiche e personaggi ritenuti “sensibili” dalle autorità di Pechino.
«L’artista cinese al giorno d’oggi è teoricamente libero di affrontare ogni tipo di argomento», afferma Gao Qiang, «a patto che lo faccia nel chiuso del suo laboratorio. Quando vuole rendere pubblico il suo lavoro, le regole cambiano». La negazione dell’arte, rinchiusa tra le pareti di uno studio sulla cui porta campeggiano i caratteri di un divieto: “Spazio privato. Vietato l’accesso agli estranei”.
Fin dai tempi della personale “Ash Red”, nel 2006, quando un gruppo di funzionari recapitò una lista delle opere da rimuovere, i due fratelli si sono spesso visti costretti ad organizzare mostre clandestine. Piccoli eventi che durano il tempo di una serata. I cosiddetti “Gao’s party” si tengono nel loro studio e sono aperti solo a persone fidate. Gli inviti si possono ottenere attraverso il passaparola e gli sms.
Tuttavia, non sempre sono sufficienti questi accorgimenti per far fronte alla censura.
«Lo scorso marzo, di notte, ci hanno rubato la scultura in cui un gruppo di poliziotti trascina in strada una prostituta durante la retata in un bordello. Le autorità hanno ammesso di aver requisito il pezzo solo dopo che abbiamo sporto denuncia alla polizia. Al momento non ci hanno ancora restituito l’opera e non sappiamo nemmeno se e quando lo faranno», dice Gao Zhen indicando il vuoto lasciato nel salone da quella sottrazione indebita. Ironia della sorte: la retata di una retata.

Visitare lo studio dei Gao significa davvero immergersi nel contraddittorio presente del Gigante Asiatico. Ci si può imbattere in una gigantografia come “The Forever Unfinished Building”, in cui su uno sfondo architettonico che sembra richiamare le opere di Escher si stagliano rappresentanti di ogni strato della società cinese: migrant worker giunti in massa dalle campagne, monaci buddisti, pin up, guidatori di biciclette e proprietari di auto di lusso, le star cinesi delle Olimpiadi 2008. Tra queste, compare anche un maratoneta con il pettorale 1989, il tragico numero di Tiananmen, l’ennesimo tema tabù di quest’arte che ama scherzare con il fuoco.

In un’altra serie di enormi quadri prendono invece forma le pagine di cronaca dei giornali cinesi, con le fotografie dei rastrellamenti nei quartieri a luci rosse. Donne semisvestite, di spalle, piangono e si coprono il viso davanti alle divise della polizia. Vergogna, umiliazione, prepotenza, impotenza descritte da una pittura cruda e aggressiva. «La nostra fonte di ispirazione è la società cinese. Il nostro paese è ancora uno stato di polizia in cui tutto ruota attorno al potere». E di un potere vecchio ma ancora in auge raccontano, infine, le tantissime riproduzioni della figura di Mao Zedong. Infinite variazioni sul tema, utilizzando stili e tecniche diverse. Il Mao deicida che cita l’impressionismo, il Mao prostrato che chiede umilmente perdono, fino all’irriverente serie delle statue di “Miss Mao” in cui il Timoniere ostenta un seno turgido e all’occorrenza un naso fallico.
L’ossessione per Mao ha radici profonde e drammatiche. I Gao erano ragazzi all’epoca della Rivoluzione Culturale. «Un periodo folle», ricordano, «l’istruzione era una bugia, ma le bugie in quegli anni diventavano verità. Mao controllava ogni cosa: politica, educazione, stampa, cinema. Tutto. Bastava un’antipatia personale per essere etichettati come nemici del popolo». Proprio quello che è accaduto al padre dei due artisti. «Un giorno degli uomini sono venuti a prenderlo e lui non è più tornato a casa. Ci hanno detto che si era suicidato, non ci abbiamo mai creduto. Nostra madre è rimasta da sola con 6 figli. È stato il momento più difficile della nostra vita. Per fortuna, eravamo circondati da parenti generosi che ci hanno aiutato, soprattutto finanziariamente, senza volere niente in cambio».
«Una delle immagini più nitide della mia infanzia», racconta Gao Qiang, «è la maestra delle elementari che il primo giorno di scuola mi fa scrivere “lunga vita al Presidente Mao” sul quaderno. Mi ricordo che non capivo il senso di tante attenzioni per quel vecchio signore». Nell’anno in cui la Repubblica Popolare festeggia il suo sessantesimo anniversario, i due fratelli continuano a maneggiare con coraggio una delle icone più controverse del ‘900 e a rispettare a modo loro quell’auspicio di longevità. Proiettando nel futuro, stravolgendola, l’ombra di Mao.

