REPORTAGE

LE VENERI DI ERENHOT

Jinqiao Yule in italiano suona come “il divertimento del ponte dorato”. È un quartiere di Erenhot – Erlian in mandarino – l’ultima città prima che la regione cinese della Mongolia interna, passato il confine, diventi Mongolia e basta.

Un ambiente spoglio, due divani macchiati, un grande specchio, tre poster di donne bionde che si masturbano sulla spiaggia, sgabelli di plastica ingrigiti dalla polvere e un enorme televisore su cui scorrono rumorose le immagini di una telenovela. Mister Bo è seduto dietro a un basso tavolino di vetro. Si accende una sigaretta e aspira con calma. Scruta con occhi invadenti trasformatisi per l’occasione in registratori di cassa come quelli di Paperon de’ Paperoni. La circostanza, però, è tutt’altro che disneyana. «È la prima volta che mi offrono una russa», esclama soddisfatto rivolgendosi ad Esso, la mia interprete mongola. «Potrei provarla per tre mesi, per capire se porta buoni affari». Mister Bo è un cinese originario di Jirem aimag, un piccolo paese non lontano da Erenhot. Ha la carnagione scura e il viso pulito. La realtà dei suoi 57 anni anagrafici si nota solo quando accenna un sorriso e un ventaglio di piccole rughe si apre a circondargli gli occhi a fessura. Da due anni è l’ezen, il boss, di uno dei cinquanta bordelli del Jinqiao Yule, a detta dei tassisti il migliore dei tre quartieri a luci rosse di Erenhot. Dopo aver trascorso quasi una vita a svolgere una professione “normale”, ha optato per una svolta radicale. Ora guadagna fino a 10mila yuan al mese (1000 euro circa): un signor stipendio. «Ho sempre tenuto solo ragazze mongole. Un orgasmo costa 150 yuan (15 euro, N.d.r.), una notte intera varia tra i 200 e i 500 yuan a seconda che i clienti siano locali oppure stranieri facoltosi. Io incasso il 30%». Insinua di nuovo gli occhi nel corpo. «Ovviamente nel suo caso (che sarebbe il mio, N.d.r.) il prezzo a prestazione sarebbe più alto». Ghigna. «Quando arrivano ragazze nuove, io mi occupo di fornire loro vestiti e cosmetici. Ritengo che per guadagnare bene sia indispensabile investire sui dettagli: fanno la differenza e permettono maggiori profitti. L’alloggio è al primo piano, non faccio pagare nessun affitto. Il turno di lavoro è dalle 21 alle 4 del mattino. I clienti passano in macchina qui fuori e guardano le ragazze in vetrina. Se un’auto si ferma, io esco e contratto. A quel punto, possono scegliere se salire al piano di sopra o portarsi la ragazza in albergo».

Si interrompe e rivolge lo sguardo verso l’ingresso. Dalla porta di vetro entra una delle “sue” ragazze. Occhiali da sole enormi, caschetto rossiccio perfettamente in ordine, t-shirt bianca e pantaloncini inguinali neri. Cammina dondolando. Dice di avere 18 anni, ma non li dimostra. Saluta Bo, lo rassicura e garantisce che tornerà presto: un lavoro che le frutta così bene non lo trova da altre parti. Sfila una sigaretta dal pacchetto del boss, se la lascia accendere e se ne va con passo sicuro. Radiosa. Sparisce nella macchina di un giovane. Rientra in Mongolia per un paio di giorni. Nonostante i mongoli non abbiano bisogno del visto per soggiornare in Cina, ogni trenta giorni devono raggiungere Erenhot, superare il confine e mettersi in regola con i documenti. Un ritorno in patria che dura spesso il tempo di un timbro sul passaporto. «Lei è veramente brava – riprende Mister Bo – in poco più di 20 giorni ha guadagnato circa 2500 dollari! Trovarne, di così…». Sospira. «Ultimamente sono rimasto solo con due ragazze perché le altre due sono dovute rientrare in Mongolia. Per emergenze familiari, hanno detto. Non credo torneranno. Ma poco importa: ne ho già ordinate di nuove ai miei contatti. Manderanno qualcuno a controllare che io sia in grado di prendermene cura e poi me le venderanno. Mi costano tra i 500 e i 1000 yuan a seconda della bellezza e dell’età». Si alza e fa cenno di seguirlo per le ripide scale. Al primo piano c’è un breve corridoio su cui si affacciano sei piccole porte, strette, ricoperte di carta plastificata fucsia. Sono gli ingressi di minuscole stanze separate da sottili pareti di compensato. Lo spazio per un letto rigido a una piazza e mezza, un comodino e una lampadina che cala dal soffitto a illuminare lo squallore. Nessun oggetto personale, pareti bianco ingiallito. Solo uno di questi loculi dà l’impressione di essere vissuto: scarpe in giro, vestiti sparsi, confusione. «Era di una ragazza che se ne è andata», spiega Mister Bo. Scappata? «No, è andata via senza pulire», ribatte secco dopo una breve esitazione. E cambia argomento: «Io dormo al piano terra, devo stare qui altrimenti non posso controllare gli affari».

