“Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”

Oggi si festeggia il Qingming festival, l’equivalente del nostro primo novembre. Al posto dei santi ci sono gli antenati.
Ieri ho deciso di andare a visitare il cimitero più famoso di Pechino per capire come si prepara questa festa. La mia amica cinese mi manda un sms per dirmi di vestirmi di nero e io parto armata di macchina fotografica.
Arrivo davanti all’ingresso di quello che sembra un enorme parco e mi faccio strada lungo il viale principale. A destra e a sinistra centinaia di tombe a terra, con annesse lapidi su cui spicca rossa la stella comunista, accompagnata a volte da un bassorilievo della falce e del martello.
In fondo alla via c’è una pagoda da cui si accede alla “zona delle ceneri”. Mi avvicino, salgo due gradini e mi si fiondano addosso due signore in divisa che poco gentilmente mi fanno capire che io, con questi occhi, lì dentro non ci posso entrare.
Sconfortata dall’idea di essermi fatta un’ora di metropolitano per arrivare in un posto in cui non sono gradita, comincio a cercare una zona in cui venire ammessa.
La trovo in fretta, si tratta del lato del cimitero che ospita i loculi. In tutto sono quattro lunghe mura totalmente riempite di piccole lapidi apparentemente uguali.
Ciò che mi colpisce di più ad una prima occhiata sono i colori. I colori brillanti e fosforescenti dei fiori finti che personalizzano i diversi epitaffi: giallo, verde, fucsia, arancione. Li puoi comprare all’ingresso del cimitero, costano dai 4 ai 20 yuan, a seconda che siano singoli o intrecciati in ghirlande. In sottofondo si sente una tipica musichetta cinese.
Loculi
Mi avvicino a uno dei muri e comincio a leggere i nomi, a notare la falce e il martello quasi onnipresente e a guardare le fotografie.
Queste sono tutte in bianco e nero, ritraggono un volto solo o una coppia di coniugi. Sembrano antiche, anche quelle delle persone morte pochi anni fa. Mi accorgo solo dopo un po’ del meccanismo con cui i fiori sono attaccati alle lapidi. Centinaia di appendini per asciugamani in plastica, appiccicati nel centimetro di marmo tra un’iscrizione e l’altra, reggono fiori, coroncine, vasetti, sacchettini di plastica con dentro mianbao (pane cinese) o banane sbucciate, confezioni giocattolo che contengono cellulari e soldi finti. Dove l’appendino non è sufficiente ad aiutare il tutto a non cedere alla forza di gravità, subentra il nastro adesivo.
Il risultato visivo è bellissimo.
Attorno a me ci sono poche persone, tutte intente ad abbellire le tombe dei propri cari. Incontro un bimbo con il moccolo al naso, ci scherzo un po’, gli faccio una foto. La mostro a sua nonna che reagisce come se non avesse mai visto una macchina fotografica digitale. Saluto e mentre me ne vado sento il padre dire timidamente "spediscimi la foto". Torno indietro e mi faccio dare l’indirizzo.
Bimbo moccoloso
Tra una cosa e l’altra sono passate quasi due ore da quando sono entrata nel cimitero. E’ ora di incamminarmi verso casa. Dentro di me una pace che non provavo da tempo.

C’era una volta

La volta che ho scritto dell’inizio di questo viaggio non ancora concluso
La volta che ho avuto un brivido
La volta che ho parlato delle cose che proprio non capisco
La volta che la paura non riuscivo proprio a trattenerla
La volta che ho parlato di lei che mi mancava tanto
La volta che ho scritto di loro

La volta che una mia omonima è diventata comunista
La volta che ho parlato delle cose che mi tengono legata a questo paese
La volta che ho pensato alla mia bella Italia
La volta che sono rimasta perplessa
La volta che ho capito che cominciava male
La volta che mi sono messa a fare i video
La volta che ho consigliato un bel libro
La volta che ho scritto e non mi hanno pubblicato
La volta che non ho cantato da sola
La volta che sono arrivati e mi hanno travolta
La volta che ho deciso che mi piace fare le fotografie
La volta che ho scritto di tutti i bimbi che incontro
La volta che è nato il blog con i video delle Olimpiadi
La volta che tutto questo è cominciato

Sono passati tre anni. Buon compleanno “Due o tre cose che so di lei…”