6 maggio 1976 – Il terremoto in Friuli (parentesi extra-Cina)

Il 6 maggio 1976 la terra, in Friuli, ha tremato forte. Nonostante io sia nata dopo, il terremoto fa parte della mia identità. L’anno scorso “Bottega errante” mi ha chiesto di scriverne. Questi sono i miei racconti pubblicati nel libro “La notte che il Friuli andò giù – Dieci voci raccontano il terremoto del ’76“.

IL MIO TERREMOTO
Chi c’era, il 6 maggio del 1976, scandisce il tempo in maniera precisa: esistono un prima, un durante e un dopo terremoto.
Ho sempre avuto l’impressione che per i gemonesi come me, nati poco dopo la tragedia e fortunatamente scampati ai lutti familiari, i conti con il tempo siano qualcosa di più confuso e complesso. Il “terremoto del ‘76” è una massa indistinta di istantanee, di storie e di memorie: le macerie, i racconti che ascolto da quando sono piccola, i 400 rintocchi che ricordano i morti nei giorni dell’anniversario, i vaghissimi ricordi della moquette blu della baracca, gli studi e la stampa della facciata del Duomo realizzati da mio nonno pittore, i maglioni di tre taglie più grandi, dono degli Austriaci, immortalati nelle fotografie dell’epoca…
Ho trascorso metà della mia esistenza lontana da Gemona e dal Friuli. Sono partita a 19 anni, ho vissuto quattro anni a Venezia, sei anni a Pechino. Ora sto a Milano. Paradossalmente, è proprio il mio stare lontana che, negli anni, mi ha regalato la consapevolezza di quanto il terremoto, nonostante io non l’abbia vissuto direttamente, sia parte profonda della mia identità. In fondo, sono una delle tante “figlie” del terremoto. Se spiego da dove vengo a persone che hanno più di cinquant’anni, mi sento spesso rispondere «che bei posti quelli. Sono venuto a fare il volontario dopo il ‘76» (mi è successo anche in Cina!). Se sento la terra tremare lievemente, mi agito un po’ di più rispetto a chi mi sta intorno; se leggo notizie sui terremoti in giro per il mondo, avverto inesorabilmente un nodo alla gola.
Ho tentato di mettere ordine nel caos che c’è dentro di me. Ne sono nati dei racconti – niente fiction, i riferimenti a fatti luoghi e persone non sono affatto puramente casuali – in cui si salta di qua e di là, nel tempo e nello spazio, tra il presente e il passato remoto, tra Glemone e Beijing, passando per L’Aquila.
Il mio terremoto è questo, prendere o lasciare.

Uno
La Tv è accesa. Io e mia madre la guardiamo annoiate, distese sul lettone. Fuori è buio. È una sera d’inverno, di quelle limpide, in cui da Gemona alta puoi vedere all’orizzonte uno spettacolo di luci caldissime: rosse, arancioni, rosa, viola. È il 2003.
Il telefono a muro comincia a squillare. Mamma risponde rimanendo sdraiata.
«Pronto? Chi parla? Non ho capito, scusi… chi parla?».
Io continuo a guardare la Tv, ma con la coda dell’occhio mi accorgo che si mette seduta per continuare la conversazione.
La parola più frequente che pronuncia è «grazie». Passa qualche minuto, riattacca e si lascia ricadere sul cuscino. Mi guarda. Forse è un po’ commossa, non riesco a capire bene. «Era il mio amico di penna di Castelbuono di Palermo. Ci scrivevamo quando avevamo 15 anni». Fa una pausa. Le attraversa il viso un’espressione strana, che non riconosco. Un misto di sorpresa e sconvolgimento. Mi sembra, per una volta, terribilmente fragile.
«Mami, tutto bene? Cosa voleva?»
«Sì, sì. Tutto bene. Mi ha detto che sistemando casa ha ritrovato le mie lettere… E anche una mia fotografia».
«Ah, ok» dico io e mi rimetto a guardare la Tv. Ma mia madre rimane lì, in silenzio, un po’ intontita.
«Mamma, tutto ok?», insisto.
«Sì, sì… Sai, il fatto è che io non ho foto mie di quando avevo quell’età, le ho perse tutte. Ho le fotografie di quando avevo 20, 25 anni. Qualche fotografia di me neonata si è salvata perché era a casa della nonna, a Udine… ma di quando ero adolescente non ne ho praticamente più nessuna».

