Il volo interrotto di Sang Lan

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Sang Lan ha spiccato il suo volo di libellula nella lontana estate del 1998. Ha volteggiato per tredici anni dentro un incubo ed è atterrata il 13 luglio del 2011.

C’erano una volta i Goodwill Games, i “giochi delle buone intenzioni”, un’invenzione del magnate Ted Turner per fare un po’ di quattrini e allentare le tensioni tra le superpotenze in coda alla guerra fredda. Sang Lan ci è approdata a 17 anni, in forza alla squadra cinese di ginnastica, con alle spalle un invidiabile palmares e tutta una vita di medaglie davanti. Poi, quel salto. Disgraziato. Nemmeno in gara, lontano dagli occhi del pubblico e soprattutto da quelli delle telecamere. Un esercizio di riscaldamento come una ginnasta ne fa a migliaia. La fatale distrazione, l’atterraggio scomposto, il colpo alla testa, il corpo che rimane immobile. La diagnosi dopo i primi soccorsi è subito spietata: frattura di due vertebre e gravi danni al midollo spinale. Sang Lan non potrà più muovere gli arti inferiori. La storia dei 13 anni trascorsi dal giorno dell’infortunio è arrivata davanti all’opinione pubblica cinese all’interno di una vicenda legale che si sembra essersi conclusa nei giorni scorsi ed ha visto opporsi l’ex ginnasta ormai trentenne con il suo agguerrito avvocato Hai Ming e gli organizzatori di quella manifestazione sportiva (che ormai non esiste più), i vertici della ginnastica Usa e i due tutori sinoamericani che si occuparono dell’allora ragazzina cinese durante la degenza newyorkese. Sang Lan nei mesi scorsi aveva chiesto tramite il suo legale un risarcimento da 1,8 miliardi di dollari, per non aver potuto usufruire della copertura assicurativa sulle spese mediche dopo il suo rientro in Cina, per le vessazioni subite dalla coppia di tutori e per le molestie sessuali esercitate da un loro figlio sul suo corpo inerme. Gli organizzatori dei Goodwill Games sono stati chiamati in causa, invece, per le responsabilità dirette nell’incidente. Secondo la versione di Sang, infatti, durante lo sciagurato esercizio all’interno dell’impianto sportivo un tecnico avrebbe rimosso un materasso causandole una fatale distrazione. I due tutori sinoamericani avrebbero inoltre intimato alla ragazza di non rivelare questo dettaglio nel corso delle prime fasi della sua riabilitazione, mentre erano in corso le indagini di rito sull’accaduto.

La strategia di Sang e del suo legale non è stata immune da critiche, relative soprattutto alla tempistica delle accuse. Perché aspettare più di dieci anni prima di intentare una causa contro i responsabili di fatti così gravi (e in realtà in parte già caduti in prescrizione)?

La giovane donna ha subito, soprattutto in rete, l’accusa di voler speculare cinicamente sulla propria vicenda. Molti cinesi non si sono fatti commuovere dalla tragica vicenda di Sang, e l’hanno descritta come una vittima, sì, ma di un avvocato arrivista e privo di scrupoli.

Nei giorni scorsi, il raggiungimento di un compromesso che sembra non scontentare nessuno. Lasciate cadere le accuse più pesanti, Sang Lan si è accordata con le compagnie assicurative americane per un risarcimento da 10 milioni di dollari in contanti e il pagamento vita natural durante delle spese mediche.

Sang Lan si dice ora felice per aver fatto valere i suoi diritti. L’avvocato Hai Ming fa sapere di non voler lucrare un soldo dalla vicenda e di aver consigliato all’ex ginnasta di devolvere in beneficienza il suo eventuale compenso.

Qi Xinghua, professione pittore 3D

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La pittura in 3D non è certo una novità e spesso le opere dei suoi bizzarri artisti-illusionisti fanno capolino sulle pagine on-line dei principali giornali. Niente che cambi la vita, siamo d’accordo, però un “caspita!”, un “apperò!”, un “ooooh” se si è bambini, quel tipo di immagine lo strappa quasi sempre.

offiCina vi propone oggi le opere del più celebre pittore in 3D cinese: il pechinese Qi Xinghua, balzato agli onori delle cronache nei mesi scorsi per aver dato vita al dipinto tridimensionale più grande mai realizzato al mondo, entrando a buon diritto nel Guinness dei Primati.

Il capolavoro, 23 metri per 32, si trova – e ovviamente rimarrà – a Guangzhou, di fronte al tempio del suo probabile mecenate, uno shopping mall.

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L’ultimo canestro di Yao Ming

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La Grande Muraglia sta per crollare. Non regge più. È rimasta lì per troppo tempo, a difendere l’orgoglio e il canestro della Cina. Le sue fondamenta sono ormai troppo deboli, incapaci di sostenere un corpo ed una storia troppo pesanti.

