Da Pechino a Lampedusa

La Cina è una grande frontiera, quella che probabilmente ci separa dal futuro. Dal 26 febbraio al 5 marzo ho visitato un altro luogo estremo, un altro punto di passaggio e di passaggi. Una porta: Lampedusa. So che il tema di questo diario, scritto per il sito di Caterpillar, sembrerà non c’entrare moltissimo con i materiali che solitamente entrano ed escono dall’offiCina. Eppure forse qualcosa in comune esiste, tra il lembo di terra più a sud dell’Italia e il continente in cui ho vissuto negli ultimi anni. Esiste ed ha a che fare con il nostro paese, con la Cina e con il futuro di entrambi.
E manco a dirlo, a Lampedusa ho incontrato anche la Cina. Nei panni di due cronisti della CCTV, inviati dei giganti nella terra dei lillipuziani.

PICCOLO DIZIONARIO DEL MIO VIAGGIO A LAMPEDUSA

ARRIVO. L’arrivo a Lampedusa mi spaventava. Avevo letto articoli e visto servizi al Tg che descrivevano una situazione allarmante. E il sindaco ci aveva messo del suo emettendo un’ordinanza che vietava “l’accattonaggio e i comportamenti non decorosi” e dichiarando che le donne lampedusane avevano paura di uscire di casa per i troppi tunisini a zonzo per il centro del paese.
Hanno ragione i lampedusani quando dicono che i media distorcono la realtà. Io aggiungo che anche i politici non scherzano. La situazione dell’isola è complessa, ma tutt’altro che pericolosa.

BAFFI. Quelli imperiali di Sandro Ruotolo, incontrati per caso dentro il tempo di un caffè alle 9 del mattino.

CENTRO DI ACCOGLIENZA. Ho provato ad entrarci inutilmente per 5 volte, senza mai ricevere il permesso. Nei miei primi giorni a Lampedusa i suoi cancelli erano aperti e i ragazzi tunisini andavano e venivano. Poi si è tornati alla normalità: immigrati dentro e resto del paese fuori. Due mondi mantenuti completamente separati.

DISPERSI. Ho incontrato Salvatore Tuccio per caso, sulla strada che portava al centro di accoglienza. A causa del maltempo aveva aspettato la barca 7 giorni per portare da Linosa a Lampedusa un mazzo di foto ricevute da amici tunisini. 29 fotografie, 29 volti di persone scomparse il 14 febbraio 2011, in seguito allo speronamento compiuto da una motovedetta tunisina ai danni di un barcone carico di migranti al largo di Gabes. Approcciava i giovani magrebini.
“Li riconosci? Hai mai visto questi ragazzi?”
“No, non li conosco…”
“Si, lui so chi è. Veniamo dallo stesso villaggio. Ma so che è morto…”
29 volti. Il più giovane, quello di un sedicenne.

ESTREMO ORIENTE. In chi altro potevo andare a imbattermi io in un’isola minuscola di 6000 abitanti dispersa nel Mediterraneo se non in due distinti signori cinesi??? Giornalisti della CCTV, la più importante rete televisiva della Repubblica Popolare Cinese (raggiunge picchi di 800 milioni di spettatori). Mi chiedono aiuto nella traduzione di un’intervista, e io ovviamente li sfrutto per il collegamento in diretta. Mi tolgo pure una curiosità: come si mangia nella mensa della CCTV? Mi umiliano. Sembra che la “Rai cinese” sia famosa per offrire pranzi rinomatissimi. Questi cinesi sono davvero avanti.

FELICITÀ. La felicità di chi sbarca stremato ma vivo dall’altra parte del mare e come primo gesto grida “Grazie Lampedusa”.

GIOVANI. Cosa fanno i giovani di Lampedusa? Come vivono? Ho cercato a lungo questa risposta. Ho scoperto che tanti – inevitabilmente – se ne vanno, anche loro migranti. E continuano a sentire dentro il forte legame con “lo scoglio”, come chiamano la loro l’isola. Rimane solo chi decide di imparare il mestiere di pescatore o chi riesce a trovare un lavoro nel settore della ristorazione. Antonino e Giacomo però non si arrendono, e assieme ad alcuni coetanei hanno messo in piedi la onlus “Alternativa Giovani” per creare occasioni di socialità e sensibilizzazione nei confronti delle problematiche dell’isola. Gianfranco e Eletta, invece, assieme a Paola, hanno recuperato la storia di Lampedusa “ponte” tra due sponde. “Perché Lampedusa non è una porta come dicono tutti”, mi dice Gianfranco, “è un ponte”.

HAMDI. 26enne tunisino. Lo incontro in via Roma, la strada principale del paese. Gli faccio una breve intervista video. Termino la registrazione, ma lui continua a parlare. È arrivato in Italia al suo quarto tentativo di attraversamento del Mediterraneo. “Per tre volte la guardia costiera tunisina mi ha rispedito indietro”, dice. “Ho tentato anche il percorso via terra: non avevo più soldi, mi restavano solo le gambe, così mi sono messo a camminare… Sono riuscito ad arrivare fino in Albania, ma lì mi hanno rimandato in Tunisia”. Parla un italiano quasi perfetto, dice che l’ha imparato guardando Vespa e Marzullo. Dice che sono proprio la Televisione e Internet che l’hanno convinto che l’Italia sia un bel posto, il posto giusto. E’ partito col mare in burrasca, aveva paura, ma piuttosto che restare in Tunisia avrebbe preferito morire. Si ricorda bene di una ragazza che ha viaggiato con lui e gli altri 200. Era incinta all’ottavo mese. Il rischio era che partorisse in viaggio. Per fortuna non è successo e ora anche lei è in Italia. Ha la faccia che è un sorriso, Hamdi.

