Tempo di bilanci per lo YouTube cinese

È iniziato il 2011 ma si traggono ancora bilanci sull’anno appena trascorso. Nel villaggio globale miliardi di occhi si sono concentrati in rete sui video che sempre più spesso accompagnano – e talora sostituiscono – le notizie. Quali sono i filmati più visti? Dipende. YouTube ha stilato la sua autorevole classifica, me anche i siti di informazione hanno tirato le proprie somme. Repubblica.it ci informa dello strepitoso successo in termini di clic del dito di Gianfranco Fini puntato dritto contro Silvio Berlusconi. Molto guardate anche le “paracadutiste in topless”, la gaffe cestistica di Lapo Elkann e quella (a sfondo sessuale) di Rachida Dati.

E i cinesi? Il sito Chinasmack ha riportato nei giorni scorsi la classifica di YouKu, il cugino con gli occhi a mandorla del colosso californiano della video condivisione.

Al primo posto la straziante richiesta d’aiuto da parte di un ragazzo tra le rovine del terremoto di Yushu, girato con un telefonino nell’aprile 2010.

La seconda piazza spetta a un lungo spezzone di “Old Boy”, commedia di successo sulla nostalgia degli anni ’70-’80.

Sul terzo gradino del podio la canzone fai da te di un duo, Xuri Yanggang, capace di intercettare i sentimenti del popolo dei migrant worker. Il titolo del pezzo: “In a spring day”.

Quarto posto per il vigile che dirige il traffico con le movenze di Michael Jackson. Il malcapitato addetto al traffico è stato ovviamente manipolato grazie ad un sapiente montaggio.

Quinta posizione per gli spettacolari salvataggi avvenuti nel corso delle tremende alluvioni nella provincia di Jilin, a Yongji, nel corso del mese di luglio.

Grande successo online (sesto posto) per la commedia “Tan Te”, di cui sul web abbondano rifacimenti e parodie.

Settimo il video con le lacrime del calciatore nordcoreano Jong Tae-Se durante l’inno della sua nazionale nel corso del mondiale sudafricano. Sincera stima per il patriottismo di un “cugino”di Pyongyang, il cosiddetto “Rooney del popolo”? Stranamente il video è ora irraggiungibile su YouKu.

Posizione numero 8 per delle altre lacrime, questa volta quelle di “Brother Sharp”, il clochard cinese finito su molte copertine per essere inconsapevolmente diventato una sorta di “icona di stile”.

None le performance americane di Xiao Wang, il piccolo ballerino di breakdance partito dalla strada e finito addirittura nel salotto di Ellen DeGeneres.

Decimo posto per i fuochi artificiali a Shanghai, in occasione dell’apertura dell’Expo.

No “Party” per Han Han

Giovane e bello. Scrittore, giornalista, opinionista, blogger, produttore discografico, pilota di auto da corsa. 28 anni, Han Han è uno dei personaggi più conosciuti della Cina contemporanea. Anche all’estero.

Diventato famoso a soli 18 anni per il suo primo romanzo Triple Door, ha continuato a pubblicare successi editoriali (narrativa, saggi) uno dietro l’altro, ma è negli ultimi due anni che si è guadagnato la candidatura di “Time Magazine” al titolo di una delle personalità più influenti del mondo grazie al suo caustico blog, cliccatissimo soprattutto dagli utenti cinesi della cosiddetta generazione “post anni ‘80”. Visitato circa 450 milioni di volte, il suo sito riceve una media di 10.000-15.000 commenti a post. Han Han è solito affrontare tematiche di attualità. Lo fa utilizzando un tono spesso strafottente e critico nei confronti delle autorità. Per esempio, parlando delle classi dirigenti cinesi, ha detto che «la vita dei funzionari non assomiglia per niente a quella delle persone normali. L’unica cosa che questi hanno in comune con noi giovani è che anche loro hanno fidanzate ventenni».

In risposta a questo sfoggio di libertà espressiva, ha fatto sapere lo stesso Han Han, il governo cinese monitora il blog e armonizza «in media un articolo al mese, come le mestruazioni di una donna».