Yao Ming smette, appende le sue enormi Reebook al chiodo. Il gigante è stanco, non ce la fa più. I 51 punti di quest’ultima stagione, con soli 5 incontri disputati, per un totale di 90 minuti sul parquet, stridono di fronte ai 1514 del 2008-2009. Troppo grave l’infortunio che gli ha fatto saltare l’intera stagione 2009-2010, troppi gli interventi chirurgici, troppo frequenti gli infortuni da stress. Anche se il ritiro verrà ufficializzato soltanto nel corso di una conferenza stampa fissata per il 20 luglio, il sito dell’NBA dà la cosa per certa. La notizia è quindi presto caduta sugli appassionati cinesi come una doccia freddissima. Succede, quando un atleta non è più soltanto un atleta ma è diventato un simbolo. Succede, quando lo sport si carica sulle spalle le ambizioni di un’intera nazione. E Yao, sbarcato nell’NBA nel 2002, quel peso l’ha portato con massima devozione e fedeltà. Con quell’unico tradimento, consumato nel momento in cui l’atleta originario di Shanghai ha deciso di far nascere sua figlia negli Usa, conquistando per la sua prole il diritto al solo passaporto americano. Mossa digerita a fatica dai cinesi.

Con il ritiro di Yao Ming si chiude anche un’epoca di affari fruttuosissimi legati alla sua immagine. L’uomo che da solo ha portato il basket nel Celeste Impero collezionava sponsorizzazioni miliardarie: Reebook, McDonald’s, Apple, Gatorade, Pepsi, ecc.

Un gigante di 2 metri e 30 che si è saputo procurare in patria anche la fama di gigante della solidarietà, con le cospicue donazioni all’indomani del terremoto del Sichuan e con l’abbandono degli allenamenti dei Rockets, pesantemente sanzionato dalla squadra di Houston, per presenziare alla cerimonia d’apertura delle Special Olympics, i giochi per atleti con disabilità intellettive svoltisi a Shanghai nel 2007.

Le reazioni dei cinesi alla notizia del ritiro di Yao sono molteplici. Si va dalla disperazione inconsolabile al realismo: nessuna era può durare in eterno, nemmeno quella di Yao Ming. I segnali del declino erano evidenti, bastava leggerli. Per qualcun altro – nei commenti sui social network cinesi – è ora il caso di far crescere e sviluppare tutto il mondo della pallacanestro cinese, smettendo di fare affidamento su un unico atleta, seppur immenso.

È rimbalzato fino in Cina anche il simpatico saluto rivolto a Yao attraverso Twitter da un altro mito Nba, Shaquille O’Neal: «Tu sei uno dei più grandi giocatori venuti dalla Cina, uno dei più grandi giocatori della tua epoca. Ora andiamo in vacanza insieme, io e te, fratello…».

Dimmi cosa mangi e ti dirò a quale Cina appartieni

Dimmi cosa mangi e ti dirò a quale Cina appartieni. O forse no? Una curiosa gallery sbircia nei piatti – nella fattispecie quelli consumati a pranzo – dei cittadini del Celeste Impero e ne racconta un po’ l’odierna variegatissima società, che ha visto acuirsi le differenze di reddito ma che non sembra aver scalfito le piuttosto omogenee abitudini alimentari.

Shan Erzai, fa il portiere. Guadagna più di 1.000 yuan (160 dollari) al mese. Mangia un menù economico con carne e verdura con una bottiglia di birra. Il tutto per 5 yuan (0,80 dollari).

Dong Song’e, si occupa di pulizie. Il suo stipendio può variare, dipende dalle circostanze. Cucina da sola a casa il pranzo che consuma al lavoro.

Shu Yong, proprietario di un’edicola. Guadagna circa 3.000 yuan (460 dollari) al mese. Il suo pranzo è preparato amorevolmente dalla moglie.

Xu Yijing, proprietaria di una boutique dal reddito variabile, influenzato dall’andamento del mercato. Pranza con gli zongzi (gnocchi di riso a forma di piramide) e con una bottiglia di tè al latte.

Li Zirui, ex studentessa di scuola superiore. Il suo stipendio mensile è di 600 yuan (92 dollari). Pranza con 7 yuan (1.10 dollari) con un menù di carne e verdura al vapore.

Li Guo, ufficiale di polizia. Guadagna 2.000 yuan (307 dollari) al mese. Il suo pranzo lo consuma presso la mensa della polizia.

Little Jie (è un soprannome) è un colletto bianco da 3.000 yuan (460 dollari) al mese. Per pranzo due porzioni di carne, una di verdure, una lattina di coca.

Luo Jun, è l’amministratore delegato di uno studio di produzione di animazioni. Grazie al suo lavoro incamera mensilmente circa 8.000 yuan (1.230 dollari). Anche lui a pranzo abbina carne e verdura, spendendo la modica cifra di 12 yuan.

Min Huang è il vice capo reparto in una piccola impresa privata. Guadagna tra i 3.000 ei 4.000 yuan (460-615 dollari) al mese. A pranzo: carne, due porzioni di verdure, un barattolo di yogurt. Spesa: 10 yuan.

Ruike Wang, 47 anni, riesce a guadagnare anche 20.000 yuan al mese e può permettersi di spendere 40 yuan per pranzo. Circa 6 dollari per un piatto di pasta e una tazza di tè.

L’attraversata che non possiamo capire

Prima di tornare in Cina, un’altra goccia d’Italia, d’Europa.