La Società di Mutuo Soccorso dei giornalisti cinesi

W020090313415415163478

L’idea è antica e semplice. Se un giornalista rimane ferito sul campo oppure si ammala gravemente, i suoi colleghi per sostenerlo gli doneranno mensilmente dai 10 ai 100 yuan. Una volta ristabilitosi, il professionista dovrà a sua volta adoperarsi personalmente per il funzionamento dell’associazione di auto mutuo aiuto. Un meccanismo così semplice che non sembrava realizzabile nemmeno al suo ideatore, il fotoreporter Fu Ding. Prima di postare la proposta sulla sua bacheca di Weibo (il Twitter cinese), non avrebbe scommesso un soldo sul consenso di qualche collega. E invece si è dovuto ricredere. In poche ore le adesioni si sono moltiplicate e dopo soltanto una settimana i giornalisti che hanno risposto all’appello erano già 350. Dalla rete è emersa ancora una volta una delicata tematica: la difesa professionale dei lavoratori cinesi del mondo dell’informazione, a tutt’oggi privi di un vero organo di tutela, se si esclude la governativa All-China Journalists Association, per molti un puro dipartimento con compiti di propaganda. Sempre più spesso, in Cina, il lavoro dei giornalisti è duramente ostacolato e si moltiplicano gli episodi di violenza che vedono coinvolti i reporter più audaci e coraggiosi. A detta di alcuni fotografi, il momento del primo pestaggio è diventato una tappa obbligata della carriera, una sorta di battesimo professionale.

Gli operatori dei media che non hanno ancora subito pressioni o violenze, in realtà, sono stati più semplicemente corrotti, alimentando la sfiducia della gente sull’operato di giornali e telegiornali. Fece scandalo, qualche anno fa, la foto che immortalava gli inviati speciali sul luogo di un disastro in una miniera in fila davanti al padrone dell’impianto per ricevere la classica mazzetta e mettere a tacere le polemiche sulla sicurezza degli operai.

Giornalisti come Fu Ding sono disposti a giurare sull’onestà di gran parte della categoria, che però deve fare i conti con la grama realtà di una professione estremamente usurante. Orari pazzeschi, corse ad ostacoli, nessuna tutela legale, lavori minuziosi non pubblicati perché scomodi, infinite pressioni affinché le notizie siano sempre e soltanto buone notizie.

Fu Ding ammette di essere mosso altresì da una motivazione personale. Il suo giovane collega, il ventisettenne Chen Kun, è gravemente malato. Insieme i due hanno eroicamente raccontato ai cinesi il dramma del terremoto del Sichuan. Chen Kun si è distinto in particolare per essersi preso cura del figlio di una donna rimasta intrappolata sotto le macerie. Ora è lui ad aver bisogno dell’aiuto dei cinesi. Almeno di quelli che condividono il suo stesso mestiere.

La carica dei 50 kg di scorpioni

1_174715_1

L’edilizia in Cina, si sa, è un mercato che tira come pochi altri. Chi osserva quel mondo è abituato a leggere di demolizioni forzate di vecchi edifici destinati far posto a nuovi e avveniristici palazzi. Ha fatto notizia, in questi anni, anche l’epopea delle “case chiodo” piantate dentro enormi cantieri con gli eroici abitanti decisi a resistere a oltranza contro l’invadenza delle ruspe. Direttamente da Shenzhen arriva oggi la notizia di un nuovo capitolo nella lotta tra costruttori e cittadini sfrattati. Un imprenditore locale (che sarebbe stato visto da alcuni testimoni) è accusato di aver introdotto in un complesso abitativo una nutritissima colonia di scorpioni, al fine di convincere gli abitanti a cambiare aria. Un certo Chen, al risveglio, ha sentito la sua pelle percorsa dalle zampe di uno di questi sgraditissimi ospiti, prima di accorgersi che tutta la sua stanza era invasa da analoghe presenze. Resosi necessario l’arrivo delle forze dell’ordine, alla fine di un accurato intervento di disinfestazione è stata quantificata la presenza nell’edificio di 50 kg di scorpioni. Vivi e velenosi. Le vittime dell’invasione avrebbero comunque dovuto entro qualche tempo abbandonare le loro dimore; era tuttavia ancora in corso la trattativa per la dovuta compensazione economica cui hanno diritto. Chissà se il curioso espediente accelererà o rallenterà il negoziato.

Il volo interrotto di Sang Lan

0013729e48090f63928119

Sang Lan ha spiccato il suo volo di libellula nella lontana estate del 1998. Ha volteggiato per tredici anni dentro un incubo ed è atterrata il 13 luglio del 2011.