È solo mezzogiorno. A quest’ora il Jinqiao Yule ha un’aria spettrale. Lo spiazzo e il viale che lo compongono – superato l’arco di ingresso – sono semideserti. Dormono quasi tutti. Sotto i grandi cartonati con foto di donne ammiccanti, le vetrate dei bordelli sono coperte da tende pesanti. Impossibile vedere dentro. Molte delle ragazze che arrivano qui per essere vendute sono accompagnate da donne mongole. E i miei occhi azzurri e i capelli chiari al fianco di Esso, una donna mongola, non passano inosservati. La voce di un potenziale affare ha fatto il giro del quartiere. In molti sono scesi in strada per cercare di accaparrarsi la gallina dalle uova d’oro, l’esotica novità. È la legge dei quartieri a luci rosse di Erenhot: se sei una donna con la pelle chiara e i tratti occidentali non puoi che essere una puttana russa. Alcuni protettori si fanno avanti, se possibile in maniera discreta, con quella che evidentemente credono la “mia” mediatrice. Arriva una automobile grigia. I finestrini si abbassano. Dentro siedono tre donne cinesi, in carne, sulla quarantina. Rossetto marcato e vistosi gioielli. Il loro sguardo, una volta sollevati gli occhiali da sole stile diva, assomiglia a quello di Mister Bo. Solo più spietato. «Conosciamo un posto migliore di questo. Salite in macchina!». Inutile far finta di niente e velocizzare il passo. Esigono a gran voce un numero di telefono. Scrivono il loro su un pezzo di carta sgualcito. È un cellulare di Pechino. Afferrano il braccio dell’interprete che si è allungato per prenderlo. L’aria si fa pesante. Ci si divincola, si sale su un taxi al volo. Loro stanno dietro, non mollano. Imbocchiamo la via principale della città. Lo specchietto retrovisore continua a riflettere l’auto grigia. Non è il caso di tornare in albergo. Si gira in tondo: vie, viali, viuzze in una corsa che dura fin troppo. Finché dietro non si è fatto il vuoto. Finalmente. Sospiro. Di sollievo.

Due giganteschi dinosauri immobili in mezzo al deserto dei Gobi, i lunghi colli protesi l’uno verso l’altro fino a sfiorarsi per un bacio sospeso, segnano la fine dell’autostrada cinese 208 e formano un arco di benvenuto. Alla luce del sole Erenhot sembra una località tranquilla ed estremamente ordinata. Case basse e multicolore, architetture bizzarre, insegne arzigogolate e multilingue (cinese, mongolo antico e cirillico), alberghi e ostelli ovunque. È l’unico varco ferroviario a collegare Russia e Mongolia al Celeste Impero. Qui i treni si fermano per adattare i carrelli al diverso scartamento dei binari (in Mongolia sono più larghi secondo lo standard russo). Negli ultimi 15 anni, la città è diventata il passaggio obbligato per il 75% dei traffici commerciali – minerali, legname e cashmere – tra Russia, Mongolia e Cina. Ha visto crescere annualmente il suo Pil del 25% e aumentare la sua popolazione fino agli attuali 80mila abitanti, metà dei quali contadini trasferitisi dalle campagne. Il nuovo benessere della città si percepisce a colpo d’occhio: edifici e palazzine scintillanti spuntano nell’avveniristica “Nuova Erenhot”, il quartiere in cui la città sta rifondando se stessa in nome della modernità. Decine di camion parcheggiati all’orizzonte attendono di portare qualcosa oltre frontiera. Autisti abusivi ronzano vicino alla stazione degli autobus a caccia di passeggeri diretti a Pechino. Poi ci sono i dinosauri: centinaia di statue disseminate in ogni angolo della città, a ricordare il museo nato attorno al ritrovamento delle ossa di un bestione di 70 milioni di anni, ribattezzato Gigantoraptor erlianensis, il più grande esemplare di animale piumato mai vissuto sulla terra, in grado di attirare studiosi e appassionati da tutto il mondo.

