Chinaleaks

ato un team con base a Pechino, composto da giornalisti, avvocati, redattori e hacker, diversi gruppi per i diritti umani e blogger cinesi hanno manifestato molto scetticismo davanti alla notizia, soprattutto in merito allaSi chiamerà “Government Leaks” e – se tutto andrà per il verso giusto – sarà consultabile online il 1° giugno, alla vigilia del 22° anniversario del massacro di Piazza Tiananmen. Si tratterà di una sorta di Wikileaks Cinese, ha spiegato oggi al South China Morning Post il suo fondatore, soprannominato “Gola Profonda”. Chiunque ne sia in possesso è invitato a inviare documenti classificati come segreti di stato. Gola profonda ne è sicuro: rendere pubblici gli scheletri nell’armadio del governo cinese velocizzerà il processo di democratizzazione.

Nonostante sia già stato form sicurezza e alla protezione degli informatori. Molti ritengono che il governo possa facilmente rintracciarli e accusarli di possesso illegale di segreti di stato, cosa già accaduta in passato. Il direttore di Global Voices Online in lingua cinese, John Kennedy, ha addirittura descritto il progetto con un detto cinese solitamente utilizzato per indicare ciò che è destinato a fallire: 盲人骑瞎马 (mángrén qí xiāmǎ), “un uomo cieco che cavalca un cavallo cieco”.

L’operazione “Government Leaks” è partita pochi mesi fa e per ora ha ricevuto una media di cinque report alla settimana. Gola Profonda ha però affermato che solo uno dei dossier inviati risulterebbe effettivamente inedito sulla rete. Durante l’intervista al giornale di Hong Kong, ha più volte garantito massima serietà nei controlli dei contenuti prima della pubblicazione online e grande attenzione alla salvaguardia degli informatori. Ha anche espresso il desiderio di riuscire a collaborare direttamente con Wikileaks, dove lavorano molti dissidenti cinesi, anche se per ora le mail inviate all’organizzazione di Julian Assange sono tornate al mittente senza risposta.

Nobel per la Pace: il fronte dei dissidenti si spacca

Mentre i siti di scommesse la danno per favorita, la candidatura al Nobel per la Pace del dissidente Liu Xiaobo si fa sempre più controversa. La settimana scorsa un funzionario cinese ha messo in guardia il direttore dell’Istituto Nobel su un’eventuale assegnazione del premio a Liu, che potrebbe danneggiare le relazioni bilaterali tra Cina e Norvegia. Tuttavia, sembra che la candidatura non sia malvista solo dai leader del Partito della Repubblica Popolare Cinese. Ecco cosa scrive l’edizione odierna del New York Times:

Nei giorni scorsi, un gruppo di 14 dissidenti cinesi, molti dei quali esuli che si battono per tentare di rovesciare il PCC, ha chiesto al comitato per il Nobel di negare il riconoscimento a Liu Xiaobo, definendolo un vincitore “inadatto”. In una lettera, i firmatari accusano Liu di aver calunniato gli altri attivisti, abbandonando i membri perseguitati del movimento spirituale Falun Gong e diventando troppo morbido nei confronti della leadership cinese. “La sua aperta lode del Partito Comunista Cinese, che non ha mai smesso di calpestare i diritti umani, negli ultimi 20 anni è stata estremamente fuorviante e influente”, hanno scritto.

Le reazioni scandalizzate non si sono fatte attendere. Prosegue il New York Times:

I sostenitori [della candidatura], tra cui Vaclav Havel, ex presidente ceco e dissidente a sua volta, dicono che Liu è stato un attivista pragmatico a partire dal 1989, quando ha contribuito a convincere gli studenti che occupavano Tiananmen ad allontanarsi proprio mentre i carri armati dell’esercito si stavano preparando a marciare sulla piazza. Lo scorso Natale, Liu è stato condannato a una pena di 11 anni per il suo ruolo nella creazione di un manifesto, noto come Carta ’08, che chiedeva elezioni popolari e la fine dell’autorità incontrastata del Partito comunista al potere. “Liu Xiaobo ha sempre lavorato per favorire la trasformazione pacifica e democratica della società cinese e per evitare la violenza, la ribellione e gli spargimenti di sangue del passato”, ha dichiarato Zhang Zuhua, un ex funzionario della Lega della Gioventù del Partito Comunista e forza principale dietro Carta ’08. Cui Weiping, docente presso la Beijing Film Academy, ha definito “altamente irresponsabili” gli avversari più radicali di Liu. “Solo il fatto che sia stato condannato a 11 anni di prigione è sufficiente a rispondere a chi mette in discussione quanto lui sia critico nei confronti del governo”, ha detto la signora Cui, una dei 10.000 cinesi che hanno firmato Carta ’08 prima che la censura governativa la eliminasse da Internet.

Il New York Times, a questo punto, fa un breve ritratto della comunità dei dissidenti all’estero. Per la maggior parte si tratta di membri di spicco del movimento democratico spazzato via dal massacro di piazza Tiananmen nel 1989. Rifugiati in Europa o America, hanno cercato di ricreare un ampio movimento contro il governo cinese. L’articolo si conclude con una battuta cinica di Yi Xu, il professore che ha tradotto la lettera anti Liu Xiaobo in inglese: “Non credo che il premio Nobel sia così importante e che una volta ottenutone uno la Cina possa cambiare completamente. Il Dalai Lama ha vinto, e la Cina non è cambiata”.

Domani sapremo come andrà a finire.

Aggiornamento del 8 ottobre: Liu Xiaobo ha vinto il Nobel per la Pace