Rami l’ho incontrato il 28 marzo, sul treno Ventimiglia-Milano. Ero reduce da uno dei miei  collegamenti da inviata di Caterpillar. Sarà che era l’ultima settimana di lavoro prima del salto nel vuoto, sarà che arrivavo da un crescendo di emozioni fortissime (ero stata a Lampedusa, avevo intervistato il professor Olivier Roy, avevo parlato con diversi migranti …), saranno state tutte queste cose assieme, fatto sta che quel giorno, dopo aver ascoltato e fatto ascoltare in diretta nazionale Ymet – tunisino di 24 anni arrivato a Lampedusa un mese prima, scappato da Manduria, costretto a Ventimiglia da 5 giorni senza possibilità di lavarsi o dormire in un posto diverso dal pavimento freddo e bagnato -sono salita sul treno e ho cominciato a piangere. Credo fosse rabbia. Non mi ero mai sentita così impotente e inutile.

Rami era seduto nel mio stesso scompartimento, un sedile più in là. L’ho notato solo dopo che un po’ di lacrime erano già scese. Mi guardava in silenzio. A un certo punto mi ha rivolto un sorriso complice e a me è venuto spontaneo chiedergli da dove venisse. “Da Gafsa, Tunisia. Sono arrivato in Italia 6 anni fa”.

È cominciata così la nostra chiacchierata di quasi tre ore.

29 anni – la mia età. Alto, con lo sguardo dolce ma pieno di orgoglio e fierezza. Uno di quegli sguardi che – lo noti subito – vedono molto più in là di quello che stanno fissando.

Ho pensato di condividere il suo racconto con chi volesse leggerlo. Perché Rami mi ha ringraziato diverse volte solo per il fatto di averlo ascoltato. “Non avevo mai raccontato tutta la storia. Di solito non interessa a nessuno. Grazie. È stata quasi una seduta dall’analista”, mi ha detto quando siamo scesi a Milano.

Ho tentato varie volte di venire in Italia.

La prima via terra, a piedi. Avevo 19 anni. Sono arrivato fino in Grecia, ma da lì mi hanno rispedito in Turchia e infine in Tunisia.

Poi ho affrontato la traversata del Mediterraneo. Durante il primo tentativo la polizia italiana ha intercettato il nostro barcone e ci ha scortato finché non siamo entrati in acque territoriali libiche. A quel punto, la polizia di Gheddafi ci ha portati a riva e chiusi in un hangar con altre 600 persone per circa 20 giorni. Tunisini, eritrei, somali. Tutti insieme. Da mangiare, ci davano solo un pomodoro e un tozzo di pane ogni 24 ore. Se mi chiedi come mi hanno trattato, posso dire che sono ancora vivo, quindi non posso dire che mi abbiano fatto male.

Quando mi hanno liberato sono tornato in Tunisia per 4 giorni, ma tornare a casa è insopportabile per chi parte ma fallisce l’impresa. Quindi mi sono diretto nuovamente in Libia per ritentare un’altra volta l’attraversata.

Ma non mi è andata bene. Mentre ero nascosto nella sabbia e con i miei compagni aspettavo il segnale per correre in acqua e raggiungere la barca, è arrivata la polizia. Io sono riuscito a scappare, ma alcuni dei miei compagni di viaggio sono stati catturati. Pena minore, a quei tempi, 10 anni di carcere.

C’è una cosa di cui sono convinto. Voi non potete capire perché lo facciamo. Non avete proprio idea. In Tunisia non c’è libertà, bisogna perfino stare attenti a quello che si dice per la strada. Viviamo, ma non sentiamo di essere vivi. Io in Tunisia ho lavorato per guadagnare abbastanza e poter partire. Facevo il saldatore. Ogni giorno arrivava qualche poliziotto e pretendeva metà del mio stipendio quotidiano. Tutti i giorni. Puoi chiamarla vita questa? Come si fa a non voler partire?

Il terzo tentativo è stato quello buono. 1000 dinari, circa 500 euro. In 140 siamo rimasti dentro un garage a lungo ad aspettare il segnale della partenza. Siamo salpati un sabato notte. Anche in quest’occasione appartenevamo ad etnie diverse: tunisini, eritrei, somali, ciadiani, libici… C’erano anche 4 donne.

Quando il viaggio comincia sei entusiasta, pensi che finalmente stai sfruttando l’occasione della tua vita. Poi, appena la riva sparisce alle tue spalle, subentra la paura e ti chiedi “cosa cazzo sto facendo?” Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro.

Ogni volta che la barca plana sull’onda e senti la chiglia sbattere sull’acqua e poi rialzarsi ringrazi dio. Pensi: è passato un altro secondo e io sono ancora vivo. Ma la paura che la barca non si rialzi è forte. Che si schianti, che si rovesci. O che si fermi, come è successo a noi.

Dopo diverse ore di navigazione, infatti, il motore si è rotto e siamo rimasti fermi. C’era vento, pioveva. Faceva freddo. Abbiamo cominciato a dare fuoco ad alcune magliette e ad agitarle per farci vedere dalle altre barche. Vedi questa lunga cicatrice sul polso? Mi sono arrotolato una maglia addosso e l’ho bruciata per chiedere aiuto alle navi distanti, ma è stato tutto inutile.

Poi, piano piano, le persone hanno cominciato a morire. Cioè, erano vive ma avevano gli occhi vuoti, come se fossero già morte.