C’erano una volta i Goodwill Games, i “giochi delle buone intenzioni”, un’invenzione del magnate Ted Turner per fare un po’ di quattrini e allentare le tensioni tra le superpotenze in coda alla guerra fredda. Sang Lan ci è approdata a 17 anni, in forza alla squadra cinese di ginnastica, con alle spalle un invidiabile palmares e tutta una vita di medaglie davanti. Poi, quel salto. Disgraziato. Nemmeno in gara, lontano dagli occhi del pubblico e soprattutto da quelli delle telecamere. Un esercizio di riscaldamento come una ginnasta ne fa a migliaia. La fatale distrazione, l’atterraggio scomposto, il colpo alla testa, il corpo che rimane immobile. La diagnosi dopo i primi soccorsi è subito spietata: frattura di due vertebre e gravi danni al midollo spinale. Sang Lan non potrà più muovere gli arti inferiori. La storia dei 13 anni trascorsi dal giorno dell’infortunio è arrivata davanti all’opinione pubblica cinese all’interno di una vicenda legale che si sembra essersi conclusa nei giorni scorsi ed ha visto opporsi l’ex ginnasta ormai trentenne con il suo agguerrito avvocato Hai Ming e gli organizzatori di quella manifestazione sportiva (che ormai non esiste più), i vertici della ginnastica Usa e i due tutori sinoamericani che si occuparono dell’allora ragazzina cinese durante la degenza newyorkese. Sang Lan nei mesi scorsi aveva chiesto tramite il suo legale un risarcimento da 1,8 miliardi di dollari, per non aver potuto usufruire della copertura assicurativa sulle spese mediche dopo il suo rientro in Cina, per le vessazioni subite dalla coppia di tutori e per le molestie sessuali esercitate da un loro figlio sul suo corpo inerme. Gli organizzatori dei Goodwill Games sono stati chiamati in causa, invece, per le responsabilità dirette nell’incidente. Secondo la versione di Sang, infatti, durante lo sciagurato esercizio all’interno dell’impianto sportivo un tecnico avrebbe rimosso un materasso causandole una fatale distrazione. I due tutori sinoamericani avrebbero inoltre intimato alla ragazza di non rivelare questo dettaglio nel corso delle prime fasi della sua riabilitazione, mentre erano in corso le indagini di rito sull’accaduto.

La strategia di Sang e del suo legale non è stata immune da critiche, relative soprattutto alla tempistica delle accuse. Perché aspettare più di dieci anni prima di intentare una causa contro i responsabili di fatti così gravi (e in realtà in parte già caduti in prescrizione)?

La giovane donna ha subito, soprattutto in rete, l’accusa di voler speculare cinicamente sulla propria vicenda. Molti cinesi non si sono fatti commuovere dalla tragica vicenda di Sang, e l’hanno descritta come una vittima, sì, ma di un avvocato arrivista e privo di scrupoli.

Nei giorni scorsi, il raggiungimento di un compromesso che sembra non scontentare nessuno. Lasciate cadere le accuse più pesanti, Sang Lan si è accordata con le compagnie assicurative americane per un risarcimento da 10 milioni di dollari in contanti e il pagamento vita natural durante delle spese mediche.

Sang Lan si dice ora felice per aver fatto valere i suoi diritti. L’avvocato Hai Ming fa sapere di non voler lucrare un soldo dalla vicenda e di aver consigliato all’ex ginnasta di devolvere in beneficienza il suo eventuale compenso.

Il 1° Luglio di Sven Englund, cittadino non gradito

Sven Englund è uno studente svedese di 24 anni, e ieri è stato espulso dalla Cina.
Motivazione ufficiale: “aver messo a rischio l’ordine pubblico e aver violato l’articolo 55 della legge sulla sicurezza sociale della Repubblica Popolare Cinese”.
In realtà, il sedizioso europeo non ha fatto altro che pubblicare sul suo blog cinese una lettera aperta a Hu Jintao, in cui chiedeva al Presidente della Repubblica Popolare di partecipare ad un flash mob in favore della libertà.
Il 27 giugno, Englund ha postato alcuni autoscatti sulla falsariga di quelli realizzati dall’artista attivista Ai Weiwei e si è così rivolto alla massima autorità cinese:

“Caro Presidente,

non ha risposto alle mie prime due lettere. Probabilmente è troppo impegnato nella preparazione delle celebrazioni del 1° Luglio [n.d.r.: il 90° anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese]. In realtà, anch’io ho i miei programmi. Oggi, ho scattato alcune foto nel distretto Putong di Shanghai. L’idea l’ho presa da Ai Weiwei. Ha presente Ai Weiwei? Ha tenuto una mostra d’arte denominata “Fuck Art”. Io di solito non uso termini come quelli, ma sono d’accordo sul fatto che la libertà di informazione sia molto importante. A mio parere, la Cina non ha questa libertà. Quindi per il mio 1° Luglio avrei questo progetto: un’azione di flash mob con inizio alle ore 18:00 nel distretto di Pudong. Non posso andarci da solo, ho proprio bisogno di un flash mob. È per questo che vorrei che lei prendesse parte all’iniziativa e inoltrasse questo messaggio a tutti i suoi amici che amano la libertà. Se non avesse tempo di venire a Shanghai, può sempre organizzare un flash mob in qualsiasi altra città. Ok?”.

Il post prosegue spiegando i dettagli della manifestazione pacifica e invitando i partecipanti a mettere in evidenza su qualche parte del corpo i caratteri 自由 Ziyou, quelli della parola “libertà”.
La risposta delle autorità cinesi non si è fatta attendere: Englund è stato subito chiamato a sostenere un interrogatorio dalla polizia. Gli è stato requisito il passaporto e gli è stato chiesto di scrivere un post di rettifica in cui annullare il flash mob spiegandone la sua formale illegalità. Il giovane, infatti, secondo la polizia avrebbe dovuto inoltrare una preventiva richiesta di autorizzazione.


Venerdì 8 luglio il visto da studente di Sven Englund è stato revocato e sabato il giovane è stato costretto ad espatriare e tornare in Svezia.

