Miliardari filantropi in Cina non si nasce. Lo si può diventare, però. È quello che hanno scoperto nelle ultime due settimane Bill Gates e Warren Buffett.
Memori del successo dell’operazione “Giving Pledge”, lanciata a giugno negli Usa e volta a convincere i miliardari degli Stati Uniti a investire gran parte del loro denaro in buone cause, i due hanno pensato di replicare nella nazione che secondo Forbes è al secondo posto nella speciale classifica dei Paperoni. Hanno quindi invitato gli uomini più ricchi del Celeste Impero a segnarsi sul calendario la data del 29 settembre: imperdibile cena a base di prelibatezze culinarie e generose offerte di denaro per aiutare i meno fortunati.
Tuttavia, nel paese che conosce la beneficenza (solo per il Sichuan sono stati raccolti 15.7 miliardi di yuan), ma è ancora piuttosto a digiuno di filantropia, l’invito ha ricevuto come risposta un imbarazzante silenzio, apparentemente dovuto a pressanti impegni lavorativi.
Gates e Buffett sono stati costretti a mandare una lettera ufficiale all’agenzia di stampa statale Xinhua per mettere in chiaro che non intendono fare pressioni per convincere la gente a donare: “il nostro viaggio serve fondamentalmente a imparare, ad ascoltare e a rispondere a coloro che esprimono un interesse per le nostre esperienze. Le circostanze cinesi sono uniche, e così sarà anche l’approccio cinese alla filantropia”.
A sbloccare la situazione è stato fondamentale il contributo di Chen Guangbiao, imprenditore famoso in Cina per essere filantropo da sempre.
Il 13 settembre ha risposto con una lettera all’invito di Gates e Buffett promettendo di dare, quando morirà, tutta la sua fortuna (stimata a 440 milioni di dollari) a gruppi che si occupano di cause ambientali ed educative.
Intervistato a proposito di questa sua iniziativa, non ha risparmiato critiche nei confronti dei suoi colleghi e ha auspicato che qualcuno possa seguire il suo esempio.
Da allora circa 100 milionari lo hanno contattato per dirgli che daranno in beneficenza le loro fortune.
Culturali, politici e pratici i fattori che contribuiscono a questa “ritrosia cinese”.
In primo luogo, è tradizione in Cina lasciare i propri averi alla famiglia. In secondo luogo, pare che molti ricchi preferiscano non attirare troppe attenzioni su patrimoni ottenuti con modalità non sempre legalmente ortodosse. Inoltre, il Governo non fa nulla per promuovere le donazioni individuali, considerando le “opere di bene” quasi un’esclusiva del Partito Comunista. Infine, i canali e gli impianti normativi del mondo delle donazioni non sono ancora rodati e non hanno ancora raggiunto la necessaria trasparenza.
Interpellato dal “Washington Post”, Chen Guangbiao si è tuttavia dimostrato ottimista sul futuro della filantropia in Cina: “Negli Stati Uniti sono serviti più di cento anni per sviluppare questa idea. In Cina, le persone hanno cominciato ad essere ricche 20 anni fa. Siamo molto veloci, e nei prossimi 10 anni abbiamo il potenziale per diventare i migliori donatori del mondo.”
Per ulteriori sviluppi, l’appuntamento è rimandato al 29 settembre.