Il 50° anniversario della Rivoluzione Culturale

Una serie di articoli usciti in questi giorni spiegano, ricordano e approfondiscono cosa è stato quel pezzo di storia del ‘900 cinese. Qui di seguito una mini-rassegna.

ARTICOLI:
La Rivoluzione Culturale – tutto quello che c’è da sapere su quel periodo di storia cinese (The Guardian): http://bit.ly/1Ogpjdp

Come l’odio politico durante la Rivoluzione Culturale ha portato a omicidi e cannibalismo in una piccola città in Cina (South China Morning Post): https://t.co/vBVW7C9WWg

Lo speciale di China Files sulla Rivoluzione Culturale: http://bit.ly/1X3qe2x

50 anni dopo la Rivoluzione Culturale, una ex guardia rossa ha aperto un blog per raccontare gli orrori di quel periodo (The Guardian): http://bit.ly/1OoZUZD

Il costo della Rivoluzione Culturale 50 anni dopo (The Newyorker): http://bit.ly/23wueIM

Dopo 50 anni la Cina fatica ancora a fare i conti con la rivoluzione culturale (La Stampa): http://bit.ly/26akwzT

Il 50° anniversario della e l’amnesia cinese (Financial Times): https://t.co/uifewwInzs

L’eredità della Rivoluzione Culturale 50 anni dopo (Foreign Affairs): http://fam.ag/1V74eDQ

La Rivoluzione Culturale spiegata (New York Times): http://nyti.ms/22ev6CU

A 50 anni dalla cinese, i retroscena. Dall’archivio del “Corriere della Sera”: http://bit.ly/22evhhn

A 50 anni dall’inizio della il Quotidiano del Popolo rompe 24 ore di silenzio (La Stampa): http://bit.ly/25aEdtw

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Gli studenti cinesi tornano in campagna?

Bo Xilai, l’eccentrico segretario del partito comunista di Chongqing e probabile figura chiave del futuro governo del paese, ne ha fatta un’altra delle sue. Negli ultimi anni il carismatico leader della municipalità più popolosa della Cina – conta ben 30 milioni di abitanti – è più volte salito all’onor delle cronache a causa di iniziative inusuali per un funzionario del suo rango. “Colpire i neri”, la più grande campagna anti Triade (la potente mafia cinese) degli ultimi anni che ha portato a decine di arresti e alla condanna a morte per corruzione del ex capo della polizia locale, e “cantare i (canti, n.d.r.) rossi”, una sorta di festival  del canto rivoluzionario, sono state le prime due.

Ora è la volta della terza: Bo vuole che 750.000 studenti universitari di Chongqing trascorrano nelle campagne almeno quattro mesi dei loro quattro anni di studio. Quest’esperienza darà loro la possibilità di entrare in contatto con una realtà differente e permetterà ai viziatissimi figli unici di città di avere un assaggio di come vivono gli strati più bassi della popolazione.

Come sempre nel caso delle controverse idee di Bo, i commenti dell’opinione pubblica e degli intellettuali della nazione non si sono fatti attendere.

C’è chi critica duramente un’iniziativa che ricorda molto la grande campagna di Mao Zedong “up to the mountains and down to the villages” lanciata alla fine degli anni ’60. Durante la Rivoluzione culturale milioni di giovani studenti lasciarono le città per andare in campagna ed essere rieducati dai contadini.

C’è chi sostiene l’iniziativa e crede sia utile per dare ai giovani capacità pratiche e per far loro capire meglio le complessità della società. Molti genitori hanno raccontato di figli solitari che passano la vita davanti al computer o ai libri di scuola e non sono in grado di sviluppare relazioni sociali di nessun tipo. In molti, inoltre, affermano che sia giusto far “chi ku 吃苦”, letteralmente “mangiare l’amaro”, a una generazione che ha visto migliorare il proprio tenore di vita giorno dopo giorno senza porsi troppe domande.

Infine, c’è chi come lo scrittore Wang An definisce la mossa l’”ennesima bravata da PR” di Bo Xilai. “Non è credibile che voglia un ritorno alla Rivoluzione culturale, di cui lui stesso e la sua famiglia sono stati vittime”, ha detto l’intellettuale al South China Morning Post, riferendosi alla persecuzione subita dal padre di Bo, Bo Yibo, durante quel periodo.

L’amore ai tempi della Rivoluzione Culturale

“Under the Hawthorn Tree” (山楂树之恋), uscito nelle sale cinesi il 16 settembre, è il nuovo film di Zhang Yimou. Il celebre regista smette – finalmente – di far piroettare in aria i personaggi delle sue storie e torna a uno stile più vicino a quello dei film che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Ispirato a un romanzo di Ai Mi, “Sotto l’albero del biancospino” racconta l’amore tra Jing, figlia di un elemento di destra mandato in un campo di rieducazione (laogai), e Sun, figlio di un alto ufficiale dell’esercito. Sullo sfondo – anche se solo accennata – la rivoluzione culturale degli anni ’70. L’epoca in cui l’esistenza delle persone dipendeva da una decisione del partito, da una parola sbagliata, da un gesto che poteva costare l’etichetta di nemico del popolo, e quindi la carriera o la vita. Jing, costantemente minacciata da questo possibile destino a causa della sua condizione familiare, ama Sun di nascosto. Il loro amore è pudico e distante. È fatto di mani che si sfiorano, attenzioni, gesti, timide carezze, abbracci da lontano mimati dalle diverse rive di un fiume. È un amore puro, nato da uno sguardo e coltivato come un tesoro prezioso, un tesoro da salvaguardare e tenere lontano dalla freddezza e dall’aridità del mondo.
Tutto il film è giocato sull’attesa della prossima occasione di incontro per i due amanti e sul modo in cui decideranno di trascorrere i rari momenti insieme.
Fino alla fine.
Inquadrature fisse, ambienti spogli, sguardi, lunghi silenzi e una fotografia essenziale parlano di un tempo ormai lontano e di un amore puro e totalizzante scandito da promesse, oggi impossibili da mantenere.

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