Da molto tempo la Cina non espelleva dal suo territorio cittadini stranieri. Un segnale anche questo della crescente paura che il governo cinese ha di internet. Le rete, infatti, viene identificata sempre di più come un luogo di potenziale aggregazione sociale, in particolar modo da quando a febbraio si sono moltiplicati, e sono stati immediatamente censurati, gli inviti a diffondere anche in Cina lo spirito della “Jasmine Revolution”.

(La foto di Ai Weiwei da cui ha tratto ispirazione Sven Englund)

La giornata “felice” di un consumatore cinese

Negli ultimi anni, e in particolar modo negli ultimi mesi, non passa giorno in Cina senza che venga diffusa la notizia della scoperta di qualche scandalo alimentare: dal latte alla melamina alla carne di maiale fluorescente, dalle angurie che esplodono per l’uso eccessivo di sostanze fertilizzanti fino ai pesci imbottiti di ormoni. A questi fatti bisogna aggiungere tutta una serie di altre problematiche complesse legate all’inquinamento, ai prezzi delle case sempre più elevati e ai prodotti cancerogeni o velenosi. Insomma, per il cittadino cinese i motivi di quotidiana preoccupazione non mancano. I consumatori del Celeste Impero, però, sono sempre più consapevoli di quello a cui vanno incontro. Per ora si limitano a farne una satira ironica da diffondere sui social network cinesi, ma è probabile che in futuro potranno mettere in campo strategie di difesa dai vari soprusi molto più concrete. E quello che accadrà, se accadrà, non potrà che fare notizia.

Tratto da Renren, il cosidetto “facebook cinese”:

Quando mi sveglio la mattina, mi lavo i denti con il dentifricio contenente glicol dietilenico,

Mi lavo la faccia con l’acqua puzzolente di alghe,

Preparo al mio bambino una bottiglia di latte che contiene melamina e ormoni, mentre bevo il latte di soia prodotto dai laboratori clandestini.

Mangio un impasto intrecciato fritto nell’olio scolato e due uova saltate di anatra con il Sudan rosso (colorante alimentare illegale e cancerogeno),

Talvolta, mangio panini al vapore il cui ripieno di carne è fatto con i cartoni di carta da macero e sottaceti conservati nei secchi della vernice.

Quando ho finito di mangiare e bere, vado nella fabbrica di sigarette di contrabbando dove lavoro e arrivo in tempo.

Dò una sbirciatina alle informazioni sul mercato azionario dal mio cellulare falso: è precipitato da 6.124 a 1,240.46.

A mezzogiorno, vado in mensa per il pranzo con i miei colleghi.

Ordino anguilla piccante, nutrita con contraccettivi orali per farla diventare più grande, e un piatto di gamberi pescati dagli avanzi, e un po’ di cavolo cinese irrorato di DDVP (insetticida),

Poi prendo una ciotola di riso ammuffito e velenoso.

Il proprietario versa una tazza di tè con foglie contenenti quantità di metalli pesanti 100 volte superiori al limite.

Quando pago il conto, mi dice che 168 yuan ($ 25) è un numero che porta bene e non mi fa alcuno sconto. Il proprietario mi dà in resto alcune banconote false.

In serata, torno a casa.

Cucino al vapore il maiale che contiene clenbuterolo cloridrato (un additivo illegale),

Preparo un piatto freddo di meduse intrise di formalina,

prendo un panino che contiene un agente sbiancante fluorescente,

sorseggio una tazza di liquore adulterato con il metanolo.

Quando sto per andare a dormire, la formaldeide rilasciata dai materiali delle nuove costruzioni infastidisce i miei occhi talmente tanto da farli lacrimare.

Quindi posso solo nascondere la testa nella mia trapunta imbottita con “cotone dal cuore nero (cotone pericoloso e usato e rifiuti industriali in fibra).”

Al pensiero che ci sono ancora 400.000 yuan, più gli interessi da pagare prima di estinguere il mutuo della casa, mi rigiro nel letto e non riesco ad addormentarmi.

Frugo in giro per la casa in cerca di sonniferi e inghiotto mezza bottiglia, ma non funziona.

L’assaggio un po’. Buona. Per fortuna, è solo polvere di riso glutinoso…

L’attraversata che non possiamo capire

Prima di tornare in Cina, un’altra goccia d’Italia, d’Europa.

Rami l’ho incontrato il 28 marzo, sul treno Ventimiglia-Milano. Ero reduce da uno dei miei  collegamenti da inviata di Caterpillar. Sarà che era l’ultima settimana di lavoro prima del salto nel vuoto, sarà che arrivavo da un crescendo di emozioni fortissime (ero stata a Lampedusa, avevo intervistato il professor Olivier Roy, avevo parlato con diversi migranti …), saranno state tutte queste cose assieme, fatto sta che quel giorno, dopo aver ascoltato e fatto ascoltare in diretta nazionale Ymet – tunisino di 24 anni arrivato a Lampedusa un mese prima, scappato da Manduria, costretto a Ventimiglia da 5 giorni senza possibilità di lavarsi o dormire in un posto diverso dal pavimento freddo e bagnato -sono salita sul treno e ho cominciato a piangere. Credo fosse rabbia. Non mi ero mai sentita così impotente e inutile.

