I giorni del mio abbandono

Gli ultimi tre giorni sono stati giorni di parole amiche, che si fanno ascoltare e che ascoltano. Valore raro in questa città di mercenari. Giorni di passeggiate, leggerezza e serenità.

C’era quel pensiero, tuttavia, che giustamente mi turbava. C’era quel viso prigioniero di un sorriso vecchio di 17 anni, rivolto a una vita matrigna che un giorno a deciso di non permetterglielo più. Ma soprattutto c’era la speranza di leggere del rispetto di un silenzio a lungo richiesto e troppo a lungo disturbato, violentato nella maniera più atroce possibile.

Sono stati giorni all’aperto, senza computer se non a brevissimi singhiozzi sufficienti solo a scorrere velocemente i titoli dei giornali per un aggiornamento.

Telefonata della mia amica appena atterrata a Pechino; “Eluana può fare figli”; cena con l’amica; Vaticano: il governo ci ha ascoltato; tisana; “farò il decreto”; notte di sonno profondo; Napolitano: “io devo difendere la costituzione”; passeggiata a Qianmen e nella zona delle legazioni straniere, al cinema a vedere Australia; attacco allo stato, firma di solidarietà al presidente della Repubblica; seconda notte di sonno; “la Costituzione filosovietica”…

A Pechino vivo senza contesto, sradicata di qua e sradicata di là. Una delle cose che mi mancano di più vivendo qui è “essere dentro”, respirare quello che succede nel mio paese.

Oggi, però, ringrazio di non essere in Italia in questi giorni odiosi in cui la bassezza umana e i giochi di potere non riescono ad accorgersi di quella linea macroscopica che segna il limite dopo il quale bisogna assolutamente fermarsi. La riserva è stata consumata da un pezzo, gli ultimi due o tre litri di serbatoio bisognava lasciarli pieni.

Mi vergogno di quello che sta succedendo, di quello che si sta dicendo e di come lo si sta dicendo. Non è ammissibile in un paese civile. C’ho sperato fino alla fine che esistesse ancora un senso della decenza e del pudore. Oggi, mi arrendo.