Una delle ragazze era incinta e ha avuto un aborto spontaneo sulla barca. Urlava, urlava, urlava. Il marito le ha coperto le gambe con un giubbotto. Lei ha espulso dal suo corpo un grumo di sangue morto, che aveva già le sembianze di un essere umano. Non lo dimenticherò mai. L’abbiamo buttato in mare.

Siamo rimasti in balia delle onde per circa 2 giorni. Dico circa perché in mare il tempo si confonde. Di giorno tutto è blu, di notte tutto è nero. Dopo un po’ la cognizione temporale si riduce solo a questa alternanza di colori.

Ci ha incrociati una nave della polizia libica. Ci ha girato attorno un paio di volte e ci ha lasciati lì, in mezzo al nulla, con il cibo e l’acqua che cominciavano a scarseggiare. Quindi, abbiamo strappato via dalla cabina di guida alcune assi di legno per usarle come remi. Ci siamo organizzati in turni e per tre giorni ci siamo dati il cambio. Al quinto giorno non c’era già più niente da mangiare e da bere. Abbiamo cominciato a bere l’acqua del mare, a mangiare carta, borotalco… Il nostro capo era un nero. Sulle barche c’è una gerarchia molto rigida. Il clan che organizza la traversata ha i posti migliori e prende le decisioni. Mi ricordo come fosse ora il momento in cui ha indicato un quindicenne che sembrava morto nonostante respirasse ancora. Ci ha detto: “se muore, non abbiamo altra scelta che mangiarlo”.

Poi, finalmente, dopo un lungo succedersi di nero e blu, abbiamo scorto delle luci in lontananza. Erano due petroliere maltesi. Avevamo il vento contrario, quindi senza motore era impossibile avvicinarsi con la barca. Due ragazzi che sapevano nuotare si sono offerti di raggiungere a nuoto le navi per chiedere aiuto. Abbiamo calato l’ancora e loro sono partiti. Il vento, però, era troppo forte, e le onde troppo alte; restare ancorati era troppo rischioso. La barca avrebbe potuto rovesciarsi. Siamo stati costretti a levare gli ormeggi e, inevitabilmente, ci siamo allontanati sempre di più dalle due imbarcazioni, finché non le abbiamo perse di vista. In seguito, ho saputo che per fortuna i due ragazzi sono stati salvati dai maltesi.

Il settimo giorno ecco altre luci. Questa volta erano quelle di Lampedusa. La guardia costiera ci è venuta incontro e ci ha scortato fino al molo. Miracolosamente, eravamo tutti vivi. Quando siamo scesi dal barcone e abbiamo appoggiato i piedi a terra, siamo caduti dal primo all’ultimo. Dopo giorni e giorni di mare, nessuno è riuscito a mantenere l’equilibrio. Io ho trascorso due giorni disteso prima di essere in grado di rialzarmi senza che mi girasse la testa. A Lampedusa ci hanno dato acqua e cibo, vestiti asciutti.

Ero felicissimo. Era come se fossi rinato. Su quell’isola è cominciata la mia seconda vita. È per questo che io festeggio il compleanno due volte: il 13 marzo, il mio compleanno anagrafico; il 25 giugno, la data del mio sbarco in Italia.

Dopo tre giorni sull’isola mi hanno spedito nel centro di accoglienza di Crotone. Sono riuscito a scappare e sono andato a Napoli, dove ho conosciuto dei tunisini che andavano a Foggia. Mi sono unito a loro e ho lavorato per una settimana come vendemmiatore. Ma non mi pagavano e io ero troppo stanco: non dormivo praticamente da un mese. Sono scappato di nuovo e questa volta ho cercato di raggiungere Venezia, dove vivevano alcuni miei amici tunisini. Arrivato a Mestre mi hanno portato in una casa abbandonata dov’erano accampati un sacco di immigrati. Ho dormito quattro giorni di fila, senza pausa. Per 5 – 6 mesi sono rimasto lì. Cercavo lavoro, ma non trovavo niente. Un giorno mentre stavo appisolato sotto la pensilina di una fermata dell’autobus, una ragazza che veniva lì tutti i giorni mi ha invitato a casa sua affinché potessi lavarmi. Io all’inizio ho rifiutato, poi ho accettato e sono stato da lei due giorni. Mi ha comprato dei vestiti nuovi e mi ha presentato due marocchini che vivevano in Italia da tanti anni. Grazie a loro ho cominciato a lavorare a Marghera, come saldatore. Guadagnavo 50 euro al giorno e lavoravo tre giorni a settimana. Ho fatto questo lavoro per tre anni. A nero, naturalmente. Rimanevo un clandestino, quindi, ho cominciato ad avere paura e sono tornato in Sicilia, dove i controlli sono meno severi. Ma sull’isola mi pagavano la metà e lavoravo anche 13 ore al giorno, quindi sono tornato a Marghera e ho cominciato a vendere i fiori. Poi mi sono trasferito a Bruxelles, dove vivo da quasi due anni. Adesso sto andando a Venezia a prendere due amici tunisini che sono arrivati da Lampedusa. Spero di riuscire a portarli a Bruxelles con me. Posso aiutarli a trovare lavoro. Ma il mio sogno è quello di tornare in Italia. L’Italia mi piace tanto.

Sto aspettando che la situazione in Tunisia si stabilizzi, vorrei tornare a far visita a mia madre. Non la vedo da più di sei anni, anche se ogni tanto la sento al telefono. Mi mancano, lei, le mie sorelle e la mia terra.