Il 1 maggio 2009 il giovane intellettuale ha pubblicato un post in cui invitava i lettori ad inviargli articoli e  curricula, in vista della pubblicazione di nuova rivista. Dopo mesi di continui rinvii e richieste di modifiche (pare che abbia dovuto rivedere più del 70% dei contenuti per ottenere l’ok del dipartimento preposto al controllo delle pubblicazioni), nel luglio 2010 è finalmente uscito il primo numero della sua rivista 独唱团 (Du Changtuan – Party, in inglese). Le raffinate 130 pagine, contenenti trenta pezzi tra narrativa, saggistica, poesia e lavori fotografici si sono rivelate un grande successo. Nei due giorni di debutto, la rivista ha venduto 500.000 copie, arrivando nei mesi successivi ad un totale di 1 milione e mezzo circa.

Nonostante questo, Han Han ieri ha ufficializzato il blocco della rivista. In un post sul suo blog ha fatto sapere che, dopo aver cercato invano una casa editrice per editarne il secondo numero, ha deciso di «congelare a tempo indeterminato tutte le operazioni relative a “Party”», aggiungendo di non volere «che la gente sprechi il suo tempo in un’attesa senza speranza». Evitando di accusare direttamente le autorità, Han Han ha ammesso che le cause della chiusura non sono chiare e ha scritto: «Forse c’erano troppi dipartimenti coinvolti e troppe persone con il potere di rendere una rivista di letteratura una reliquia. Non so cosa non andasse bene. Non so a chi ho dato dispiacere. Sto in piedi nella luce mentre voi siete nel buio. Se mai ci incontreremo, non voglio serbare rancore, ma per favore mi potreste dire cosa è successo?».

Nessuno in Cina si illude che una domanda del genere possa trovare una risposta.

Impressiona davvero che, in tempi di crisi per l’editoria (di quella occidentale, almeno) una rivista di un certo spessore culturale che andrebbe letteralmente a ruba davanti ad un pubblico sterminato di lettori spaventi a tal punto le autorità cinesi. Bisogna precisare che Han Han è sicuramente un cane sciolto, in grado di risultare indigesto a molti, ma non è assimilabile alla figura di un dissidente. Egli ha sempre riconosciuto la piena legittimità di chi regge le sorti del Celeste Impero e si è sempre battuto per guadagnare, al massimo, qualche spazio di critica e di esercizio della libertà di pensiero.

Troppo, evidentemente.

Di seguito, un’intervista dell’aprile scorso tratta dal quotidiano filogovernativo in inglese “China Daily”, utile a conoscere meglio la controversa figura di Han Han.

China Daily: La ribellione è un atteggiamento o una mentalità?

Han Han: È da malati fingere di essere ribelle. Io non sono un ribelle. Il mio gusto è tradizionale.

CD: Il piacere di quando raggiungi la velocità massima pilotando un’auto e la gioia di quando hai un’ispirazione nello scrivere hanno qualcosa in comune?

HH: Quando mi sento bene al volante, è come se scrivessi con grande ispirazione.

CD: Tra corsa e scrittura, cos’è più rischioso?

HH: Sicuramente la scrittura, in Cina. Non si può correre su una lista nera o direttamente in carcere.

CD: In uno dei tuoi romanzi, un personaggio dice: “Tu sei semplicemente un passante in questo mondo”. Sei un passante o un partecipante? Se potessi scegliere, cosa preferiresti essere?

HH: Ogni individuo è un partecipante, ma la maggior parte in realtà è solo un passante.

CD: Data l’unicità della Cina, è una cosa positiva o negativa essere stato nominato per la lista delle 100 persone più influenti dell’anno?

HH: Non si tratta della mia influenza, ma dell’influenza della rivista “Time”. Il nostro è un ambiente estraneo. Se mostri indifferenza verso il riconoscimento di un media straniero, sei maleducato, se esprimi gratitudine, la gente dirà che sei utilizzato dai media occidentali o sei nel loro accampamento. Alcuni addirittura ti accusano di usare valori occidentali per eliminare i valori asiatici.

CD: Alcune persone all’estero ti definiscono “dissidente leggero”. Sei d’accordo?

HH: Ah, forse perché non peso molto fisicamente. “Dissidente” è una parola pericolosa qui. Io sono diverso da un dissidente perché accetto l’attuale costituzione. Accetto il potere del potere che c’è, ma voglio avere i miei diritti. Io non voglio una nuova carta o una nuova costituzione.