Rami era seduto nel mio stesso scompartimento, un sedile più in là. L’ho notato solo dopo che un po’ di lacrime erano già scese. Mi guardava in silenzio. A un certo punto mi ha rivolto un sorriso complice e a me è venuto spontaneo chiedergli da dove venisse. “Da Gafsa, Tunisia. Sono arrivato in Italia 6 anni fa”.

È cominciata così la nostra chiacchierata di quasi tre ore.

29 anni – la mia età. Alto, con lo sguardo dolce ma pieno di orgoglio e fierezza. Uno di quegli sguardi che – lo noti subito – vedono molto più in là di quello che stanno fissando.

Ho pensato di condividere il suo racconto con chi volesse leggerlo. Perché Rami mi ha ringraziato diverse volte solo per il fatto di averlo ascoltato. “Non avevo mai raccontato tutta la storia. Di solito non interessa a nessuno. Grazie. È stata quasi una seduta dall’analista”, mi ha detto quando siamo scesi a Milano.

Ho tentato varie volte di venire in Italia.

La prima via terra, a piedi. Avevo 19 anni. Sono arrivato fino in Grecia, ma da lì mi hanno rispedito in Turchia e infine in Tunisia.

Poi ho affrontato la traversata del Mediterraneo. Durante il primo tentativo la polizia italiana ha intercettato il nostro barcone e ci ha scortato finché non siamo entrati in acque territoriali libiche. A quel punto, la polizia di Gheddafi ci ha portati a riva e chiusi in un hangar con altre 600 persone per circa 20 giorni. Tunisini, eritrei, somali. Tutti insieme. Da mangiare, ci davano solo un pomodoro e un tozzo di pane ogni 24 ore. Se mi chiedi come mi hanno trattato, posso dire che sono ancora vivo, quindi non posso dire che mi abbiano fatto male.

Quando mi hanno liberato sono tornato in Tunisia per 4 giorni, ma tornare a casa è insopportabile per chi parte ma fallisce l’impresa. Quindi mi sono diretto nuovamente in Libia per ritentare un’altra volta l’attraversata.

Ma non mi è andata bene. Mentre ero nascosto nella sabbia e con i miei compagni aspettavo il segnale per correre in acqua e raggiungere la barca, è arrivata la polizia. Io sono riuscito a scappare, ma alcuni dei miei compagni di viaggio sono stati catturati. Pena minore, a quei tempi, 10 anni di carcere.

C’è una cosa di cui sono convinto. Voi non potete capire perché lo facciamo. Non avete proprio idea. In Tunisia non c’è libertà, bisogna perfino stare attenti a quello che si dice per la strada. Viviamo, ma non sentiamo di essere vivi. Io in Tunisia ho lavorato per guadagnare abbastanza e poter partire. Facevo il saldatore. Ogni giorno arrivava qualche poliziotto e pretendeva metà del mio stipendio quotidiano. Tutti i giorni. Puoi chiamarla vita questa? Come si fa a non voler partire?

Il terzo tentativo è stato quello buono. 1000 dinari, circa 500 euro. In 140 siamo rimasti dentro un garage a lungo ad aspettare il segnale della partenza. Siamo salpati un sabato notte. Anche in quest’occasione appartenevamo ad etnie diverse: tunisini, eritrei, somali, ciadiani, libici… C’erano anche 4 donne.

Quando il viaggio comincia sei entusiasta, pensi che finalmente stai sfruttando l’occasione della tua vita. Poi, appena la riva sparisce alle tue spalle, subentra la paura e ti chiedi “cosa cazzo sto facendo?” Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro.

Ogni volta che la barca plana sull’onda e senti la chiglia sbattere sull’acqua e poi rialzarsi ringrazi dio. Pensi: è passato un altro secondo e io sono ancora vivo. Ma la paura che la barca non si rialzi è forte. Che si schianti, che si rovesci. O che si fermi, come è successo a noi.

Dopo diverse ore di navigazione, infatti, il motore si è rotto e siamo rimasti fermi. C’era vento, pioveva. Faceva freddo. Abbiamo cominciato a dare fuoco ad alcune magliette e ad agitarle per farci vedere dalle altre barche. Vedi questa lunga cicatrice sul polso? Mi sono arrotolato una maglia addosso e l’ho bruciata per chiedere aiuto alle navi distanti, ma è stato tutto inutile.

Poi, piano piano, le persone hanno cominciato a morire. Cioè, erano vive ma avevano gli occhi vuoti, come se fossero già morte.

Una delle ragazze era incinta e ha avuto un aborto spontaneo sulla barca. Urlava, urlava, urlava. Il marito le ha coperto le gambe con un giubbotto. Lei ha espulso dal suo corpo un grumo di sangue morto, che aveva già le sembianze di un essere umano. Non lo dimenticherò mai. L’abbiamo buttato in mare.

Siamo rimasti in balia delle onde per circa 2 giorni. Dico circa perché in mare il tempo si confonde. Di giorno tutto è blu, di notte tutto è nero. Dopo un po’ la cognizione temporale si riduce solo a questa alternanza di colori.

