6 maggio 1976 – Il terremoto in Friuli (parentesi extra-Cina)

Il 6 maggio 1976 la terra, in Friuli, ha tremato forte. Nonostante io sia nata dopo, il terremoto fa parte della mia identità. L’anno scorso “Bottega errante” mi ha chiesto di scriverne. Questi sono i miei racconti pubblicati nel libro “La notte che il Friuli andò giù – Dieci voci raccontano il terremoto del ’76“.

IL MIO TERREMOTO
Chi c’era, il 6 maggio del 1976, scandisce il tempo in maniera precisa: esistono un prima, un durante e un dopo terremoto.
Ho sempre avuto l’impressione che per i gemonesi come me, nati poco dopo la tragedia e fortunatamente scampati ai lutti familiari, i conti con il tempo siano qualcosa di più confuso e complesso. Il “terremoto del ‘76” è una massa indistinta di istantanee, di storie e di memorie: le macerie, i racconti che ascolto da quando sono piccola, i 400 rintocchi che ricordano i morti nei giorni dell’anniversario, i vaghissimi ricordi della moquette blu della baracca, gli studi e la stampa della facciata del Duomo realizzati da mio nonno pittore, i maglioni di tre taglie più grandi, dono degli Austriaci, immortalati nelle fotografie dell’epoca…
Ho trascorso metà della mia esistenza lontana da Gemona e dal Friuli. Sono partita a 19 anni, ho vissuto quattro anni a Venezia, sei anni a Pechino. Ora sto a Milano. Paradossalmente, è proprio il mio stare lontana che, negli anni, mi ha regalato la consapevolezza di quanto il terremoto, nonostante io non l’abbia vissuto direttamente, sia parte profonda della mia identità. In fondo, sono una delle tante “figlie” del terremoto. Se spiego da dove vengo a persone che hanno più di cinquant’anni, mi sento spesso rispondere «che bei posti quelli. Sono venuto a fare il volontario dopo il ‘76» (mi è successo anche in Cina!). Se sento la terra tremare lievemente, mi agito un po’ di più rispetto a chi mi sta intorno; se leggo notizie sui terremoti in giro per il mondo, avverto inesorabilmente un nodo alla gola.
Ho tentato di mettere ordine nel caos che c’è dentro di me. Ne sono nati dei racconti – niente fiction, i riferimenti a fatti luoghi e persone non sono affatto puramente casuali – in cui si salta di qua e di là, nel tempo e nello spazio, tra il presente e il passato remoto, tra Glemone e Beijing, passando per L’Aquila.
Il mio terremoto è questo, prendere o lasciare.

Uno
La Tv è accesa. Io e mia madre la guardiamo annoiate, distese sul lettone. Fuori è buio. È una sera d’inverno, di quelle limpide, in cui da Gemona alta puoi vedere all’orizzonte uno spettacolo di luci caldissime: rosse, arancioni, rosa, viola. È il 2003.
Il telefono a muro comincia a squillare. Mamma risponde rimanendo sdraiata.
«Pronto? Chi parla? Non ho capito, scusi… chi parla?».
Io continuo a guardare la Tv, ma con la coda dell’occhio mi accorgo che si mette seduta per continuare la conversazione.
La parola più frequente che pronuncia è «grazie». Passa qualche minuto, riattacca e si lascia ricadere sul cuscino. Mi guarda. Forse è un po’ commossa, non riesco a capire bene. «Era il mio amico di penna di Castelbuono di Palermo. Ci scrivevamo quando avevamo 15 anni». Fa una pausa. Le attraversa il viso un’espressione strana, che non riconosco. Un misto di sorpresa e sconvolgimento. Mi sembra, per una volta, terribilmente fragile.
«Mami, tutto bene? Cosa voleva?»
«Sì, sì. Tutto bene. Mi ha detto che sistemando casa ha ritrovato le mie lettere… E anche una mia fotografia».
«Ah, ok» dico io e mi rimetto a guardare la Tv. Ma mia madre rimane lì, in silenzio, un po’ intontita.
«Mamma, tutto ok?», insisto.
«Sì, sì… Sai, il fatto è che io non ho foto mie di quando avevo quell’età, le ho perse tutte. Ho le fotografie di quando avevo 20, 25 anni. Qualche fotografia di me neonata si è salvata perché era a casa della nonna, a Udine… ma di quando ero adolescente non ne ho praticamente più nessuna».