Come mi vedo tra 10 anni? Mi vedo sposato, padre di due bambini. Mi vedo vivo in un posto in cui sto bene e dove mi sento libero.


Da Pechino a Lampedusa

La Cina è una grande frontiera, quella che probabilmente ci separa dal futuro. Dal 26 febbraio al 5 marzo ho visitato un altro luogo estremo, un altro punto di passaggio e di passaggi. Una porta: Lampedusa. So che il tema di questo diario, scritto per il sito di Caterpillar, sembrerà non c’entrare moltissimo con i materiali che solitamente entrano ed escono dall’offiCina. Eppure forse qualcosa in comune esiste, tra il lembo di terra più a sud dell’Italia e il continente in cui ho vissuto negli ultimi anni. Esiste ed ha a che fare con il nostro paese, con la Cina e con il futuro di entrambi.
E manco a dirlo, a Lampedusa ho incontrato anche la Cina. Nei panni di due cronisti della CCTV, inviati dei giganti nella terra dei lillipuziani.

PICCOLO DIZIONARIO DEL MIO VIAGGIO A LAMPEDUSA

ARRIVO. L’arrivo a Lampedusa mi spaventava. Avevo letto articoli e visto servizi al Tg che descrivevano una situazione allarmante. E il sindaco ci aveva messo del suo emettendo un’ordinanza che vietava “l’accattonaggio e i comportamenti non decorosi” e dichiarando che le donne lampedusane avevano paura di uscire di casa per i troppi tunisini a zonzo per il centro del paese.
Hanno ragione i lampedusani quando dicono che i media distorcono la realtà. Io aggiungo che anche i politici non scherzano. La situazione dell’isola è complessa, ma tutt’altro che pericolosa.

BAFFI. Quelli imperiali di Sandro Ruotolo, incontrati per caso dentro il tempo di un caffè alle 9 del mattino.

CENTRO DI ACCOGLIENZA. Ho provato ad entrarci inutilmente per 5 volte, senza mai ricevere il permesso. Nei miei primi giorni a Lampedusa i suoi cancelli erano aperti e i ragazzi tunisini andavano e venivano. Poi si è tornati alla normalità: immigrati dentro e resto del paese fuori. Due mondi mantenuti completamente separati.

DISPERSI. Ho incontrato Salvatore Tuccio per caso, sulla strada che portava al centro di accoglienza. A causa del maltempo aveva aspettato la barca 7 giorni per portare da Linosa a Lampedusa un mazzo di foto ricevute da amici tunisini. 29 fotografie, 29 volti di persone scomparse il 14 febbraio 2011, in seguito allo speronamento compiuto da una motovedetta tunisina ai danni di un barcone carico di migranti al largo di Gabes. Approcciava i giovani magrebini.
“Li riconosci? Hai mai visto questi ragazzi?”
“No, non li conosco…”
“Si, lui so chi è. Veniamo dallo stesso villaggio. Ma so che è morto…”
29 volti. Il più giovane, quello di un sedicenne.

ESTREMO ORIENTE. In chi altro potevo andare a imbattermi io in un’isola minuscola di 6000 abitanti dispersa nel Mediterraneo se non in due distinti signori cinesi??? Giornalisti della CCTV, la più importante rete televisiva della Repubblica Popolare Cinese (raggiunge picchi di 800 milioni di spettatori). Mi chiedono aiuto nella traduzione di un’intervista, e io ovviamente li sfrutto per il collegamento in diretta. Mi tolgo pure una curiosità: come si mangia nella mensa della CCTV? Mi umiliano. Sembra che la “Rai cinese” sia famosa per offrire pranzi rinomatissimi. Questi cinesi sono davvero avanti.

FELICITÀ. La felicità di chi sbarca stremato ma vivo dall’altra parte del mare e come primo gesto grida “Grazie Lampedusa”.

GIOVANI. Cosa fanno i giovani di Lampedusa? Come vivono? Ho cercato a lungo questa risposta. Ho scoperto che tanti – inevitabilmente – se ne vanno, anche loro migranti. E continuano a sentire dentro il forte legame con “lo scoglio”, come chiamano la loro l’isola. Rimane solo chi decide di imparare il mestiere di pescatore o chi riesce a trovare un lavoro nel settore della ristorazione. Antonino e Giacomo però non si arrendono, e assieme ad alcuni coetanei hanno messo in piedi la onlus “Alternativa Giovani” per creare occasioni di socialità e sensibilizzazione nei confronti delle problematiche dell’isola. Gianfranco e Eletta, invece, assieme a Paola, hanno recuperato la storia di Lampedusa “ponte” tra due sponde. “Perché Lampedusa non è una porta come dicono tutti”, mi dice Gianfranco, “è un ponte”.