Qualche giorno dopo è arrivata una busta. All’interno c’era una foto in bianco e nero: una ragazzina con una canottierina bianca. I capelli lisci, il sorriso vivace e gli occhietti furbi.
Ora è appoggiata su una mensola della libreria, in salotto. Sta ancora lì, e tutte le volte che la guardo mi attraversa un sottile senso di colpa per essermi resa conto solo in quella sera del 2003, complice una telefonata dalla Sicilia, di cosa sia veramente stato per mia madre il terremoto del 1976.

Due
Se capiti a Gemona e hai la fortuna di avere come guida un autoctono che ha più di 50 anni, ti accorgi subito di quanto spesso, descrivendo il paese, aggiunga l’appunto «qui è venuto giù tutto, là quel muro è rimasto in piedi».
Via XX Settembre attraversa il centro storico. È una strada inizialmente ripida, che si addolcisce piano piano.
Il sisma del ‘76 ha distrutto completamente tutti gli edifici affacciati sul suo acciottolato.
Nella piazza della chiesetta di San Rocco è stata ricostruita una delle prime case della via. Nell’agosto del 1983 svettava solitaria, circondata da sterrato, ghiaia e macchine escavatrici.
Proprio durante quell’estate, una famigliola tornò ad abitarci: un uomo, una donna e una piccoletta bionda di 2 anni e poco più.
Il padre era un giovane ingegnere originario di Mantova, arrivato in Friuli da obiettore di coscienza per dare una mano nella ricostruzione. La madre era una gemonese che non se ne era mai andata, nemmeno subito dopo il terremoto: aveva vissuto in tenda, senza mai trasferirsi a Lignano.
I due giovani si erano incontrati nella mensa comunale del piccolo comune di Montenars, dove lei faceva assistenza domiciliare agli anziani. Si erano innamorati e alla fine del 1979 si erano sposati. Un paio d’anni dopo era nata Giada. Il nome, un po’ esotico a quei tempi, l’aveva scelto la nonna, professoressa di liceo appassionata di filosofia orientale.
I primi anni di quella vita in comune li avevano vissuti in una baracca Krivaja. Dopo la nascita della piccola, si erano spostati in una baracca Kocel, nella zona di Taboga: 35 metri quadrati, l’entrata diretta nella cucina-soggiorno, un bagnetto, una camera grande e una cameretta, tipo sgabuzzino. L’inverno era gelido, l’estate bollente. Gli spazi angusti. Giada aveva cominciato a camminare tardi perché la baracca era molto piccola e lei non aveva abbastanza spazio per zompettare libera, senza sbattere contro qualcosa.
Il trasferimento in una casa vera, piano piano, riportò quelle esistenze ad una sorta di normalità. Il papà lavorava, la mamma si occupava della bimba e la bimba cominciava a frequentare l’asilo in un prefabbricato a due passi.
Un giorno, le maestre convocarono la giovane coppia a scuola. Parevano visibilmente imbarazzate. Era evidente: Giada doveva aver combinato qualcosa di grosso.
«Ehm… Volevamo avvisarvi che la bambina esprime un certo disagio… sì, insomma… bestemmia molto».
I due genitori si erano guardati increduli e allibiti, nessuno dei due aveva l’abitudine di bestemmiare.
Passò del tempo senza che nessuno riuscisse a capire perché la bimbetta, che parlava poco e da poco, avesse consolidato quel vizio. Finché un pomeriggio, la mamma entrò nella cameretta della piccola mentre era intenta a vestire il suo Cicciobello. Borbottava qualcosa.
La finestra spalancata lasciava filtrare il rumore dei martelli, dei trapani, dei motori e… le urla degli operai. La mamma si affacciò sul davanzale. Le grida che rimbalzavano tra le pareti degli edifici in costruzione erano per lo più bestemmie.
Si girò verso la figlia, indaffarata nel tentativo di abbottonare un minuscolo golfino azzurro, e solo allora riuscì a distinguere con chiarezza cosa stesse boffonchiando. «Diopolco», sì, aveva detto proprio così.