Ci ha incrociati una nave della polizia libica. Ci ha girato attorno un paio di volte e ci ha lasciati lì, in mezzo al nulla, con il cibo e l’acqua che cominciavano a scarseggiare. Quindi, abbiamo strappato via dalla cabina di guida alcune assi di legno per usarle come remi. Ci siamo organizzati in turni e per tre giorni ci siamo dati il cambio. Al quinto giorno non c’era già più niente da mangiare e da bere. Abbiamo cominciato a bere l’acqua del mare, a mangiare carta, borotalco… Il nostro capo era un nero. Sulle barche c’è una gerarchia molto rigida. Il clan che organizza la traversata ha i posti migliori e prende le decisioni. Mi ricordo come fosse ora il momento in cui ha indicato un quindicenne che sembrava morto nonostante respirasse ancora. Ci ha detto: “se muore, non abbiamo altra scelta che mangiarlo”.

Poi, finalmente, dopo un lungo succedersi di nero e blu, abbiamo scorto delle luci in lontananza. Erano due petroliere maltesi. Avevamo il vento contrario, quindi senza motore era impossibile avvicinarsi con la barca. Due ragazzi che sapevano nuotare si sono offerti di raggiungere a nuoto le navi per chiedere aiuto. Abbiamo calato l’ancora e loro sono partiti. Il vento, però, era troppo forte, e le onde troppo alte; restare ancorati era troppo rischioso. La barca avrebbe potuto rovesciarsi. Siamo stati costretti a levare gli ormeggi e, inevitabilmente, ci siamo allontanati sempre di più dalle due imbarcazioni, finché non le abbiamo perse di vista. In seguito, ho saputo che per fortuna i due ragazzi sono stati salvati dai maltesi.

Il settimo giorno ecco altre luci. Questa volta erano quelle di Lampedusa. La guardia costiera ci è venuta incontro e ci ha scortato fino al molo. Miracolosamente, eravamo tutti vivi. Quando siamo scesi dal barcone e abbiamo appoggiato i piedi a terra, siamo caduti dal primo all’ultimo. Dopo giorni e giorni di mare, nessuno è riuscito a mantenere l’equilibrio. Io ho trascorso due giorni disteso prima di essere in grado di rialzarmi senza che mi girasse la testa. A Lampedusa ci hanno dato acqua e cibo, vestiti asciutti.

Ero felicissimo. Era come se fossi rinato. Su quell’isola è cominciata la mia seconda vita. È per questo che io festeggio il compleanno due volte: il 13 marzo, il mio compleanno anagrafico; il 25 giugno, la data del mio sbarco in Italia.

Dopo tre giorni sull’isola mi hanno spedito nel centro di accoglienza di Crotone. Sono riuscito a scappare e sono andato a Napoli, dove ho conosciuto dei tunisini che andavano a Foggia. Mi sono unito a loro e ho lavorato per una settimana come vendemmiatore. Ma non mi pagavano e io ero troppo stanco: non dormivo praticamente da un mese. Sono scappato di nuovo e questa volta ho cercato di raggiungere Venezia, dove vivevano alcuni miei amici tunisini. Arrivato a Mestre mi hanno portato in una casa abbandonata dov’erano accampati un sacco di immigrati. Ho dormito quattro giorni di fila, senza pausa. Per 5 – 6 mesi sono rimasto lì. Cercavo lavoro, ma non trovavo niente. Un giorno mentre stavo appisolato sotto la pensilina di una fermata dell’autobus, una ragazza che veniva lì tutti i giorni mi ha invitato a casa sua affinché potessi lavarmi. Io all’inizio ho rifiutato, poi ho accettato e sono stato da lei due giorni. Mi ha comprato dei vestiti nuovi e mi ha presentato due marocchini che vivevano in Italia da tanti anni. Grazie a loro ho cominciato a lavorare a Marghera, come saldatore. Guadagnavo 50 euro al giorno e lavoravo tre giorni a settimana. Ho fatto questo lavoro per tre anni. A nero, naturalmente. Rimanevo un clandestino, quindi, ho cominciato ad avere paura e sono tornato in Sicilia, dove i controlli sono meno severi. Ma sull’isola mi pagavano la metà e lavoravo anche 13 ore al giorno, quindi sono tornato a Marghera e ho cominciato a vendere i fiori. Poi mi sono trasferito a Bruxelles, dove vivo da quasi due anni. Adesso sto andando a Venezia a prendere due amici tunisini che sono arrivati da Lampedusa. Spero di riuscire a portarli a Bruxelles con me. Posso aiutarli a trovare lavoro. Ma il mio sogno è quello di tornare in Italia. L’Italia mi piace tanto.

Sto aspettando che la situazione in Tunisia si stabilizzi, vorrei tornare a far visita a mia madre. Non la vedo da più di sei anni, anche se ogni tanto la sento al telefono. Mi mancano, lei, le mie sorelle e la mia terra.

Come mi vedo tra 10 anni? Mi vedo sposato, padre di due bambini. Mi vedo vivo in un posto in cui sto bene e dove mi sento libero.


