Pazza Ikea

Sabato pomeriggio all’Ikea. Non ho potuto evitarlo: i volumi sugli scaffali della mia piccola libreria cominciavano a urlar vendetta ammassati uno sull’altro.

È sempre un’esperienza, entrare nel regno del marchio di mobili più famoso al mondo durante il weekend a Pechino. Un po’ perché i gironi infernali di Dante non devono essere stati molto diversi dai percorsi obbligati predisposti da chi ha progettato il consumistico viaggio tra gli arredi da cucina, da soggiorno, da camera etc., un po’ perché i cinesi, all’Ikea, sono favolosi. La “occupano”, letteralmente. Dormono sui letti, mangiano seduti ai tavoli dei set da cucina, leggono seduti sui divani, si fanno fotografare sorridenti davanti agli allestimenti delle camere. Sembra la messa in scena di una vita altra, una parentesi di serenità dove tutti sono sorridenti.

Tutti tranne il signore che zoppicava appeso al suo bastone tra i tavoli della mensa. Mi è passato vicino e mi ha guardato negli occhi. Faccia di rughe, troppe per i suoi 70 anni, mani rovinate da anni di lavoro. Non ha detto una parola, ma ci siamo capiti lo stesso. Chiedeva la mia bottiglia d’acqua vuota, la plastica da rivendere allo stato per poter permettersi una vita quanto mai lontana da quella preconfezionata a casa Ikea.