Tre
Nel 2008 vivevo a Pechino. Il 12 maggio di quell’anno, nella provincia del Sichuan, la terra ha tremato fortissimo. Le scosse si sono sentite in tutto il Nord del paese.
Io non me ne sono accorta. Durante quegli interminabili secondi mi trovavo a bordo di un taxi. Ho visto le persone che uscivano dai palazzi, ma ricordo di non aver assolutamente immaginato potesse trattarsi di un terremoto. Mi avevano sempre assicurato che Pechino non fosse una zona sismica (sì, è una cosa su cui mi informo sempre, quando mi sposto in una nuova città). Quasi subito era arrivato l’sms di un amico: «dove sei? hai sentito la scossa?».
Ogni volta che sento parlare di terremoto è sempre la stessa storia: la testa mi si riempie all’istante con le immagini del mio paese in macerie. Rivivo il racconto di mio nonno, scampato al crollo di casa nostra perché convocato dieci minuti prima della scossa per una riunione improvvisata e provvidenziale in municipio. Si tratta quasi di un riflesso incondizionato.
Quello del Sichuan è stato un evento sismico particolare. In qualche modo “vicino” alla capitale, anche se era avvenuto a quasi 2000 chilometri di distanza. Una tragedia che ha colpito profondamente la Cina: 90.000 vittime, il sisma più forte e con il più alto numero di morti avvenuto in Cina dal 1976, l’anno del cataclisma di Tangshan (in cui avevano perso la vita circa 250.000 morti). Le scosse hanno distrutto sei milioni di abitazioni, lasciando senza casa quasi cinque milioni di persone, che secondo alcune stime potrebbero addirittura essere undici milioni.
Per la Repubblica Popolare Cinese si è trattato del primo sisma mediatico: i giornali e i telegiornali per settimane si sono riempiti di racconti e fotografie. Io lavoravo per un quotidiano nazionale italiano e dovevo seguire da vicino come la stampa cinese dava copertura alla vicenda. Non sono mancate polemiche e accuse di scarsa prevenzione, di inadeguatezza delle infrastrutture (nella maggior parte dei casi non era stata rispettata alcuna misura antisismica), di utilizzo di materiali scadenti, di censura e di scarsa trasparenza da parte del governo.
0022190dec450b6a359623Col passare dei giorni, come sempre accade, le prime pagine e anche le parole nei discorsi delle persone hanno lasciato spazio ad altro. E altro, in quell’estate del 2008, erano le Olimpiadi di Pechino. La Cina le aspettava da un decennio.
La tragedia del Sichuan è rientrata prepotentemente nelle cronache e nei miei pensieri la sera del 6 settembre, durante la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi.
Riesco ancora a percepire l’emozione del momento in cui le note del Bolero di Ravel hanno avvolto lo Stadio Nazionale di Pechino, il famoso “Nido d’Uccello”. Al centro di quell’immenso catino, stracolmo di spettatori, è apparsa una bambina minuscola con i capelli raccolti e il tutù rosa, seduta su una sedia a rotelle. Aveva in mano una scarpetta rossa. L’ha infilata nel piede destro e ha cominciato a danzare muovendo le braccia. Attorno a lei 109 ragazze sordomute hanno animato una coreografia da brivido: le loro braccia si sono trasformate nelle sue gambe. Li Yue, questo il suo nome, era una sopravvissuta al terremoto del Sichuan. Era rimasta 70 ore sotto le macerie della sua scuola, crollata durante la prima scossa, e dopo essere stata salvata, il 14 maggio aveva subito l’amputazione della gamba sinistra.
L’incontro con lei è sicuramente una delle esperienze professionali e umane che più mi hanno segnata.

L’ingresso dell’ospedale era buio e la prima cosa che colpiva era l’odore acre di medicina cinese, misto a quello di piscio che arrivava dai bagni.
Al piano terra c’era un continuo viavai: malati, carrozzine, parenti e gente che dormiva rannicchiata nelle posizioni più improbabili sulle panche di legno spigoloso.
Sono salita al terzo piano, al reparto di ortopedia. L’ascensore era enorme.
La stanza di Li Yue era posta in fondo a un corridoio squallido con le pareti giallognole. Cercavo di non guardare dentro le altre camere, ma i miei occhi erano istintivamente attirati dalla luce che attraversava le porte spalancate e tagliava l’oscurità di quel lunghissimo corridoio: anziani, persone di mezza età, bambini. A letto, in piedi o in carrozzina. Tutti senza uno o più arti.
Ero già stata in quel luogo qualche settimana prima, per farle un’intervista assieme a un giornalista di RaiSport. Ci stavo tornando perché la mia sorellina, sua coetanea, dopo averla vista in TV e aver sentito la sua storia, trovava assurdo che io non le portassi almeno un regalo.
Li Yue mi ha riconosciuta subito. Non aveva i capelli raccolti nella solita crocchia, aveva la coda alta. Per la prima volta ho notato quanto fossero lunghi. Ho rotto il ghiaccio parlando di quello, poi le ho lasciato scegliere uno dei pupazzi di peluche che tenevo in borsa. Ne avevo portati sei, gli altri cinque erano per le sue compagne di stanza, in fondo meno fortunate di lei. Sorrideva tanto. Mi ha confidato che, nonostante tutto, avrebbe portato avanti il suo sogno di diventare una ballerina. Si è esibita per me in alcuni esercizi alla sbarra montata appositamente per lei nel corridoio dell’ospedale.
A volte mi capita ancora di pensare a quell’incontro, e di chiedermi che fine abbia fatto la piccola libellula Li Yue.