Qualche giorno dopo è arrivata una busta. All’interno c’era una foto in bianco e nero: una ragazzina con una canottierina bianca. I capelli lisci, il sorriso vivace e gli occhietti furbi.
Ora è appoggiata su una mensola della libreria, in salotto. Sta ancora lì, e tutte le volte che la guardo mi attraversa un sottile senso di colpa per essermi resa conto solo in quella sera del 2003, complice una telefonata dalla Sicilia, di cosa sia veramente stato per mia madre il terremoto del 1976.

Due
Se capiti a Gemona e hai la fortuna di avere come guida un autoctono che ha più di 50 anni, ti accorgi subito di quanto spesso, descrivendo il paese, aggiunga l’appunto «qui è venuto giù tutto, là quel muro è rimasto in piedi».
Via XX Settembre attraversa il centro storico. È una strada inizialmente ripida, che si addolcisce piano piano.
Il sisma del ‘76 ha distrutto completamente tutti gli edifici affacciati sul suo acciottolato.
Nella piazza della chiesetta di San Rocco è stata ricostruita una delle prime case della via. Nell’agosto del 1983 svettava solitaria, circondata da sterrato, ghiaia e macchine escavatrici.
Proprio durante quell’estate, una famigliola tornò ad abitarci: un uomo, una donna e una piccoletta bionda di 2 anni e poco più.
Il padre era un giovane ingegnere originario di Mantova, arrivato in Friuli da obiettore di coscienza per dare una mano nella ricostruzione. La madre era una gemonese che non se ne era mai andata, nemmeno subito dopo il terremoto: aveva vissuto in tenda, senza mai trasferirsi a Lignano.
I due giovani si erano incontrati nella mensa comunale del piccolo comune di Montenars, dove lei faceva assistenza domiciliare agli anziani. Si erano innamorati e alla fine del 1979 si erano sposati. Un paio d’anni dopo era nata Giada. Il nome, un po’ esotico a quei tempi, l’aveva scelto la nonna, professoressa di liceo appassionata di filosofia orientale.
I primi anni di quella vita in comune li avevano vissuti in una baracca Krivaja. Dopo la nascita della piccola, si erano spostati in una baracca Kocel, nella zona di Taboga: 35 metri quadrati, l’entrata diretta nella cucina-soggiorno, un bagnetto, una camera grande e una cameretta, tipo sgabuzzino. L’inverno era gelido, l’estate bollente. Gli spazi angusti. Giada aveva cominciato a camminare tardi perché la baracca era molto piccola e lei non aveva abbastanza spazio per zompettare libera, senza sbattere contro qualcosa.
Il trasferimento in una casa vera, piano piano, riportò quelle esistenze ad una sorta di normalità. Il papà lavorava, la mamma si occupava della bimba e la bimba cominciava a frequentare l’asilo in un prefabbricato a due passi.
Un giorno, le maestre convocarono la giovane coppia a scuola. Parevano visibilmente imbarazzate. Era evidente: Giada doveva aver combinato qualcosa di grosso.
«Ehm… Volevamo avvisarvi che la bambina esprime un certo disagio… sì, insomma… bestemmia molto».
I due genitori si erano guardati increduli e allibiti, nessuno dei due aveva l’abitudine di bestemmiare.
Passò del tempo senza che nessuno riuscisse a capire perché la bimbetta, che parlava poco e da poco, avesse consolidato quel vizio. Finché un pomeriggio, la mamma entrò nella cameretta della piccola mentre era intenta a vestire il suo Cicciobello. Borbottava qualcosa.
La finestra spalancata lasciava filtrare il rumore dei martelli, dei trapani, dei motori e… le urla degli operai. La mamma si affacciò sul davanzale. Le grida che rimbalzavano tra le pareti degli edifici in costruzione erano per lo più bestemmie.
Si girò verso la figlia, indaffarata nel tentativo di abbottonare un minuscolo golfino azzurro, e solo allora riuscì a distinguere con chiarezza cosa stesse boffonchiando. «Diopolco», sì, aveva detto proprio così.