HAMDI. 26enne tunisino. Lo incontro in via Roma, la strada principale del paese. Gli faccio una breve intervista video. Termino la registrazione, ma lui continua a parlare. È arrivato in Italia al suo quarto tentativo di attraversamento del Mediterraneo. “Per tre volte la guardia costiera tunisina mi ha rispedito indietro”, dice. “Ho tentato anche il percorso via terra: non avevo più soldi, mi restavano solo le gambe, così mi sono messo a camminare… Sono riuscito ad arrivare fino in Albania, ma lì mi hanno rimandato in Tunisia”. Parla un italiano quasi perfetto, dice che l’ha imparato guardando Vespa e Marzullo. Dice che sono proprio la Televisione e Internet che l’hanno convinto che l’Italia sia un bel posto, il posto giusto. E’ partito col mare in burrasca, aveva paura, ma piuttosto che restare in Tunisia avrebbe preferito morire. Si ricorda bene di una ragazza che ha viaggiato con lui e gli altri 200. Era incinta all’ottavo mese. Il rischio era che partorisse in viaggio. Per fortuna non è successo e ora anche lei è in Italia. Ha la faccia che è un sorriso, Hamdi.

ISOLA. A Lampedusa sei lontano da tutto. Se la nave dalla Sicilia non arriva (e durante la mia permanenza non è arrivata per 7 giorni), gli scaffali dei supermercati si svuotano senza essere riforniti, la frutta scarseggia e piano piano diventa marcia, la carne finisce, la posta non parte. Se hai bisogno di un intervento medico, di una radiografia, se devi partorire, estrarre un dente ti tocca prendere l’aereo per Palermo e pagarti un albergo là, se non hai la fortuna di avere qualche parente pronto ad ospitarti. Se finisci le scuole medie, non vuoi smettere di studiare ma pensi che il liceo scientifico – l’unica scuola secondaria presente sull’isola – sia troppo impegnativo per te, devi andare via di casa. A 14 anni.
Lontano da tutto, ma anche al centro del mondo. Sulle prime pagine di tutti i giornali. Anche se a Lampedusa, ironia della sorte, i giornali non arrivano più.

LIBRI. I libri che ho letto per prepararmi al viaggio. Tra tutti, Mamadou va a morire e Il mare di mezzo di Gabriele Del Grande. Giovane freelance, il più attento a seguire le storie di chi tenta il disperato assalto alla Fortress Europe.

MARE. Il mare più bello che abbia visto in vita mia, ma anche il mare che più mi ha inquietata. Di notte l’ho visto nero e arrabbiato, ho sentito il suo rumore. Ho pensato alle barche minuscole che lo sfidano lo stesso.

NUMERI. 20, 45, 72. Scritti a penna, in nero, su dei piccoli brandelli di carta apparentemente insignificanti. Custoditi come tesori dai giovani tunisini. Fogli di via che scandiscono l’ordine di imbarco su un aereo o una nave alla volta di un Cie in qualche altra parte d’Italia.

OSPITALITÀ. Quella grande degli abitanti dell’isola. Sempre gentili e disponibili, nonostante non ne potessero più dei giornalisti.

PESCATORI. In sciopero dai primi di febbraio per protestare contro il prezzo esagerato del gasolio (circa 30 centesimi in più rispetto alla Sicilia), hanno reso impossibile la mia missione di approfittare di una località marina per abbuffarmi di pesce fino a stare male. Dico solo che durante l’ultima cena a Lampedusa ho dovuto ripiegare su una bacinella di agnolotti in brodo!!!
Il pescatore Enzo Billeci mi ha raccontato di quando gli è capitato di incontrare in mare le barche dei migranti e di come ha cercato di aiutarli. Spesso meno di quanto avrebbe voluto a causa delle severi leggi legate al traffico di uomini.

QUANDO. Col punto di domanda, nel tipico dialogo tra i giornalisti sull’isola:
“Quando arrivano?”
“È previsto un barcone verso le 14”.
“Ah si? A me hanno detto le 15…”

RESPIRO. Il film di Emanuele Crialese. Per me, prima di questo viaggio, Lampedusa era soprattutto questa pellicola.

SBARCO. Il primo a cui ho assistito, quasi ibernata, alle 3 di mattina del 2 marzo. Più di 300 persone in mare da 4 giorni. Un’isolana acquisita, Paola, accompagna una cronista straniera e fotografa il cinismo dei media: “la prima domanda dei giornalisti è sempre QUANTI SONO, mai COME STANNO”…

TOMBE. Vincenzo Lombardo, la banalità del bene. L’uomo che già nel 1996 affrontava l’emergenza sbarchi, dando una sepoltura ai corpi dei migranti restituiti dal mare alle coste dell’isola. Non era compito suo, lui era soltanto il custode del cimitero. Ma una croce non si deve negare a nessuno, e nemmeno un fiore. E che tristezza quelle sterpaglie che hanno invaso la tomba di Mohammed da quando lui è andato in pensione, quattro anni fa. Vincenzo che guarda il Mediterraneo e sospira: “troppi morti in quelle acque, ci vorrebbe una messa…”.

UNHCR. Delicatissimo il lavoro dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e della sua portavoce Laura Boldrini.

VINCENT. Come Padre Vincent. Originario della Tanzania, da 5 anni prete a Lampedusa. Scherza coi bimbi dell’isola e li invita a rassicurare i genitori circa possibili pericoli provenienti dal Nord Africa: “Dite loro che non devono preoccuparsi, Padre Vincent è molto più nero dei tunisini…”

ZOCCOLO. Quello che ho visto per terra nel cimitero delle barche, il luogo in cui vengono ammucchiate le imbarcazioni con cui i clandestini raggiungono l’Italia. Il cantautore Giacomo Sferlazzo con la sua associazione culturale Askavusa ha cominciato a raccogliere gli oggetti che si trovano in queste particolari discariche e li ha esposti nel piccolo Museo dell’immigrazione. Per mantenere la memoria. Per rispettare la memoria. Per non dimenticare.