Da Pechino a Lampedusa

La Cina è una grande frontiera, quella che probabilmente ci separa dal futuro. Dal 26 febbraio al 5 marzo ho visitato un altro luogo estremo, un altro punto di passaggio e di passaggi. Una porta: Lampedusa. So che il tema di questo diario, scritto per il sito di Caterpillar, sembrerà non c’entrare moltissimo con i materiali che solitamente entrano ed escono dall’offiCina. Eppure forse qualcosa in comune esiste, tra il lembo di terra più a sud dell’Italia e il continente in cui ho vissuto negli ultimi anni. Esiste ed ha a che fare con il nostro paese, con la Cina e con il futuro di entrambi.
E manco a dirlo, a Lampedusa ho incontrato anche la Cina. Nei panni di due cronisti della CCTV, inviati dei giganti nella terra dei lillipuziani.

PICCOLO DIZIONARIO DEL MIO VIAGGIO A LAMPEDUSA

ARRIVO. L’arrivo a Lampedusa mi spaventava. Avevo letto articoli e visto servizi al Tg che descrivevano una situazione allarmante. E il sindaco ci aveva messo del suo emettendo un’ordinanza che vietava “l’accattonaggio e i comportamenti non decorosi” e dichiarando che le donne lampedusane avevano paura di uscire di casa per i troppi tunisini a zonzo per il centro del paese.
Hanno ragione i lampedusani quando dicono che i media distorcono la realtà. Io aggiungo che anche i politici non scherzano. La situazione dell’isola è complessa, ma tutt’altro che pericolosa.

BAFFI. Quelli imperiali di Sandro Ruotolo, incontrati per caso dentro il tempo di un caffè alle 9 del mattino.

CENTRO DI ACCOGLIENZA. Ho provato ad entrarci inutilmente per 5 volte, senza mai ricevere il permesso. Nei miei primi giorni a Lampedusa i suoi cancelli erano aperti e i ragazzi tunisini andavano e venivano. Poi si è tornati alla normalità: immigrati dentro e resto del paese fuori. Due mondi mantenuti completamente separati.

DISPERSI. Ho incontrato Salvatore Tuccio per caso, sulla strada che portava al centro di accoglienza. A causa del maltempo aveva aspettato la barca 7 giorni per portare da Linosa a Lampedusa un mazzo di foto ricevute da amici tunisini. 29 fotografie, 29 volti di persone scomparse il 14 febbraio 2011, in seguito allo speronamento compiuto da una motovedetta tunisina ai danni di un barcone carico di migranti al largo di Gabes. Approcciava i giovani magrebini.
“Li riconosci? Hai mai visto questi ragazzi?”
“No, non li conosco…”
“Si, lui so chi è. Veniamo dallo stesso villaggio. Ma so che è morto…”
29 volti. Il più giovane, quello di un sedicenne.

ESTREMO ORIENTE. In chi altro potevo andare a imbattermi io in un’isola minuscola di 6000 abitanti dispersa nel Mediterraneo se non in due distinti signori cinesi??? Giornalisti della CCTV, la più importante rete televisiva della Repubblica Popolare Cinese (raggiunge picchi di 800 milioni di spettatori). Mi chiedono aiuto nella traduzione di un’intervista, e io ovviamente li sfrutto per il collegamento in diretta. Mi tolgo pure una curiosità: come si mangia nella mensa della CCTV? Mi umiliano. Sembra che la “Rai cinese” sia famosa per offrire pranzi rinomatissimi. Questi cinesi sono davvero avanti.

FELICITÀ. La felicità di chi sbarca stremato ma vivo dall’altra parte del mare e come primo gesto grida “Grazie Lampedusa”.

GIOVANI. Cosa fanno i giovani di Lampedusa? Come vivono? Ho cercato a lungo questa risposta. Ho scoperto che tanti – inevitabilmente – se ne vanno, anche loro migranti. E continuano a sentire dentro il forte legame con “lo scoglio”, come chiamano la loro l’isola. Rimane solo chi decide di imparare il mestiere di pescatore o chi riesce a trovare un lavoro nel settore della ristorazione. Antonino e Giacomo però non si arrendono, e assieme ad alcuni coetanei hanno messo in piedi la onlus “Alternativa Giovani” per creare occasioni di socialità e sensibilizzazione nei confronti delle problematiche dell’isola. Gianfranco e Eletta, invece, assieme a Paola, hanno recuperato la storia di Lampedusa “ponte” tra due sponde. “Perché Lampedusa non è una porta come dicono tutti”, mi dice Gianfranco, “è un ponte”.

HAMDI. 26enne tunisino. Lo incontro in via Roma, la strada principale del paese. Gli faccio una breve intervista video. Termino la registrazione, ma lui continua a parlare. È arrivato in Italia al suo quarto tentativo di attraversamento del Mediterraneo. “Per tre volte la guardia costiera tunisina mi ha rispedito indietro”, dice. “Ho tentato anche il percorso via terra: non avevo più soldi, mi restavano solo le gambe, così mi sono messo a camminare… Sono riuscito ad arrivare fino in Albania, ma lì mi hanno rimandato in Tunisia”. Parla un italiano quasi perfetto, dice che l’ha imparato guardando Vespa e Marzullo. Dice che sono proprio la Televisione e Internet che l’hanno convinto che l’Italia sia un bel posto, il posto giusto. E’ partito col mare in burrasca, aveva paura, ma piuttosto che restare in Tunisia avrebbe preferito morire. Si ricorda bene di una ragazza che ha viaggiato con lui e gli altri 200. Era incinta all’ottavo mese. Il rischio era che partorisse in viaggio. Per fortuna non è successo e ora anche lei è in Italia. Ha la faccia che è un sorriso, Hamdi.