Quattro
Il 6 aprile 2009 ho sentito le prime notizie sul terremoto de L’Aquila dalla radio, mentre mi dirigevo in macchina verso la Carnia. Ero casualmente in Friuli per lavoro. Al volante c’era una donna che aveva vissuto in prima persona il sisma del ’76. Il volto di chi l’ha provato sulla propria pelle e sente che lo stesso dramma si sta ripetendo da qualche parte è qualcosa che non si può descrivere.
Nei primi mesi del 2011 mi sono trasferita a Milano perché Massimo Cirri mi ha voluta come inviata di Caterpillar, lo storico programma di Radio2 RAI.
Ho trascorso quell’inverno salendo e scendendo freneticamente da treni regionali e Frecciarossa, intervistando sindaci emiliani che sarebbero diventati ministri, migranti appena sbarcati a Lampedusa o in attesa di passare la frontiera a Ventimiglia, gay in marcia per i loro diritti, ornitologi che mi spiegavano una misteriosa moria di uccelli in quel di Faenza. Dopo gli anni trascorsi in Cina, è stato come riscoprire il mio paese in poche settimane, schizzando per lo stivale come la pallina impazzita di un flipper.
Finché è arrivato aprile, e con aprile il secondo anniversario del terremoto a L’Aquila.
C’è un’immagine del sisma del Friuli che custodisco come un tesoro e porto dentro da quando ci sono rimasta impigliata guardando qualche documentario. In realtà si tratta dell’immagine di un’immagine: uno spezzone del Tg della Rai, andato in onda qualche giorno dopo la scossa del 6 maggio. Si vede una donna di spalle, in piedi davanti alla sua casa distrutta. Il giornalista si avvicina con il microfono e le chiede «perché non piange?». Una domanda assurda. Lei continua a guardare la casa, non lo degna nemmeno di uno sguardo e risponde con tono fiero e accento pesante «c’è poco da piangere qui, c’è da ricostruire». Ho sempre pensato che quei pochi secondi di televisione riassumessero benissimo lo spirito dei friulani dopo il terremoto e definissero perfettamente cosa, da giornalisti, non bisogna mai fare dopo una tragedia.
Durante il viaggio verso L’Aquila, mi sono tornati alla mente i servizi passati in Tv nei giorni successivi al terremoto aquilano: i colleghi che bussavano ai finestrini delle auto con dentro gli sfollati che dormivano, le inquadrature strette sui peluche dei bambini. Ho avuto paura di non essere all’altezza nel raccontare le ferite ancora aperte di quella comunità. Per fortuna ho trovato una guida d’eccezione. Don Luigi Epicoco, un giovane prete che, accompagnandomi, è stato in grado di raccontarmi il dolore e la rabbia di una città, e il suo senso di abbandono. Ho parlato con una signora, avrà avuto 56-57 anni: «io mi sento più che terremotata perché vivevo in centro, abitavo in centro… adesso abito fuori, al Progetto Case, e non posso pensare di morire lì dentro».
Il centro storico era quello di una città fantasma. I palazzi erano rimasti quasi tutti in piedi, ma erano tutti puntellati dall’esterno e fasciati da impalcature. Inagibili. C’era un silenzio surreale. Un cagnone enorme ha cominciato a seguirci. Don Luigi ha scherzato amaramente: «i cani sono di casa qui a L’Aquila. E attualmente sono gli unici abitanti autorizzati ad abitare il centro storico».
Abbiamo imboccato una via lunga, in discesa. Dopo qualche minuto siamo arrivati davanti alla casa dello studente, tristemente famosa. Ascoltando parlare la mia guida mi sono ricordata il nome della strada che avevamo appena percorso e che ci aveva condotti davanti alle macerie di quel luogo simbolico. Eravamo in via XX Settembre.
Un’altra via XX Settembre, come la mia via XX Settembre. Quella delle mie bestemmie bambine e inconsapevoli, davanti a Gemona che lentamente ricominciava a vivere. Quella che nonostante il mio vivere randagio, in fondo, continuo a considerare casa mia.

