Un sabato qualunque, un sabato cinese, col peggio che deve ancora passare…

Un sabato pomeriggio di quelli che non sono solita passare. Con un’amica, nel centro più centro commerciale di Pechino a cercare un paio di pantaloni. Wangfujin si chiama ed è l’unica zona pedonale della città. Cinquecento metri di strada costeggiati su entrambi i lati da immensi shopping mall pieni di negozi super patinati e prezzi che superano di moltissimo lo stipendio medio di un cinese. Una zona d’elite, che esclude la maggior parte della popolazione della città. Ho capito perchè sono voluta andarci dopo esserci arrivata. Gli immensi schermi appesi alle pareti esterne e interne degli edifici ieri erano diversi dal solito. Niente colori sgargianti, niente musichette allegre. Niente mascotte, niente Liu Xiang, niente fiaccola, niente volontari delle Olimpiadi. A ripetizione immagini continue della tragedia: cadaveri, soldati, Hu Jintao che incita un gruppo di volontari con megafono, lacrime, piedini dei bimbi morti rimasti sotto la scuola dello scandalo… Davanti a ogni schermo un gruppetto di persone immobili a fissarlo, a osservare in silenzio. Tra le mani la borsa con gli acquisti appena portati a termine.

Questa volta, noi fuori e loro dentro.