Le parole che siamo. Un pomeriggio in compagnia di Pierluigi Cappello

Qualche settimana fa sono andata a trovare il poeta friulano Pierluigi Cappello assieme a un gruppo di studenti del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona. Io e la direttrice del Lab siamo arrivate in anticipo, lui ci ha accolto a sua casa e ci ha fatto prima vedere e poi leggere le ultime pagine del suo prossimo libro in uscita a settembre. Ho scritto queste poche righe sull’incontro tra gli studenti e Pierluigi per il giornale del Lab “La gazzetta del Gamajun”.

Cosa sono le parole? Quanto è importante il loro significato? Cos’è la poesia? Qual è il compito dello scrittore? Sono alcune delle domande a cui ha risposto giovedì 7 agosto il pluripremiato poeta e scrittore friulano Pierluigi Cappello, durante un incontro di due ore con una piccola delegazione di studenti del Lab provenienti da Germania, Macedonia, Ucraina, Messico, Polonia e Algeria. Due ore sospese, quasi irreali, cariche di emozione e di silenziosa, sbalordita attenzione. Il dialogo è avvenuto a Tricesimo, attorno al tavolo di un’antica trattoria, in un’atmosfera molto informale. E forse è stato proprio il clima di familiarità che si è creato tra il poeta e i ragazzi a far concludere la serata con un coro di canzoni di buon compleanno a lui dedicate in 6 lingue diverse e con un suo invito agli studenti a visitare il piccolo prefabbricato del terremoto in cui vive. Il poeta “nato al di qua del foglio”, come ama definirsi, ha accompagnato i giovani studiosi in un viaggio alla scoperta del suo lavoro di artigiano. La chiacchierata è cominciata affrontando i contenuti e la forma del suo intenso romanzo Questa libertà (Rizzoli, 2013), per poi spostarsi ad affrontare il suo modo di fare poesia. Le poesie prendono vita da parole appuntate in modo sparso su piccoli taccuini. Ad un certo punto, grazie a un’intuizione improvvisa, “si chiamano” l’un l’altra, incontrandosi. Solo allora entra in gioco la meticolosità dell’artigiano vasaio che plasma, modella, amplia, lima servendosi della tecnica. La scrittura in prosa, invece, prevede un percorso completamente diverso. Richiede tempo e metodicità, anche fisica: tre ore di lavoro seduti alla scrivania al mattino e qualche ora il pomeriggio. Lo scopo, nonostante la variazione di forma, rimane identico: il compito dello scrittore è quello di essere chiaro e preciso nell’interpretazione della sua epoca. Quasi da subito a tutti è parso evidente come l’incontro non fosse una semplice lezione. La profondità dei pensieri, la precisione delle descrizioni, l’incisività della narrazione hanno ben presto trasformato, con una delicatezza e una naturalezza disarmanti, un approfondimento letterario in qualcosa di molto più grande e impalpabile: un racconto sull’essenza dell’uomo. Con la sua espressione dolce e il suo tono gentile, Pierluigi ha spiegato cosa rappresenti per lui la libertà. “Non mi sento di dare un significato univoco alla parola libertà. So per certo che va concretata ogni giorno. Va custodita quotidianamente con la nostra storia e con la consapevolezza della nostra storia”. Soprattutto – prendendo spunto dal suo amore per la lettura, che è amore per il viaggio – ha tratteggiato il profilo perfetto di ciò che determina la natura umana più profonda: “nel viaggio c’è l’imprevedibile e l’imprevedibile pone davanti alla scelta. E la scelta è crisi, sempre. L’uomo è in costante stato di crisi perché è sempre sottoposto alla scelta. È questo che forma la sua coscienza, i suoi atteggiamenti, le sue manie”. La potenza della narrazione, la passione per la lettura e gli autori-maestri sono stati alcuni altri tasselli del dialogo con gli studenti. Ma la regina indiscussa della serata è stata senz’altro la parola, parlata e scritta. Pierluigi è riuscito a renderla concreta, a darle una fisicità. Ascoltarlo dava l’impressione di poter tendere la mano e toccare le parole da lui snocciolate generosamente, con ordine impeccabile. Come fossero farfalle da catturare e trattenere nel palmo socchiuso, avendone cura. Le parole sono capaci di evocare immagini. Dalle parole bisogna lasciarsi cogliere impreparati per poter assaporare la felicità frutto della meraviglia. Le parole, dice Pierluigi, ci rendono quello che siamo.

«Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi e dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, hanno bisogno di essere raccontate». (Pierluigi Cappello, Questa Libertà, Rizzoli 2013)