Tre
Nel 2008 vivevo a Pechino. Il 12 maggio di quell’anno, nella provincia del Sichuan, la terra ha tremato fortissimo. Le scosse si sono sentite in tutto il Nord del paese.
Io non me ne sono accorta. Durante quegli interminabili secondi mi trovavo a bordo di un taxi. Ho visto le persone che uscivano dai palazzi, ma ricordo di non aver assolutamente immaginato potesse trattarsi di un terremoto. Mi avevano sempre assicurato che Pechino non fosse una zona sismica (sì, è una cosa su cui mi informo sempre, quando mi sposto in una nuova città). Quasi subito era arrivato l’sms di un amico: «dove sei? hai sentito la scossa?».
Ogni volta che sento parlare di terremoto è sempre la stessa storia: la testa mi si riempie all’istante con le immagini del mio paese in macerie. Rivivo il racconto di mio nonno, scampato al crollo di casa nostra perché convocato dieci minuti prima della scossa per una riunione improvvisata e provvidenziale in municipio. Si tratta quasi di un riflesso incondizionato.
Quello del Sichuan è stato un evento sismico particolare. In qualche modo “vicino” alla capitale, anche se era avvenuto a quasi 2000 chilometri di distanza. Una tragedia che ha colpito profondamente la Cina: 90.000 vittime, il sisma più forte e con il più alto numero di morti avvenuto in Cina dal 1976, l’anno del cataclisma di Tangshan (in cui avevano perso la vita circa 250.000 morti). Le scosse hanno distrutto sei milioni di abitazioni, lasciando senza casa quasi cinque milioni di persone, che secondo alcune stime potrebbero addirittura essere undici milioni.
Per la Repubblica Popolare Cinese si è trattato del primo sisma mediatico: i giornali e i telegiornali per settimane si sono riempiti di racconti e fotografie. Io lavoravo per un quotidiano nazionale italiano e dovevo seguire da vicino come la stampa cinese dava copertura alla vicenda. Non sono mancate polemiche e accuse di scarsa prevenzione, di inadeguatezza delle infrastrutture (nella maggior parte dei casi non era stata rispettata alcuna misura antisismica), di utilizzo di materiali scadenti, di censura e di scarsa trasparenza da parte del governo.
0022190dec450b6a359623Col passare dei giorni, come sempre accade, le prime pagine e anche le parole nei discorsi delle persone hanno lasciato spazio ad altro. E altro, in quell’estate del 2008, erano le Olimpiadi di Pechino. La Cina le aspettava da un decennio.
La tragedia del Sichuan è rientrata prepotentemente nelle cronache e nei miei pensieri la sera del 6 settembre, durante la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi.
Riesco ancora a percepire l’emozione del momento in cui le note del Bolero di Ravel hanno avvolto lo Stadio Nazionale di Pechino, il famoso “Nido d’Uccello”. Al centro di quell’immenso catino, stracolmo di spettatori, è apparsa una bambina minuscola con i capelli raccolti e il tutù rosa, seduta su una sedia a rotelle. Aveva in mano una scarpetta rossa. L’ha infilata nel piede destro e ha cominciato a danzare muovendo le braccia. Attorno a lei 109 ragazze sordomute hanno animato una coreografia da brivido: le loro braccia si sono trasformate nelle sue gambe. Li Yue, questo il suo nome, era una sopravvissuta al terremoto del Sichuan. Era rimasta 70 ore sotto le macerie della sua scuola, crollata durante la prima scossa, e dopo essere stata salvata, il 14 maggio aveva subito l’amputazione della gamba sinistra.
L’incontro con lei è sicuramente una delle esperienze professionali e umane che più mi hanno segnata.