Con il buio, Erenhot si trasforma. Si fa oscura e deserta. Acquista un’aria losca e sinistra, inusuale per una città cinese. E il quartiere a luci rosse diventa il centro nevralgico di questa seconda pelle. Nel Jinqiao Yule le tende si sollevano come il sipario di uno show. I neon rossi e rosa che provengono dalle vetrine gettano una luce surreale sulla strada. Accanto agli ingressi dei bordelli, in controluce, compaiono silenziose le sagome degli ezen che tengono sotto controllo la situazione. Le ragazze stanno sedute oltre il vetro, incorniciate da luci soffuse. Indossano vestiti attillati e trucco pesante. Sono tantissime. Alcune fumano, altre ballano per attirare l’attenzione. Tutte, indistintamente, sembrano riuscire a vedere attraverso i finestrini – rigorosamente oscurati – dei Suv o dei taxi che si aggirano lenti e su cui siedono i potenziali clienti.

Tungalag è una di queste ragazze. Lavora nel bordello di Mister Bayar. All’alba ha appena finito il suo turno di lavoro e parla mentre si sfila un corpetto nero per indossare una canottiera rosa. I capelli le scendono lunghissimi fino ai fianchi. Sono neri come lo smalto scrostato sulle unghie. Quello che sta cominciando, per lei è un gran giorno: torna a casa, ad Ulan Bator. Finalmente. Sei mesi fa si è lasciata convincere da una signora cinquantenne, amica di un’amica, a partire alla volta di Canton (“conosco un posto dove si possono comprare vestiti da rivendere in Mongolia a prezzi stracciati”, si era sentita proporre). S’è fidata. Atterrata a Canton non ha impiegato molto tempo a capire che la merce a prezzo stracciato era lei. «Quella che credevo un’amica dopo appena due giorni mi ha venduta al padrone di un night club ed è sparita portandosi via tutti i miei soldi. Il boss mi ha confiscato i documenti e mi ha detto che me li avrebbe riconsegnati solo in cambio di 10mila yuan». A quel punto, Tungalag non ha avuto scelta. Ha lavorato per cinque mesi a Canton, il tanto che bastava per riprendersi i documenti e racimolare i soldi per l’odissea del ritorno. Tappa successiva: Pechino. Un altro mese di schiavitù per riuscire a pagarsi i 550 km che dividono la capitale da Erenhot. In autobus. Nella città di frontiera si è fermata per una decina di giorni, anche qui, questione di guadagnare qualcosa per tornarsene ad Ulan Bator, dove la aspettano la madre, il fratellino di undici anni e la sorellina di due. «Non sanno cosa ho fatto in tutti questi mesi. Credo che racconterò loro la verità, non ce la faccio più a tenermi tutto dentro». Si toglie il trucco dagli occhi lucidi e solo in quell’istante si vedono i suoi 21 anni.

«La tratta delle ragazze dalla Mongolia alla Cina di solito è organizzata da mongoli, uomini e donne. Queste ultime spesso sono ex trafficate che ormai hanno perso valore sul mercato. Superato il confine insieme ai trafficanti, in molti casi già ad Erenhot, le ragazze mongole diventano oggetto di compravendita e finiscono nelle mani di protettori o agenti cinesi che provvedono a smistarle sul territorio», spiega Naran Munkhbat, giovane operatrice del Mongolian Gender Equality Center, una delle ong con sede ad Ulan Bator che si occupano di contrastare il crescente trafficking dalla Mongolia e di reinserirne nel tessuto sociale le vittime.

Dopo l’avvento della democrazia, nel 1992, in Mongolia poter viaggiare all’estero è diventato un diritto costituzionale che ha significato più libertà di movimento e più opportunità per i cittadini mongoli. E anche per i mercanti di esseri umani. Così sempre più persone (dalle 3mila alle 5mila secondo le fonti) diventano facili bersagli per criminali del trafficking. La maggior parte delle vittime sono donne portate in Cina per essere sfruttate dall’industria del sesso, cresciuta negli ultimi 30 anni agli stessi ritmi forzati dell’intera economia del gigante asiatico. Abbandonata la purezza morale perseguita dal maoismo, la Cina convive oggi con il paradosso della prostituzione: un mercato proibito dalla legge che prospera sotto gli occhi conniventi delle autorità locali. Come ad Erenhot, dove il Jinqiao Yule sorge a pochi metri da una stazione di polizia.