ISOLA. A Lampedusa sei lontano da tutto. Se la nave dalla Sicilia non arriva (e durante la mia permanenza non è arrivata per 7 giorni), gli scaffali dei supermercati si svuotano senza essere riforniti, la frutta scarseggia e piano piano diventa marcia, la carne finisce, la posta non parte. Se hai bisogno di un intervento medico, di una radiografia, se devi partorire, estrarre un dente ti tocca prendere l’aereo per Palermo e pagarti un albergo là, se non hai la fortuna di avere qualche parente pronto ad ospitarti. Se finisci le scuole medie, non vuoi smettere di studiare ma pensi che il liceo scientifico – l’unica scuola secondaria presente sull’isola – sia troppo impegnativo per te, devi andare via di casa. A 14 anni.
Lontano da tutto, ma anche al centro del mondo. Sulle prime pagine di tutti i giornali. Anche se a Lampedusa, ironia della sorte, i giornali non arrivano più.

LIBRI. I libri che ho letto per prepararmi al viaggio. Tra tutti, Mamadou va a morire e Il mare di mezzo di Gabriele Del Grande. Giovane freelance, il più attento a seguire le storie di chi tenta il disperato assalto alla Fortress Europe.

MARE. Il mare più bello che abbia visto in vita mia, ma anche il mare che più mi ha inquietata. Di notte l’ho visto nero e arrabbiato, ho sentito il suo rumore. Ho pensato alle barche minuscole che lo sfidano lo stesso.

NUMERI. 20, 45, 72. Scritti a penna, in nero, su dei piccoli brandelli di carta apparentemente insignificanti. Custoditi come tesori dai giovani tunisini. Fogli di via che scandiscono l’ordine di imbarco su un aereo o una nave alla volta di un Cie in qualche altra parte d’Italia.

OSPITALITÀ. Quella grande degli abitanti dell’isola. Sempre gentili e disponibili, nonostante non ne potessero più dei giornalisti.

PESCATORI. In sciopero dai primi di febbraio per protestare contro il prezzo esagerato del gasolio (circa 30 centesimi in più rispetto alla Sicilia), hanno reso impossibile la mia missione di approfittare di una località marina per abbuffarmi di pesce fino a stare male. Dico solo che durante l’ultima cena a Lampedusa ho dovuto ripiegare su una bacinella di agnolotti in brodo!!!
Il pescatore Enzo Billeci mi ha raccontato di quando gli è capitato di incontrare in mare le barche dei migranti e di come ha cercato di aiutarli. Spesso meno di quanto avrebbe voluto a causa delle severi leggi legate al traffico di uomini.

QUANDO. Col punto di domanda, nel tipico dialogo tra i giornalisti sull’isola:
“Quando arrivano?”
“È previsto un barcone verso le 14”.
“Ah si? A me hanno detto le 15…”

RESPIRO. Il film di Emanuele Crialese. Per me, prima di questo viaggio, Lampedusa era soprattutto questa pellicola.

SBARCO. Il primo a cui ho assistito, quasi ibernata, alle 3 di mattina del 2 marzo. Più di 300 persone in mare da 4 giorni. Un’isolana acquisita, Paola, accompagna una cronista straniera e fotografa il cinismo dei media: “la prima domanda dei giornalisti è sempre QUANTI SONO, mai COME STANNO”…

TOMBE. Vincenzo Lombardo, la banalità del bene. L’uomo che già nel 1996 affrontava l’emergenza sbarchi, dando una sepoltura ai corpi dei migranti restituiti dal mare alle coste dell’isola. Non era compito suo, lui era soltanto il custode del cimitero. Ma una croce non si deve negare a nessuno, e nemmeno un fiore. E che tristezza quelle sterpaglie che hanno invaso la tomba di Mohammed da quando lui è andato in pensione, quattro anni fa. Vincenzo che guarda il Mediterraneo e sospira: “troppi morti in quelle acque, ci vorrebbe una messa…”.

UNHCR. Delicatissimo il lavoro dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e della sua portavoce Laura Boldrini.

VINCENT. Come Padre Vincent. Originario della Tanzania, da 5 anni prete a Lampedusa. Scherza coi bimbi dell’isola e li invita a rassicurare i genitori circa possibili pericoli provenienti dal Nord Africa: “Dite loro che non devono preoccuparsi, Padre Vincent è molto più nero dei tunisini…”

ZOCCOLO. Quello che ho visto per terra nel cimitero delle barche, il luogo in cui vengono ammucchiate le imbarcazioni con cui i clandestini raggiungono l’Italia. Il cantautore Giacomo Sferlazzo con la sua associazione culturale Askavusa ha cominciato a raccogliere gli oggetti che si trovano in queste particolari discariche e li ha esposti nel piccolo Museo dell’immigrazione. Per mantenere la memoria. Per rispettare la memoria. Per non dimenticare.