L’ingresso dell’ospedale era buio e la prima cosa che colpiva era l’odore acre di medicina cinese, misto a quello di piscio che arrivava dai bagni.
Al piano terra c’era un continuo viavai: malati, carrozzine, parenti e gente che dormiva rannicchiata nelle posizioni più improbabili sulle panche di legno spigoloso.
Sono salita al terzo piano, al reparto di ortopedia. L’ascensore era enorme.
La stanza di Li Yue era posta in fondo a un corridoio squallido con le pareti giallognole. Cercavo di non guardare dentro le altre camere, ma i miei occhi erano istintivamente attirati dalla luce che attraversava le porte spalancate e tagliava l’oscurità di quel lunghissimo corridoio: anziani, persone di mezza età, bambini. A letto, in piedi o in carrozzina. Tutti senza uno o più arti.
Ero già stata in quel luogo qualche settimana prima, per farle un’intervista assieme a un giornalista di RaiSport. Ci stavo tornando perché la mia sorellina, sua coetanea, dopo averla vista in TV e aver sentito la sua storia, trovava assurdo che io non le portassi almeno un regalo.
Li Yue mi ha riconosciuta subito. Non aveva i capelli raccolti nella solita crocchia, aveva la coda alta. Per la prima volta ho notato quanto fossero lunghi. Ho rotto il ghiaccio parlando di quello, poi le ho lasciato scegliere uno dei pupazzi di peluche che tenevo in borsa. Ne avevo portati sei, gli altri cinque erano per le sue compagne di stanza, in fondo meno fortunate di lei. Sorrideva tanto. Mi ha confidato che, nonostante tutto, avrebbe portato avanti il suo sogno di diventare una ballerina. Si è esibita per me in alcuni esercizi alla sbarra montata appositamente per lei nel corridoio dell’ospedale.
A volte mi capita ancora di pensare a quell’incontro, e di chiedermi che fine abbia fatto la piccola libellula Li Yue.

Quattro
Il 6 aprile 2009 ho sentito le prime notizie sul terremoto de L’Aquila dalla radio, mentre mi dirigevo in macchina verso la Carnia. Ero casualmente in Friuli per lavoro. Al volante c’era una donna che aveva vissuto in prima persona il sisma del ’76. Il volto di chi l’ha provato sulla propria pelle e sente che lo stesso dramma si sta ripetendo da qualche parte è qualcosa che non si può descrivere.
Nei primi mesi del 2011 mi sono trasferita a Milano perché Massimo Cirri mi ha voluta come inviata di Caterpillar, lo storico programma di Radio2 RAI.
Ho trascorso quell’inverno salendo e scendendo freneticamente da treni regionali e Frecciarossa, intervistando sindaci emiliani che sarebbero diventati ministri, migranti appena sbarcati a Lampedusa o in attesa di passare la frontiera a Ventimiglia, gay in marcia per i loro diritti, ornitologi che mi spiegavano una misteriosa moria di uccelli in quel di Faenza. Dopo gli anni trascorsi in Cina, è stato come riscoprire il mio paese in poche settimane, schizzando per lo stivale come la pallina impazzita di un flipper.
Finché è arrivato aprile, e con aprile il secondo anniversario del terremoto a L’Aquila.
C’è un’immagine del sisma del Friuli che custodisco come un tesoro e porto dentro da quando ci sono rimasta impigliata guardando qualche documentario. In realtà si tratta dell’immagine di un’immagine: uno spezzone del Tg della Rai, andato in onda qualche giorno dopo la scossa del 6 maggio. Si vede una donna di spalle, in piedi davanti alla sua casa distrutta. Il giornalista si avvicina con il microfono e le chiede «perché non piange?». Una domanda assurda. Lei continua a guardare la casa, non lo degna nemmeno di uno sguardo e risponde con tono fiero e accento pesante «c’è poco da piangere qui, c’è da ricostruire». Ho sempre pensato che quei pochi secondi di televisione riassumessero benissimo lo spirito dei friulani dopo il terremoto e definissero perfettamente cosa, da giornalisti, non bisogna mai fare dopo una tragedia.
Durante il viaggio verso L’Aquila, mi sono tornati alla mente i servizi passati in Tv nei giorni successivi al terremoto aquilano: i colleghi che bussavano ai finestrini delle auto con dentro gli sfollati che dormivano, le inquadrature strette sui peluche dei bambini. Ho avuto paura di non essere all’altezza nel raccontare le ferite ancora aperte di quella comunità. Per fortuna ho trovato una guida d’eccezione. Don Luigi Epicoco, un giovane prete che, accompagnandomi, è stato in grado di raccontarmi il dolore e la rabbia di una città, e il suo senso di abbandono. Ho parlato con una signora, avrà avuto 56-57 anni: «io mi sento più che terremotata perché vivevo in centro, abitavo in centro… adesso abito fuori, al Progetto Case, e non posso pensare di morire lì dentro».
Il centro storico era quello di una città fantasma. I palazzi erano rimasti quasi tutti in piedi, ma erano tutti puntellati dall’esterno e fasciati da impalcature. Inagibili. C’era un silenzio surreale. Un cagnone enorme ha cominciato a seguirci. Don Luigi ha scherzato amaramente: «i cani sono di casa qui a L’Aquila. E attualmente sono gli unici abitanti autorizzati ad abitare il centro storico».
Abbiamo imboccato una via lunga, in discesa. Dopo qualche minuto siamo arrivati davanti alla casa dello studente, tristemente famosa. Ascoltando parlare la mia guida mi sono ricordata il nome della strada che avevamo appena percorso e che ci aveva condotti davanti alle macerie di quel luogo simbolico. Eravamo in via XX Settembre.
Un’altra via XX Settembre, come la mia via XX Settembre. Quella delle mie bestemmie bambine e inconsapevoli, davanti a Gemona che lentamente ricominciava a vivere. Quella che nonostante il mio vivere randagio, in fondo, continuo a considerare casa mia.