Rapporti Italia – Cina

INCONTRO TRA XI JINPING E RENZI IN SARDEGNA
Perché il presidente cinese è stato in Sardegna e ha incontrato Matteo Renzi: https://t.co/qnLnzFyAF1

Renzi, molto importante incontro con Xi Jinping: http://bit.ly/2fd7z27

Cina, tra Xi Jinping e Matteo Renzi un incontro in amicizia: https://t.co/k3N7DOUzrz

Ecco come i media cinesi hanno parlato dell’incontro Xi – Renzi: http://bit.ly/2gsdPYI

Xi Jinping in Sardegna, visto dalla Cina: http://bit.ly/2foReHq

Sisci – Il brutto segreto dell’incontro tra Renzi e Xi Jinping: http://bit.ly/2eTBO2z

IL SALONE DEL MOBILE A SHANGHAI
Il Salone del mobile debutta a Shanghai: http://bit.ly/2eTwyMt

Buyer cinesi all’assalto del mobile italiano: http://bit.ly/2fu7Pup

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Chi fa mobilità sociale oggi? I cinesi

girl binoculars-background copyLa decima edizione del Festival dell’Economia di Trento si occupa del tema della mobilità sociale. Come sempre, il parterre degli ospiti è di altissimo prestigio: Stiglitz, Krugman, Piketty, Wolf sono solo alcuni dei personaggi di primissimo ordine che hanno animato discussioni e dibattiti. 
Finora più che di “mobilità sociale” in senso stretto si è parlato molto di “diseguaglianza”. 
Lo si è fatto affrontando quasi esclusivamente le dinamiche di cambiamento all’interno della società occidentale, in particolare quella europea e quella americana. E’ evidente che l’utopia del “sogno americano” rimane un punto di riferimento per tutti noi, ma chi si occupa di Oriente, e in particolare di Cina, non può fare a meno di notare la scarsa presenza del Celeste Impero nei dibattiti di questi giorni. 
La Cina, infatti, è uno dei paesi che ha contribuito di più negli ultimi 30 anni alla riduzione della diseguaglianza globale (ne ha parlato Daniel Rodrik nella sua interessante relazione). Le politiche economiche di riforme e apertura attuate dal visionario Deng Xiaoping hanno permesso il passaggio della Repubblica Popolare Cinese dallo status di paese del terzo mondo a seconda economia mondiale in soli trent’anni. I dati della Banca Mondiale ci dicono che in questo lasso di tempo sono usciti dalla povertà ben 500 milioni di persone. Anche l’attuale tentativo della leadership cinese di trasformare il paese da fabbrica del mondo in società dei servizi fa parte di un’evoluzione che ci riguarda tutti. 
Continuiamo a dire poco che anche gli straordinari processi cinesi sono elementi di mobilità sociale. 
Continuiamo a essere, comprensibilmente, occidentalocentrici e a preferire la storia di Steve Jobs a quella di Jack Ma, ma forse non guasterebbe ogni tanto un’occhiata verso oriente.

Sabato pratese, sabato cinese.

danville-hap-magee-ranch-baby-girl-photographyRitrovarsi improvvisamente dentro una vita passata che credevi di aver lasciato andare per sempre.
Ascoltare e parlare per dodici ore cinese dopo tre anni e mezzo che non ti succedeva.
Passeggiare in una città italiana che sembra più cinese di Pechino.
Capire perché si è tornati a casa, ma sentire forte la nostalgia di essere ponte, di avere un piede qui e un piede lì, di sapere almeno un po’ cosa pensano gli uni e gli altri.
Vedere una mostra bellissima (http://www.facewallprato.it/) che vuole raccontare proprio quello: la bellezza della differenza che ci completa.

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Rad-Io

radio-girlNel 2006 vivevo a Pechino, in un minuscolo appartamento del campus della Beijing Language and Culture University. Praticamente per caso, ho mandato un’email a caterpillar@rai.it per offrirmi come corrispondente dalla Cina di “Caterpillar”.
Me lo ricordo ancora: il primo collegamento per la trasmissione è stato sulla tempesta di sabbia che si era abbattuta sulla città. E’ finito con Cirri che mi chiedeva di tirare lo sciacquone del bagno.
Dopo quello, ne sono seguiti molti altri, anche per “Alaska” di Radio Popolare.
Nel 2011 mi è stato chiesto di fare l’inviata in Italia, sempre per Caterpillar. Ho lasciato Pechino e mi sono trasferita 4 mesi a Milano. In quei 4 mesi ho capito che la Cina era stata un’esperienza bellissima, ma che era ora, per me, di tornare in Italia. E così ho fatto.
Nel 2012 e lo scorso anno ho lavorato dietro le quinte di “Caterpillar Am Olimpico” e di “Caterpillar Am” e nella primavera di quest’anno ho co-condotto qualche puntata del programma “La Terra è blu” su Radio Popolare.
Che dire? La Radio zitta zitta mi ha riportata a casa e mi ha dato l’opportunità di mettermi in gioco in prima persona.
Mi rendo conto solo ora, scrivendo, di quanto siano stati importanti per la mia seconda decisione di “cambio vita” (la prima è stata quella di trasferirmi a Pechino a 24 anni), Cirri e tutta la famiglia di Caterpillar.
Ecco, per me la Radio, oltre ad essere una compagnia quotidiana, è anche tutto questo.