ISOLA. A Lampedusa sei lontano da tutto. Se la nave dalla Sicilia non arriva (e durante la mia permanenza non è arrivata per 7 giorni), gli scaffali dei supermercati si svuotano senza essere riforniti, la frutta scarseggia e piano piano diventa marcia, la carne finisce, la posta non parte. Se hai bisogno di un intervento medico, di una radiografia, se devi partorire, estrarre un dente ti tocca prendere l’aereo per Palermo e pagarti un albergo là, se non hai la fortuna di avere qualche parente pronto ad ospitarti. Se finisci le scuole medie, non vuoi smettere di studiare ma pensi che il liceo scientifico – l’unica scuola secondaria presente sull’isola – sia troppo impegnativo per te, devi andare via di casa. A 14 anni.
Lontano da tutto, ma anche al centro del mondo. Sulle prime pagine di tutti i giornali. Anche se a Lampedusa, ironia della sorte, i giornali non arrivano più.

LIBRI. I libri che ho letto per prepararmi al viaggio. Tra tutti, Mamadou va a morire e Il mare di mezzo di Gabriele Del Grande. Giovane freelance, il più attento a seguire le storie di chi tenta il disperato assalto alla Fortress Europe.

MARE. Il mare più bello che abbia visto in vita mia, ma anche il mare che più mi ha inquietata. Di notte l’ho visto nero e arrabbiato, ho sentito il suo rumore. Ho pensato alle barche minuscole che lo sfidano lo stesso.

NUMERI. 20, 45, 72. Scritti a penna, in nero, su dei piccoli brandelli di carta apparentemente insignificanti. Custoditi come tesori dai giovani tunisini. Fogli di via che scandiscono l’ordine di imbarco su un aereo o una nave alla volta di un Cie in qualche altra parte d’Italia.

OSPITALITÀ. Quella grande degli abitanti dell’isola. Sempre gentili e disponibili, nonostante non ne potessero più dei giornalisti.

PESCATORI. In sciopero dai primi di febbraio per protestare contro il prezzo esagerato del gasolio (circa 30 centesimi in più rispetto alla Sicilia), hanno reso impossibile la mia missione di approfittare di una località marina per abbuffarmi di pesce fino a stare male. Dico solo che durante l’ultima cena a Lampedusa ho dovuto ripiegare su una bacinella di agnolotti in brodo!!!
Il pescatore Enzo Billeci mi ha raccontato di quando gli è capitato di incontrare in mare le barche dei migranti e di come ha cercato di aiutarli. Spesso meno di quanto avrebbe voluto a causa delle severi leggi legate al traffico di uomini.

QUANDO. Col punto di domanda, nel tipico dialogo tra i giornalisti sull’isola:
“Quando arrivano?”
“È previsto un barcone verso le 14”.
“Ah si? A me hanno detto le 15…”

RESPIRO. Il film di Emanuele Crialese. Per me, prima di questo viaggio, Lampedusa era soprattutto questa pellicola.

SBARCO. Il primo a cui ho assistito, quasi ibernata, alle 3 di mattina del 2 marzo. Più di 300 persone in mare da 4 giorni. Un’isolana acquisita, Paola, accompagna una cronista straniera e fotografa il cinismo dei media: “la prima domanda dei giornalisti è sempre QUANTI SONO, mai COME STANNO”…

TOMBE. Vincenzo Lombardo, la banalità del bene. L’uomo che già nel 1996 affrontava l’emergenza sbarchi, dando una sepoltura ai corpi dei migranti restituiti dal mare alle coste dell’isola. Non era compito suo, lui era soltanto il custode del cimitero. Ma una croce non si deve negare a nessuno, e nemmeno un fiore. E che tristezza quelle sterpaglie che hanno invaso la tomba di Mohammed da quando lui è andato in pensione, quattro anni fa. Vincenzo che guarda il Mediterraneo e sospira: “troppi morti in quelle acque, ci vorrebbe una messa…”.

UNHCR. Delicatissimo il lavoro dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e della sua portavoce Laura Boldrini.

VINCENT. Come Padre Vincent. Originario della Tanzania, da 5 anni prete a Lampedusa. Scherza coi bimbi dell’isola e li invita a rassicurare i genitori circa possibili pericoli provenienti dal Nord Africa: “Dite loro che non devono preoccuparsi, Padre Vincent è molto più nero dei tunisini…”

ZOCCOLO. Quello che ho visto per terra nel cimitero delle barche, il luogo in cui vengono ammucchiate le imbarcazioni con cui i clandestini raggiungono l’Italia. Il cantautore Giacomo Sferlazzo con la sua associazione culturale Askavusa ha cominciato a raccogliere gli oggetti che si trovano in queste particolari discariche e li ha esposti nel piccolo Museo dell’immigrazione. Per mantenere la memoria. Per rispettare la memoria. Per non dimenticare.