CD: Se non potessi dire la verità, sceglieresti di tacere o usare insinuazioni?

HH: Puoi raccontare una piccola bugia alle donne. Oltre a questo, io preferisco tacere piuttosto che dire bugie.

CD: Hai paura dell’altezza?

HH: Molto.

CD: Utilizzi l’umorismo nero liberamente nei tuoi scritti. È uno stile che ami o lo utilizzi per necessità?

HH: È lo stile che meglio si adatta a me, perché temo che i lettori perdano interesse.

CD: I tuoi romanzi sembrano implicare il pensiero buddista, come il karma, ma “solo per la gente comune”. È il tuo pensiero, o qualcosa nella testa del tuo personaggio?

HH: L’ho imposto ai miei personaggi. Il Karma è l’ultima difesa della gente comune e il loro ultimo conforto psicologico. Ma, come ho osservato, non è comune che i buoni ottengano ricompense e i cattivi le loro meritate punizioni.

CD: Che genere letterario comporta uno sforzo maggiore, la narrativa o la saggistica? Qual è la risposta da parte dei lettori?

HH: Mi applico di più per la narrativa, ma i lettori preferiscono i miei saggi, perché le espressioni sono più dirette.

CD: Hai spesso deriso le opere letterarie selezionate per i libri di testo. Cosa penseresti se un giorno la tua scrittura apparisse nei libri di testo? Un altro scenario: e se il tuo lavoro fosse ufficialmente condannato come una cattiva influenza?

HH: Andrebbe bene in entrambi i casi – nel primo caso la società sarebbe più aperta e le cose sarebbero cambiate, e nel secondo caso otterrei lo stesso trattamento di Confucio (che è stato a lungo condannato in Cina).

CD: Hai detto che la letteratura non deve fare del trasmettere “il senso” una priorità, intendendo la rilevanza sociale. In realtà il tuo lavoro contiene “una via”, solo che è diversa dalla “via” tradizionale. Quale posizione dovrebbero avere i messaggi sociali nella letteratura?

HH: Una posizione importante, ma dovrebbe essere implicita, soprattutto se i messaggi sono buoni. Nella letteratura cinese c’è troppa predicazione, che si trasforma in una guida. I lettori tendono a diventare scemi dopo essere stati troppo esposti a questa roba.

CD: Se ti venisse chiesto di scrivere un elogio e tu sapessi che il contenuto è vero, lo faresti?

HH: Certo. Io lodo spesso le cose, ma questo non fa notizia.

C’è chi è nipote di Mubarak e chi è figlio di Li Gang

La scena è quella di un abuso di potere perpetrato dal figlio arrogante del potente locale. Il copione, però, questa volta è stato meno prevedibile che in altre occasioni.

Il 16 ottobre, Li Qiming, figlio del vice capo della polizia del distretto Beishi di Baoding (Hebei), guidando in stato di ebbrezza una lussuosa Volkswagen Magotan nera ha investito due studentesse davanti a un supermercato dell’università dello Hebei. Una è rimasta uccisa, l’altra ferita gravemente, ma Li Qiming ha tirato dritto senza soccorrerle. Fermato da un gruppo di studenti e dalle guardie di sicurezza del campus, ha meravigliato tutti urlando: “Dai, denunciatemi pure, se avete il coraggio: mio padre è Li Gang”.

Nel giro di un paio di giorni l’espressione “mio padre è Li Gang” si è trasformata in un tormentone online. Uno slogan sinonimo di arroganza, prevaricazione e disuguaglianza sociale. I netizen hanno cominciato a creare canzoni e video con lo slogan e hanno pubblicamente additato le ricchezze private della famiglia Li, tra cui 5 lussuose residenze. La rabbia per l’ennesimo episodio di spregio della legge da parte di parenti di funzionari è diventata così forte che le autorità, per calmare i bollenti spiriti, hanno dovuto arrestare Li e mandare in onda sulla Tv nazionale due interviste in cui il giovane e il padre in lacrime si scusavano di quanto successo. L’assenza di contraddittorio e di spazio per i parenti delle ragazze, tuttavia, ha solo peggiorato le cose.