Jobsact: mi par di capire queste cose (corriggetemi, se sbaglio)

little-girl-serious-headacheRicapitolando.
Mi pare di capire che il Jobsact non tocchi l’articolo 18 per chi già gode della sua tutela.
Mi pare di capire che si tratti di una riforma che – per ora a parole – vuole introdurre un contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti, in sostituzione dei contratti precari (“alla fine del percorso devono rimanere in piedi 2, al massimo 3 tipologie di contratto”, virgolettato di Renzi su Repubblica di ieri).
Mi pare di capire che il contratto a tutele crescenti, per quello che si sa finora, comprenderà da subito le garanzie del tempo indeterminato (malattia, maternità), anche se non comprenderà il reintegro obbligatorio nel caso di licenziamento senza giusta causa, reintegro obbligatorio che negli altri paesi d’Europa già non è previsto.
Mi pare di capire che il Jobsact voglia assicurare un indennizzo in caso di licenziamento a una generazione per cui la parola “licenziamento” all’atto pratico non ha mai avuto senso, abituata com’è a saltellare da un contratto a tempo determinato a uno co.co.co o a uno da falsa partita Iva.
Mi par di capire che i sindacati e la minoranza Pd sentano l’urgenza di gridare allo scandalo davanti a una riforma che non promette il posto a tempo indeterminato ai neoassunti, ma comunque assicura dei diritti negati dalla maggior parte delle forme contrattuali precarie vigenti e abusatissime.
Mi par di capire che molti di quelli che oggi alzano i muri contro il Jobsact qualche anno fa non disdegnassero per niente i suoi princìpi.

Se sbaglio, mi corriggerete.

Le parole che siamo. Un pomeriggio in compagnia di Pierluigi Cappello

Qualche settimana fa sono andata a trovare il poeta friulano Pierluigi Cappello assieme a un gruppo di studenti del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona. Io e la direttrice del Lab siamo arrivate in anticipo, lui ci ha accolto a sua casa e ci ha fatto prima vedere e poi leggere le ultime pagine del suo prossimo libro in uscita a settembre. Ho scritto queste poche righe sull’incontro tra gli studenti e Pierluigi per il giornale del Lab “La gazzetta del Gamajun”.

Cosa sono le parole? Quanto è importante il loro significato? Cos’è la poesia? Qual è il compito dello scrittore? Sono alcune delle domande a cui ha risposto giovedì 7 agosto il pluripremiato poeta e scrittore friulano Pierluigi Cappello, durante un incontro di due ore con una piccola delegazione di studenti del Lab provenienti da Germania, Macedonia, Ucraina, Messico, Polonia e Algeria. Due ore sospese, quasi irreali, cariche di emozione e di silenziosa, sbalordita attenzione. Il dialogo è avvenuto a Tricesimo, attorno al tavolo di un’antica trattoria, in un’atmosfera molto informale. E forse è stato proprio il clima di familiarità che si è creato tra il poeta e i ragazzi a far concludere la serata con un coro di canzoni di buon compleanno a lui dedicate in 6 lingue diverse e con un suo invito agli studenti a visitare il piccolo prefabbricato del terremoto in cui vive. Il poeta “nato al di qua del foglio”, come ama definirsi, ha accompagnato i giovani studiosi in un viaggio alla scoperta del suo lavoro di artigiano. La chiacchierata è cominciata affrontando i contenuti e la forma del suo intenso romanzo Questa libertà (Rizzoli, 2013), per poi spostarsi ad affrontare il suo modo di fare poesia. Le poesie prendono vita da parole appuntate in modo sparso su piccoli taccuini. Ad un certo punto, grazie a un’intuizione improvvisa, “si chiamano” l’un l’altra, incontrandosi. Solo allora entra in gioco la meticolosità dell’artigiano vasaio che plasma, modella, amplia, lima servendosi della tecnica. La scrittura in prosa, invece, prevede un percorso completamente diverso. Richiede tempo e metodicità, anche fisica: tre ore di lavoro seduti alla scrivania al mattino e qualche ora il pomeriggio. Lo scopo, nonostante la variazione di forma, rimane identico: il compito dello scrittore è quello di essere chiaro e preciso nell’interpretazione della sua epoca. Quasi da subito a tutti è parso evidente come l’incontro non fosse una semplice lezione. La profondità dei pensieri, la precisione delle descrizioni, l’incisività della narrazione hanno ben presto trasformato, con una delicatezza e una naturalezza disarmanti, un approfondimento letterario in qualcosa di molto più grande e impalpabile: un racconto sull’essenza dell’uomo. Con la sua espressione dolce e il suo tono gentile, Pierluigi ha spiegato cosa rappresenti per lui la libertà. “Non mi sento di dare un significato univoco alla parola libertà. So per certo che va concretata ogni giorno. Va custodita quotidianamente con la nostra storia e con la consapevolezza della nostra storia”. Soprattutto – prendendo spunto dal suo amore per la lettura, che è amore per il viaggio – ha tratteggiato il profilo perfetto di ciò che determina la natura umana più profonda: “nel viaggio c’è l’imprevedibile e l’imprevedibile pone davanti alla scelta. E la scelta è crisi, sempre. L’uomo è in costante stato di crisi perché è sempre sottoposto alla scelta. È questo che forma la sua coscienza, i suoi atteggiamenti, le sue manie”. La potenza della narrazione, la passione per la lettura e gli autori-maestri sono stati alcuni altri tasselli del dialogo con gli studenti. Ma la regina indiscussa della serata è stata senz’altro la parola, parlata e scritta. Pierluigi è riuscito a renderla concreta, a darle una fisicità. Ascoltarlo dava l’impressione di poter tendere la mano e toccare le parole da lui snocciolate generosamente, con ordine impeccabile. Come fossero farfalle da catturare e trattenere nel palmo socchiuso, avendone cura. Le parole sono capaci di evocare immagini. Dalle parole bisogna lasciarsi cogliere impreparati per poter assaporare la felicità frutto della meraviglia. Le parole, dice Pierluigi, ci rendono quello che siamo.

«Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi e dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, hanno bisogno di essere raccontate». (Pierluigi Cappello, Questa Libertà, Rizzoli 2013)

Meglio B. di Grillo (Oddio, l’ho detto!)

Scared_GirlIeri, a pranzo con un amico, mi sono ritrovata a dire la seguente frase: “piuttosto che il Movimento 5 stelle e Grillo, Forza Italia e Berlusconi tutta la vita”. Ho trasalito da sola. Mai e poi mai avrei immaginato che sarebbe arrivato un momento della mia vita in cui avrei pensato a Berlusconi come ad “un male minore”. Ebbene, ieri è successo. Ho pensato e poi detto ad alta voce che preferisco avere ministri Lupi, Lorenzin e Alfano, piuttosto che Di Maio, Di Battista e Lombardi.

C’ho riflettuto tutto il pomeriggio, è diventata quasi un’ossessione: come è possibile che mi sia ridotta a credere che il partito di Berlusconi non sia la cosa peggiore per l’Italia? Faccio parte della generazione che ha sempre visto sull’altro fronte politico solo e soltanto Berlusconi, un Berlusconi prevalentemente vincente per giunta, breve parentesi di Prodi a parte. L’ho sempre disprezzato, ho sempre detestato il modo di fare suo e di quelli che gli stavano attorno, mi sono impressionata per tutte le storie di ragazze e ragazzine (e non per moralismo), nei 6 anni in Cina mi sono spesso vergognata di essere italiana.