Rad-Io

radio-girlNel 2006 vivevo a Pechino, in un minuscolo appartamento del campus della Beijing Language and Culture University. Praticamente per caso, ho mandato un’email a caterpillar@rai.it per offrirmi come corrispondente dalla Cina di “Caterpillar”.
Me lo ricordo ancora: il primo collegamento per la trasmissione è stato sulla tempesta di sabbia che si era abbattuta sulla città. E’ finito con Cirri che mi chiedeva di tirare lo sciacquone del bagno.
Dopo quello, ne sono seguiti molti altri, anche per “Alaska” di Radio Popolare.
Nel 2011 mi è stato chiesto di fare l’inviata in Italia, sempre per Caterpillar. Ho lasciato Pechino e mi sono trasferita 4 mesi a Milano. In quei 4 mesi ho capito che la Cina era stata un’esperienza bellissima, ma che era ora, per me, di tornare in Italia. E così ho fatto.
Nel 2012 e lo scorso anno ho lavorato dietro le quinte di “Caterpillar Am Olimpico” e di “Caterpillar Am” e nella primavera di quest’anno ho co-condotto qualche puntata del programma “La Terra è blu” su Radio Popolare.
Che dire? La Radio zitta zitta mi ha riportata a casa e mi ha dato l’opportunità di mettermi in gioco in prima persona.
Mi rendo conto solo ora, scrivendo, di quanto siano stati importanti per la mia seconda decisione di “cambio vita” (la prima è stata quella di trasferirmi a Pechino a 24 anni), Cirri e tutta la famiglia di Caterpillar.
Ecco, per me la Radio, oltre ad essere una compagnia quotidiana, è anche tutto questo.

Le parole che siamo. Un pomeriggio in compagnia di Pierluigi Cappello

Qualche settimana fa sono andata a trovare il poeta friulano Pierluigi Cappello assieme a un gruppo di studenti del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona. Io e la direttrice del Lab siamo arrivate in anticipo, lui ci ha accolto a sua casa e ci ha fatto prima vedere e poi leggere le ultime pagine del suo prossimo libro in uscita a settembre. Ho scritto queste poche righe sull’incontro tra gli studenti e Pierluigi per il giornale del Lab “La gazzetta del Gamajun”.