Le scuse sono state immediatamente etichettate come una farsa sia dai familiari della vittima che dagli utenti di internet, molti dei quali si sono dimostrati poco ottimisti sul fatto che Li Qiming venga punito come merita (ha commesso un reato che in Cina è passibile di pena di morte). Come spesso accade nel Celeste Impero, la rete si è rivelata l’unico luogo in cui la voce delle vittime di un sopruso ha la possibilità di farsi sentire.

L’artista dissidente Ai Weiwei, famoso per le sue battaglie in difesa dei diritti, ha filmato un’intervista al padre e al fratello della ventenne rimasta uccisa nell’incidente e l’ha postata online. Ad oggi, nonostante i ripetuti tentativi di censura, il video documentario “I fatti sono questi (mio padre è Li Gang)” continua a diffondersi.

“Li Qiming ha fatto valere il potere della sua famiglia, ha detto la frase inconsciamente. Molte persone ai giorni nostri fanno così. […] Visto che noi siamo gente comune della campagna, invitiamo tutta la società ad uscire allo scoperto e stare al nostro fianco”, dice Chen Lin, il fratello della vittima, nel filmato. Confessa anche di avere paura. E forse ha ragione. Al momento, in assenza di testimoni, sembra che la polizia abbia proposto alla famiglia della ragazza uccisa di chiudere la questione con un risarcimento. Non è chiaro se questa opzione possa bloccare l’inchiesta penale a carico di Li Qiming, cosa che provocherebbe nuovo sdegno popolare. Zhang Kai, l’avvocato della famiglia della vittima, intanto, starebbe subendo pressioni per abbandonare il caso.

Carte te(le)matiche: la mappa delle case macchiate di sangue

Nel maggio 2009 a diffondersi in rete era stata la “Mappa dei villaggi del cancro”. I piccoli contrassegni azzurri indicavano i luoghi dove l’inquinamento aveva fatto aumentare in maniera esponenziale le morti dovute al cancro. In questi giorni è la volta della 血房地图, “La mappa delle case macchiate di sangue”. Da quando è stata creata, l’8 ottobre, più di 330.000 persone l’hanno consultata e alcuni hanno anche contribuito ad aggiornarla.La carta aiuta a localizzare i luoghi in cui i cittadini cinesi hanno dovuto subire il sopruso della demolizione forzata della loro abitazione, nel nome dell’inarrestabile processo di urbanizzazione. Diversa la tipologia dei contrassegni. Quelli rossi indicano gli episodi più gravi: il letto indica che, nella fattispecie, qualcuno ha perso la vita; la fiamma indica che il proprietario si è dato fuoco in segno di protesta; il vulcano implica una manifestazione di massa. Il simbolo “i”, invece, fa riferimento ad informazioni non ancora verificate. Sì, perché nonostante l’idea sia partita da quattro blogger, il senso profondo dell’operazione è quello di lasciare che la mappa si arricchisca grazie al contributo degli utenti internet. Un work in progress, un’operazione cartografica aperta alla partecipazione di cittadini informati sui fatti. Raccogliere i nomi dei complessi edili costruiti violando i diritti dei cittadini ha lo scopo ultimo di boicottarli, evitando di acquistare o affittare i loro appartamenti in segno di protesta.

Il culto dei morti al tempo dell’iPhone

Modernità e tradizione. Fusi come non mai nel presente della Cina. E nel negozio di Au Yeung, a Honk Kong. Un luogo dove acquistare l’ultimo modello di iPhone o una console Nintendo DS. Con una spesa modestissima, anche se non stiamo parlando dell’ultima battaglia del celeste impero contro il copyright delle tecnologie. Non proprio. Trattasi infatti di smartphone e videogiochi di carta, modellati da Au Yeung con maniacale cura per i dettagli. Offerte votive ai morti, ai morti di oggi. A chi lascia questo mondo e nella fattispecie lo lascia troppo presto, nel fiore della giovinezza.