No “Party” per Han Han

Giovane e bello. Scrittore, giornalista, opinionista, blogger, produttore discografico, pilota di auto da corsa. 28 anni, Han Han è uno dei personaggi più conosciuti della Cina contemporanea. Anche all’estero.

Diventato famoso a soli 18 anni per il suo primo romanzo Triple Door, ha continuato a pubblicare successi editoriali (narrativa, saggi) uno dietro l’altro, ma è negli ultimi due anni che si è guadagnato la candidatura di “Time Magazine” al titolo di una delle personalità più influenti del mondo grazie al suo caustico blog, cliccatissimo soprattutto dagli utenti cinesi della cosiddetta generazione “post anni ‘80”. Visitato circa 450 milioni di volte, il suo sito riceve una media di 10.000-15.000 commenti a post. Han Han è solito affrontare tematiche di attualità. Lo fa utilizzando un tono spesso strafottente e critico nei confronti delle autorità. Per esempio, parlando delle classi dirigenti cinesi, ha detto che «la vita dei funzionari non assomiglia per niente a quella delle persone normali. L’unica cosa che questi hanno in comune con noi giovani è che anche loro hanno fidanzate ventenni».

In risposta a questo sfoggio di libertà espressiva, ha fatto sapere lo stesso Han Han, il governo cinese monitora il blog e armonizza «in media un articolo al mese, come le mestruazioni di una donna».

Il 1 maggio 2009 il giovane intellettuale ha pubblicato un post in cui invitava i lettori ad inviargli articoli e  curricula, in vista della pubblicazione di nuova rivista. Dopo mesi di continui rinvii e richieste di modifiche (pare che abbia dovuto rivedere più del 70% dei contenuti per ottenere l’ok del dipartimento preposto al controllo delle pubblicazioni), nel luglio 2010 è finalmente uscito il primo numero della sua rivista 独唱团 (Du Changtuan – Party, in inglese). Le raffinate 130 pagine, contenenti trenta pezzi tra narrativa, saggistica, poesia e lavori fotografici si sono rivelate un grande successo. Nei due giorni di debutto, la rivista ha venduto 500.000 copie, arrivando nei mesi successivi ad un totale di 1 milione e mezzo circa.

Nonostante questo, Han Han ieri ha ufficializzato il blocco della rivista. In un post sul suo blog ha fatto sapere che, dopo aver cercato invano una casa editrice per editarne il secondo numero, ha deciso di «congelare a tempo indeterminato tutte le operazioni relative a “Party”», aggiungendo di non volere «che la gente sprechi il suo tempo in un’attesa senza speranza». Evitando di accusare direttamente le autorità, Han Han ha ammesso che le cause della chiusura non sono chiare e ha scritto: «Forse c’erano troppi dipartimenti coinvolti e troppe persone con il potere di rendere una rivista di letteratura una reliquia. Non so cosa non andasse bene. Non so a chi ho dato dispiacere. Sto in piedi nella luce mentre voi siete nel buio. Se mai ci incontreremo, non voglio serbare rancore, ma per favore mi potreste dire cosa è successo?».

Nessuno in Cina si illude che una domanda del genere possa trovare una risposta.

Impressiona davvero che, in tempi di crisi per l’editoria (di quella occidentale, almeno) una rivista di un certo spessore culturale che andrebbe letteralmente a ruba davanti ad un pubblico sterminato di lettori spaventi a tal punto le autorità cinesi. Bisogna precisare che Han Han è sicuramente un cane sciolto, in grado di risultare indigesto a molti, ma non è assimilabile alla figura di un dissidente. Egli ha sempre riconosciuto la piena legittimità di chi regge le sorti del Celeste Impero e si è sempre battuto per guadagnare, al massimo, qualche spazio di critica e di esercizio della libertà di pensiero.

Troppo, evidentemente.

Di seguito, un’intervista dell’aprile scorso tratta dal quotidiano filogovernativo in inglese “China Daily”, utile a conoscere meglio la controversa figura di Han Han.

China Daily: La ribellione è un atteggiamento o una mentalità?

Han Han: È da malati fingere di essere ribelle. Io non sono un ribelle. Il mio gusto è tradizionale.

CD: Il piacere di quando raggiungi la velocità massima pilotando un’auto e la gioia di quando hai un’ispirazione nello scrivere hanno qualcosa in comune?

HH: Quando mi sento bene al volante, è come se scrivessi con grande ispirazione.

CD: Tra corsa e scrittura, cos’è più rischioso?

HH: Sicuramente la scrittura, in Cina. Non si può correre su una lista nera o direttamente in carcere.

CD: In uno dei tuoi romanzi, un personaggio dice: “Tu sei semplicemente un passante in questo mondo”. Sei un passante o un partecipante? Se potessi scegliere, cosa preferiresti essere?

HH: Ogni individuo è un partecipante, ma la maggior parte in realtà è solo un passante.

CD: Data l’unicità della Cina, è una cosa positiva o negativa essere stato nominato per la lista delle 100 persone più influenti dell’anno?