Cosa sono le parole? Quanto è importante il loro significato? Cos’è la poesia? Qual è il compito dello scrittore? Sono alcune delle domande a cui ha risposto giovedì 7 agosto il pluripremiato poeta e scrittore friulano Pierluigi Cappello, durante un incontro di due ore con una piccola delegazione di studenti del Lab provenienti da Germania, Macedonia, Ucraina, Messico, Polonia e Algeria. Due ore sospese, quasi irreali, cariche di emozione e di silenziosa, sbalordita attenzione. Il dialogo è avvenuto a Tricesimo, attorno al tavolo di un’antica trattoria, in un’atmosfera molto informale. E forse è stato proprio il clima di familiarità che si è creato tra il poeta e i ragazzi a far concludere la serata con un coro di canzoni di buon compleanno a lui dedicate in 6 lingue diverse e con un suo invito agli studenti a visitare il piccolo prefabbricato del terremoto in cui vive. Il poeta “nato al di qua del foglio”, come ama definirsi, ha accompagnato i giovani studiosi in un viaggio alla scoperta del suo lavoro di artigiano. La chiacchierata è cominciata affrontando i contenuti e la forma del suo intenso romanzo Questa libertà (Rizzoli, 2013), per poi spostarsi ad affrontare il suo modo di fare poesia. Le poesie prendono vita da parole appuntate in modo sparso su piccoli taccuini. Ad un certo punto, grazie a un’intuizione improvvisa, “si chiamano” l’un l’altra, incontrandosi. Solo allora entra in gioco la meticolosità dell’artigiano vasaio che plasma, modella, amplia, lima servendosi della tecnica. La scrittura in prosa, invece, prevede un percorso completamente diverso. Richiede tempo e metodicità, anche fisica: tre ore di lavoro seduti alla scrivania al mattino e qualche ora il pomeriggio. Lo scopo, nonostante la variazione di forma, rimane identico: il compito dello scrittore è quello di essere chiaro e preciso nell’interpretazione della sua epoca. Quasi da subito a tutti è parso evidente come l’incontro non fosse una semplice lezione. La profondità dei pensieri, la precisione delle descrizioni, l’incisività della narrazione hanno ben presto trasformato, con una delicatezza e una naturalezza disarmanti, un approfondimento letterario in qualcosa di molto più grande e impalpabile: un racconto sull’essenza dell’uomo. Con la sua espressione dolce e il suo tono gentile, Pierluigi ha spiegato cosa rappresenti per lui la libertà. “Non mi sento di dare un significato univoco alla parola libertà. So per certo che va concretata ogni giorno. Va custodita quotidianamente con la nostra storia e con la consapevolezza della nostra storia”. Soprattutto – prendendo spunto dal suo amore per la lettura, che è amore per il viaggio – ha tratteggiato il profilo perfetto di ciò che determina la natura umana più profonda: “nel viaggio c’è l’imprevedibile e l’imprevedibile pone davanti alla scelta. E la scelta è crisi, sempre. L’uomo è in costante stato di crisi perché è sempre sottoposto alla scelta. È questo che forma la sua coscienza, i suoi atteggiamenti, le sue manie”. La potenza della narrazione, la passione per la lettura e gli autori-maestri sono stati alcuni altri tasselli del dialogo con gli studenti. Ma la regina indiscussa della serata è stata senz’altro la parola, parlata e scritta. Pierluigi è riuscito a renderla concreta, a darle una fisicità. Ascoltarlo dava l’impressione di poter tendere la mano e toccare le parole da lui snocciolate generosamente, con ordine impeccabile. Come fossero farfalle da catturare e trattenere nel palmo socchiuso, avendone cura. Le parole sono capaci di evocare immagini. Dalle parole bisogna lasciarsi cogliere impreparati per poter assaporare la felicità frutto della meraviglia. Le parole, dice Pierluigi, ci rendono quello che siamo.

«Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi e dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, hanno bisogno di essere raccontate». (Pierluigi Cappello, Questa Libertà, Rizzoli 2013)

E di nuovo cambio casa…

"Due o tre cose che so di lei" è stato per me molto importante. Gli ho affidato racconti e pensieri sulla mia Cina nei 5 anni di vita che ho trascorso a Pechino (cos’era e cos’è diventata nel tempo). Ultimamente però non riuscivo più a scriverci come una volta. Dopo mesi di riflessione, sono giunta alla conclusione che sia giunto il momento di cambiare.
Da oggi mi trasferisco in una nuova casa: offiCina – Notizie dalla fabbrica del futuro.
Parlerò sempre di Cina, ma da un blog più simile a un giornale online (direi piccolo giornale online, visto che per ora la redazione è composta da una persona…).
Ringrazio di cuore tutti quelli che mi hanno seguito e scritto in questi anni e tutti quelli che hanno portato pazienza e continuato a cercare “piumetta” anche nei momenti di prolungato silenzio.
Arrivederci.