Eppure, ieri ho detto ad alta voce quella frase. Molti guai del nostro paese sono frutto delle politiche berlusconiane degli ultimi 20 anni e del fatto che la sinistra non sia mai stata in grado di aggiornarsi ed emanciparsi da un’identità quasi unicamente anti-berlusconiana. Per anni abbiamo accusato B. di aver enormemente abbassato il livello culturale di questo paese. Innegabile. Berlusconi per vent’anni ha ripetuto “mi sono fatto da solo” e ha cavalcato due grandi cavalli di battaglia: le toghe rosse e gli avversari comunisti. Lascio da parte la deriva da satrapo degli ultimi anni, e affronto la questione culturale legata soprattutto all’informazione. Berlusconi, per primo, ha fatto diventare normale la cultura della “dis-informazione”: se per la sinistra e per il buonsenso “Ruby era una minorenne”, per la destra “Ruby era la nipote di Mubarak”. Ebbene, il M5S ha “elevato alla n” la disinformazione di era berlusconiana, esasperandola. Siamo passati dalla coppia “Ruby era minorenne – Ruby era la nipote di Mubarak”, ad un inedito “Ruby era minorenne – Ruby era la nipote di Mubarak – il Pd e i poteri forti sapevano e hanno taciuto” (il mio è ovviamente un paradosso…). Tutto si è trasformato in un magma di disinformazione che riguarda ogni ambito pensabile: ambiente (scie chimiche), economia (lobby e fregature ovunque), cultura (giornalisti pennivendoli), politica (gli onorevoli sono tutti uguali; la Kasta contro la ggente) etc. etc. Il M5S ha sdoganato e inserito in un sistema culturale stremato da vent’anni di berlusconismo parole d’ordine populiste basate sull’arroganza, sull’ignoranza e sul qualunquismo più becero, dove vale tutto e il contrario di tutto. Chiunque sa tutto e può esprimere opinioni e punti di vista su tutto; esiste solo e soltanto il metro (applicato arbitrariamente, per altro) “onesto-disonesto” per valutare la realtà; lo sport nazionale è diventato fare sempre e comunque di tutta l’erba un fascio; le parole sono state svuotate del loro significato e vengono usate a caso e con superficialità. Ogni questione è inquinata di sospetto, complotto e malafede. E i toni sono sempre intrisi di violenza. Si sono completamente persi la misura, il limite, il confine tra le cose. Semplicemente, la complessità della realtà, nel dibattito pubblico italiano, non è più un fattore rilevante: finisce tutto in vacca, sempre e comunque.

Questo, nonostante le responsabilità siano piuttosto chiare e circoscrivibili, non lo si rimprovera a nessuno. Anzi, lo si continua a giustificare, a minimizzare, a paragonare ad altro. Ci pensate mai all’effetto che avrà nella storia del nostro paese questo ennesimo appiattimento culturale, molto più pericoloso di quello a cui abbiamo assistito finora grazie a B.? Mi spiace, ma io non riesco a salvare i 5 Stelle e quello che rappresentano da nessun punto di vista. E assolutamente no, non mi accontento del fatto che ogni tanto (raramente, se si va ad approfondire) abbiano fatto notare che il parlamento stava vagliando provvedimenti poco ortodossi. Credo siano i principali responsabili di un degrado del dibattito pubblico, da cui temo sarà molto difficile tornare indietro. L’esempio più eclatante di questo imbarbarimento si tocca con mano nel settore dell’informazione: ormai molti giornali e tutti i programmi di informazione televisiva (salvo poche eccezioni) inseguono la rabbia e il malpancismo invece che spiegare e approfondire quello che succede.

Tutta questa premessa per dire che io non capisco e comincio a mettere in discussione chi da sinistra continua ad essere possibilista su una collaborazione con i 5 Stelle e a irridere pregiudizialmente la forzata alleanza temporanea con il centro destra. Ci hanno provato Bersani, Letta e Renzi: dopo un anno nessuno è riuscito a farsi ascoltare e siamo ancora lì a voler convincere persone che non decideranno mai di essere costruttive, piuttosto che compattarci attorno all’unica esile speranza di ripresa che si sta offrendo a questo paese (tra l’altro, speranza di sinistra: tassare le rendite finanziare, ad esempio, almeno a parole mi sembra più di sinistra di qualsiasi cosa detta da Bersani e Co. in 15 anni)?

Purtroppo, volenti o nolenti, la verità è una sola: Renzi in questo momento è l’unico che può fare qualcosa di positivo per l’Italia. Grillo e Berlusconi non sono in grado e non vogliono. Ha davvero senso tutto questo odio gratuito nei confronti di Renzi da parte della sinistra? Sarà interessante per chi studierà la storia italiana di questo periodo capire perché le critiche più violente e gratuite contro Renzi (dico gratuite perché ad oggi non ci sono ancora gli elementi per giudicare il suo operato) arrivano da sinistra.

Augurarsi che Renzi fallisca, e lavorare perché ciò accada (penso a Civati, ma penso anche al messaggio neanche troppo velato dell’abbraccio di ieri tra Letta e Bersani) significa semplicemente sperare che l’Italia vada a schiantarsi definitivamente. Ed è inutile negare che se Renzi si schianta, l’Italia rimane sola con Grillo e Berlusconi e allora sì che sarà finita davvero. Certo, si può far finta di non voler vedere, si può decidere di fare i superiori, si può continuare a dire “io ormai non voto più nessuno”, ma questo non risolverà né cambierà le cose. Se possibile, le peggiorerà e basta.

Ps: Assurdo: una cova per mesi un post come questo, che naturalmente la esporrà a strali grillini e veterosinistri, e si decide a scriverlo il pomeriggio in cui cominciano a filtrare notizie circa una presunta fronda ribelle dei 5 stelle in Parlamento… Se son rose, fioriranno…