In bici a Tiananmen

Ho inforcato la bicicletta e sono andata da lei. Lungo il tragitto ho respirato tanta polvere e ho incrociato un morto, un signore investito. Sulla Changanjie, lo stradone a sei corsie che porta da lei, non c’era traffico. Ho potuto godermi il vento tiepido che mi accarezzava piano e ammirare il cielo prossimo al tramonto. Il suo azzurro e il bianco delle nuvole orlato d’oro. Il giallo accecante del sole che la illuminava con i suoi raggi. Un cielo come quelli del Tiepolo. Arrivata al suo lato nord, ho deciso di farle un giro attorno, guardarla tutta. Era calma: pochissime macchine le passavano accanto, poca gente la calpestava. Anche sotto Mao mancava la solita orda di persone. C’erano tanti poliziotti, ma non so dire se le loro camicie azzurre saltassero agli occhi perchè erano più del solito o perchè non ce ne fossero altre con cui confondersi.

Nelle orecchie avevo la musica di Claudio Lolli e le parole di Gianni D’Elia.

E queste rose volano,
non sanno nulla
della rivolta in cui si sono aperte,
del sangue invaso di bandiere
che oggi ancora si apriranno.

O per quale libertà? 
Non ci siamo scontrati ieri
senza cena, giovani.

Se ogni potere è delinquente
all’est e all’ovest impotente.

O in questa notte che è se stessa
già quel sole,
su un milione amore di teste e cuori,
in un mattino ancora oppressi
ancora più e più liberi.

Tiananmen.