Piumetta

offiCina

Figlia di una vestaglia blu

Figlia di una vestaglia blu

«In molti pensano che tutte le mie angosce siano dovute a dove vivo. Vattene! Mi ripetono in tanti. Eh, facile e inutile soluzione. Questa terra non mi ha fatto male,anzi, quando ha potuto ha disinfettato i miei ginocchi mondati e fatto sorridere i miei occhi davanti a un tramonto. Il male è depositato sul fondo di me. Questa sofferenza è sedimentata in me. Ovunque andrò lei ci sarà, mi accompagnerà come una dama di cortesia».

Simona Baldanzi, Figlia di una vestaglia blu

A Mali estremi…

La prima volta l’ho ascoltata da un mp3 arrivatomi via e-mail. Il testo era “Ti regalo una canzone. Non ne so molto, ascoltala al volo e sappimi a dire”. Era il settembre 2008. Ho pensato fosse una collaborazione illustre del grande Pacifico con una qualche stella della canzone marocchina da noi sconosciuta. In fondo, pronunciava la [a] in quel modo strano. Le parole mi piacevano, l’atmosfera che creava la canzone anche. E’ stata colonna sonora – non consapevole – di quel mio autunno.
“Feeling better” non l’ho mai presa in considerazione – troppo orecchiabile, troppo jingle – salvo incappare per caso in un video su YouTube di un’esibizione live al Saturday night live di Italia1 e realizzare che la stella della musica marocchina era, in realtà, milanese.
Poi c’è stato Sanremo 2009. Tra i giovani il suo nome, l’attesa e la curiosità erano tutte per lei (come nel 2008 erano state per Giua). Ammetto che la canzone non mi ha mai convinta al cento percento – tuttora, assieme a Feeling better, è quella che apprezzo meno del suo meraviglioso album d’esordio -, però in qualche modo lei mi è entrata dentro. Ho quindi scaricato da iTunes l’album. Il primo ascolto, me lo ricordo ancora: una sera fresca, dentro un taxi, con la testa appoggiata al finestrino. Fuori una Pechino super trafficata, dentro una grande pace. La cover di “Over the Rainbow” mi si è piantata in testa e senza rendermene conto mi sono ritrovata a cantarla e ricantarla. Da allora, non sono più riuscita a fare a meno della sua voce.

Malika 2

E’ passato più di un anno, lei è diventata una delle cantanti più lodate e riconosciute del panorama italiano. Stasera sarà a Sanremo e io punterò la sveglia alle mie 4.00 am.

Bye bye Google

Non mi stancherò mai di dirlo. Uno dei salti più grandi tra i miei periodi italiani e cinesi è tornare a Pechino, accendere il computer per lavorare e scoprirmi in grado di fruire di un terzo dei sito che leggo di solito in Italia.
Oggi, qui è un tempo sospeso tra un "prima" e quello che potrebbe presto diventare un "dopo".
La minaccia di Google di lasciare la Cina ha colto tutti di sorpresa e purtroppo i margini per un happy ending della vicenda sono limitati. Mi piacerebbe  riuscire ad essere ottimista. Se Google se ne va, ci sarà la totale separazione virtuale tra Cina e resto del mondo: ciò che le autorità cinesi cercano da tempo. L’oscuramento di YouTube, poi quello di Facebook e Twitter. Per l’appunto, manca solo Google. Mentre si sviluppano sempre più velocemente le loro versioni cinesi (Youku, Kaixin…),  nel giro di un anno il Politburo è riuscito a bloccare quasi tutte le contaminazioni esterne che passavano attraverso i Social Network occidentali.

Ho trovato un commento cinese che tradotto suona così:
"Il peccato di facebook è permettere alle persone di conoscere chi vogliono conoscere; il peccato di Twitter è  permettere alle persone di dire quello che voglio dire; il peccato di Google è consentire agli utenti di trovare quello che vogliono trovare; il peccato di Youtube è permettere alle persone di vedere quello che vogliono vedere. Per questo, sono stati tutti mandati fuori a calci."

Come dirlo meglio?