«Le vittime dei trafficanti – prosegue Naran – sono di norma ragazze tra i 18 e i 30 anni, provenienti da strati sociali con bassi livelli d’istruzione o da situazioni di disagio familiare. Possono essere donne sole, studentesse, disoccupate o prostitute. Vengono convinte a partire grazie alla promessa di borse di studio, di lavori redditizi o di un aiuto per combinare un matrimonio con uno straniero. Miraggi di una possibile fuga dalla povertà. In genere le ragazze sono adescate con annunci sui giornali o pubblicità radiofoniche, ma sono frequenti anche i casi di malcapitate vendute per due soldi da parenti o amici. In Mongolia, i centri di reclutamento più attivi sono Ulan Bator, Darkhan, Erdenet. Le mete principali in Cina sono i bordelli di Erenhot e Hohhot nella Mongolia interna o i grandi hotel e i locali notturni di Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong e Macao, solitamente frequentati da expat (gli stranieri, espatriati, residenti in Cina, N.d.r.). È molto importante distinguere tra prostitute e trafficate: le prime sono consapevoli di quello che andranno a fare, hanno libertà di movimento, possono rientrare in Mongolia una volta al mese per rinnovare il timbro alla frontiera, rimangono in contatto con la famiglia; alle seconde tutto questo è negato». Nonostante entrambe le categorie siano condannate a sopportare abusi di ogni tipo (dagli interventi forzati di chirurgia estetica, all’obbligo di abortire.), le trafficate sono anche più esposte al contagio dell’Hiv, visto che non sono libere di scegliere se usare o meno il preservativo. Le malattie veneree sono all’ordine del giorno.

Naran ha soltanto 25 anni. A Ulan Bator il suo lavoro e quello dei suoi colleghi consiste nel condurre campagne di sensibilizzazione tra la popolazione, nell’agevolare il rimpatrio delle vittime, nel fornire loro supporto psicologico e legale. Il governo mongolo nel febbraio 2008 ha introdotto norme più severe in materia di traffico umano, ma non esistono programmi di assistenza e di aiuto per uscire dalla tratta. Condurre azioni legali contro gli sfruttatori rimane un’impresa ancora quasi impossibile. E a complicare le cose contribuisce il fatto che autorità mongole e autorità cinesi non applicano strategie comuni. A tutt’oggi per contrastare il traffico tra i due paesi esiste solo un blando memorandum di intesa con cui il dipartimento di polizia di Erenhot e quello della vicina Zamin Uud, prima città mongola oltre il confine, si ripromettono di intensificare i controlli alla frontiera e prestare soccorso alle ragazze rientrate clandestinamente in Mongolia dopo essere sfuggite ai loro carcerieri. E qui interviene il Mgec.

In Cina, invece, l’ong realizza indagini conoscitive negli ambienti della prostituzione mongola. Rischiando in proprio, a Naran è capitato più volte di infiltrarsi tra le ragazze che lavorano in città come Hong Kong e Macao. Le ha avvicinate e ha parlato con loro: «In pochissime accettano di aprirsi, raccontare le loro storie e ammettere di essere state trafficate. Sono estremamente sospettose e hanno paura della reazione violenta dei loro “padroni”. È molto difficile quindi calcolare il numero delle prostitute mongole in Cina, quasi impossibile conoscere quello delle vittime del trafficking. L’unica cosa certa è che le vite di tutte queste donne, prima o poi, transitano per Erenhot».

Solongo, letteralmente “arcobaleno”, è il nome del ristorante mongolo in cui verso le tre del pomeriggio si possono incontrare molte delle ragazze del Jinqiao Yule. Avvolte in comode e coloratissime tute sportive – sono loro l’arcobaleno? – pranzano in gruppi. Davanti c’è il piazzale da cui partono pullman e taxi diretti a Pechino e Ulan Bator. Un via vai continuo di personaggi eccentrici e loschi. Gente che va, che viene, gente che rimane. Come Bolormaa – qualche anno più grande di Tungalag – che assaporando piano un piatto a base di riso e latte ammette triste di aver rinunciato all’idea di un possibile ritorno. Orfana dei genitori fin da piccola, ha creduto alla sorella maggiore che le prometteva un buon lavoro all’estero. Appena oltrepassato il confine, però, la sorella l’ha venduta a due cinesi che l’hanno costretta a prostituirsi in diverse città. Dopo mesi di insulti e botte, a causa di una visibile cicatrice sul volto è stata degradata a prostituta di serie B e riportata ad Erenhot, sua meta definitiva: «Non ho i documenti, non posso rientrare in Mongolia, ma forse è meglio così. Non credo riuscirei a reggere la vergogna per quello che ho dovuto fare». Interrompe brusca il flusso delle parole, abbassa gli occhi sul piatto e riprende a mangiare in silenzio la minestra. Fino all’ultima goccia. Si alza, paga il conto, saluta e si incammina a schiena dritta verso il Jinqiao Yule, poco lontano. Non volge nemmeno uno sguardo verso i passeggeri che rumorosamente prendono posto sulle corriere in partenza. Allontanandosi, Bolormaa calpesta l’ombra di un’altra celebre statua di Erenhot. Questa volta non si tratta di un dinosauro, e nemmeno di un eroe della storia cinese. È una sorta di venere nuda in cui tutti gli abitanti riconoscono un monumento alla bellezza delle donne mongole. E a tutti, quando la indicano, scappa un sorrisetto malizioso.

Pubblicato sul numero di “Diario” – agosto 2009