HH: Non si tratta della mia influenza, ma dell’influenza della rivista “Time”. Il nostro è un ambiente estraneo. Se mostri indifferenza verso il riconoscimento di un media straniero, sei maleducato, se esprimi gratitudine, la gente dirà che sei utilizzato dai media occidentali o sei nel loro accampamento. Alcuni addirittura ti accusano di usare valori occidentali per eliminare i valori asiatici.

CD: Alcune persone all’estero ti definiscono “dissidente leggero”. Sei d’accordo?

HH: Ah, forse perché non peso molto fisicamente. “Dissidente” è una parola pericolosa qui. Io sono diverso da un dissidente perché accetto l’attuale costituzione. Accetto il potere del potere che c’è, ma voglio avere i miei diritti. Io non voglio una nuova carta o una nuova costituzione.

CD: Se non potessi dire la verità, sceglieresti di tacere o usare insinuazioni?

HH: Puoi raccontare una piccola bugia alle donne. Oltre a questo, io preferisco tacere piuttosto che dire bugie.

CD: Hai paura dell’altezza?

HH: Molto.

CD: Utilizzi l’umorismo nero liberamente nei tuoi scritti. È uno stile che ami o lo utilizzi per necessità?

HH: È lo stile che meglio si adatta a me, perché temo che i lettori perdano interesse.

CD: I tuoi romanzi sembrano implicare il pensiero buddista, come il karma, ma “solo per la gente comune”. È il tuo pensiero, o qualcosa nella testa del tuo personaggio?

HH: L’ho imposto ai miei personaggi. Il Karma è l’ultima difesa della gente comune e il loro ultimo conforto psicologico. Ma, come ho osservato, non è comune che i buoni ottengano ricompense e i cattivi le loro meritate punizioni.

CD: Che genere letterario comporta uno sforzo maggiore, la narrativa o la saggistica? Qual è la risposta da parte dei lettori?

HH: Mi applico di più per la narrativa, ma i lettori preferiscono i miei saggi, perché le espressioni sono più dirette.

CD: Hai spesso deriso le opere letterarie selezionate per i libri di testo. Cosa penseresti se un giorno la tua scrittura apparisse nei libri di testo? Un altro scenario: e se il tuo lavoro fosse ufficialmente condannato come una cattiva influenza?

HH: Andrebbe bene in entrambi i casi – nel primo caso la società sarebbe più aperta e le cose sarebbero cambiate, e nel secondo caso otterrei lo stesso trattamento di Confucio (che è stato a lungo condannato in Cina).

CD: Hai detto che la letteratura non deve fare del trasmettere “il senso” una priorità, intendendo la rilevanza sociale. In realtà il tuo lavoro contiene “una via”, solo che è diversa dalla “via” tradizionale. Quale posizione dovrebbero avere i messaggi sociali nella letteratura?

HH: Una posizione importante, ma dovrebbe essere implicita, soprattutto se i messaggi sono buoni. Nella letteratura cinese c’è troppa predicazione, che si trasforma in una guida. I lettori tendono a diventare scemi dopo essere stati troppo esposti a questa roba.

CD: Se ti venisse chiesto di scrivere un elogio e tu sapessi che il contenuto è vero, lo faresti?

HH: Certo. Io lodo spesso le cose, ma questo non fa notizia.

Cinesi che fanno le scarpe

Qualcuno l’ha addirittura definito “il più grande vincitore delle Olimpiadi 2008”. Altri hanno storto il naso davanti alle campagne pubblicitarie capaci di saccheggiare contemporaneamente le strategie di marketing dei due principali rivali su scala mondiale: Il logo che ricorda molto da vicino il celebre “baffo” della Nike, soltanto rivolto verso il basso anziché verso l’alto; lo slogan “Anything is possible” che ribaltava le notissime parole d’ordine degli spot Adidas: “Impossible is nothing”. Ora il marchio Li Ning, leader in Cina nel campo dell’abbigliamento sportivo, sta per sbarcare negli Usa. Dopo l’apertura di uno showroom a Portland (Oregon), è giunto il momento del lancio di un cliccatissimo video in cui le calzature made in China si trovano ad affrontare la rigida accoglienza di due doganieri americani, pronti a ricredersi dopo aver testato sul campo di basket, tra un salto e una schiacciata, la qualità del prodotto.

Ex gloria della ginnastica cinese, nell’immaginario collettivo il “tedoforo volante” della cerimonia di apertura della kermesse olimpica di due anni fa, Mr. Li Ning da vent’anni si occupa con successo di affari. La ditta che porta il suo nome è una delle poche a non aver subito contraccolpi tra i marosi della crisi globale. Tutt’altro: nel primo semestre del 2010 il fatturato è cresciuto dell’11%.

Nonostante il successo in patria, per ora soltanto l’1% degli utili della Li Ning proviene dalle esportazioni estere. La musica, però, sembra destinata a cambiare.

In giro per il pianeta, infatti, sempre più protagonisti dello sport indossano indumenti tecnici col marchio Li Ning: squadre di calcio europee (Celta di Vigo, Espanyol di Barcellona, Malaga), rappresentative nazionali di pallacanestro (Argentina, Spagna), stelle dell’altetica leggera (Asafa Powell, Yelena Isinbayeva), addirittura cestisti NBA (Shaquille O’Neal).