Bruciare la carta durante il Zhongyuan Jie (Ghost Festival) e nel corso della festività primaverile Qing Ming Jie è un rito antichissimo. La carta rappresenta il denaro offerto dai vivi affinché siano sostenute le spese dei morti nell’aldilà. Esistono da tempo speciali facsimili di banconote utilizzabili in queste occasioni, e non sono mancati in passato esempi di modellini di abitazioni e automobili – sempre cartacei – ad uso dei defunti, una volta bruciati, nel loro cammino ultraterreno.

Una tradizione fiorita nelle aree rurali e che combatte oggi contro la realtà dell’urbanizzazione, con le autorità che spesso tendono a vietarla in nome di istanze di sicurezza e propositi ambientalisti: il fumo dei falò aggraverebbe l’inquinamento atmosferico e in ogni caso rappresenta uno spreco di carta.

Tuttavia, la creatività di Au Yeung sembra contribuire a rilanciare l’antica tradizione, coniugandola al presente, mettendola al passo con le nuove tendenze della società dei consumi. Un lavoro di cesello, il suo, di precisione chirurgica, perché i genitori di un giovane defunto sono molto esigenti, e non si accontentano che vicino alla tomba del figlio bruci l’effige di un utilissimo laptop. Vogliono che sia proprio un Sony, quello che avrebbe desiderato lo scomparso.

Da qualche tempo in Cina esiste un rapporto tra il culto dei morti e le nuove tecnologie. La nascita di pagine web con la funzione di simulacri, memoriali, di vere e proprie tombe virtuali viene incontro a esigenze di natura igienica, al problema della carenza di spazi e incontra il desiderio di limitare i costi e di abbattere le distanze tra il luogo di sepoltura e l’affetto per l’estinto da parte dei suoi cari. Non fiori ma un clic con il mouse.

Chinaleaks

ato un team con base a Pechino, composto da giornalisti, avvocati, redattori e hacker, diversi gruppi per i diritti umani e blogger cinesi hanno manifestato molto scetticismo davanti alla notizia, soprattutto in merito allaSi chiamerà “Government Leaks” e – se tutto andrà per il verso giusto – sarà consultabile online il 1° giugno, alla vigilia del 22° anniversario del massacro di Piazza Tiananmen. Si tratterà di una sorta di Wikileaks Cinese, ha spiegato oggi al South China Morning Post il suo fondatore, soprannominato “Gola Profonda”. Chiunque ne sia in possesso è invitato a inviare documenti classificati come segreti di stato. Gola profonda ne è sicuro: rendere pubblici gli scheletri nell’armadio del governo cinese velocizzerà il processo di democratizzazione.

Nonostante sia già stato form sicurezza e alla protezione degli informatori. Molti ritengono che il governo possa facilmente rintracciarli e accusarli di possesso illegale di segreti di stato, cosa già accaduta in passato. Il direttore di Global Voices Online in lingua cinese, John Kennedy, ha addirittura descritto il progetto con un detto cinese solitamente utilizzato per indicare ciò che è destinato a fallire: 盲人骑瞎马 (mángrén qí xiāmǎ), “un uomo cieco che cavalca un cavallo cieco”.

L’operazione “Government Leaks” è partita pochi mesi fa e per ora ha ricevuto una media di cinque report alla settimana. Gola Profonda ha però affermato che solo uno dei dossier inviati risulterebbe effettivamente inedito sulla rete. Durante l’intervista al giornale di Hong Kong, ha più volte garantito massima serietà nei controlli dei contenuti prima della pubblicazione online e grande attenzione alla salvaguardia degli informatori. Ha anche espresso il desiderio di riuscire a collaborare direttamente con Wikileaks, dove lavorano molti dissidenti cinesi, anche se per ora le mail inviate all’organizzazione di Julian Assange sono tornate al mittente senza risposta.

La crisi sino-giapponese in 3D

Cina e Giappone sono sempre più ai ferri corti. A dieci giorni dalla confisca di un peschereccio cinese in acque territoriali contestate al largo delle isole Diaoyu da parte della marina del Sol Levante, i toni dello scontro verbale si sono fatti sempre più duri e le minacce diplomatiche hanno subìto una costante escalation. Ad aggravare le tensioni ha contribuito anche la morte di un panda cinese in uno zoo giapponese, avvenuta durante  una procedura di raccolta di sperma.

L’equipaggio del peschereccio cinese è già stato rilasciato, ma il capitano  Zhan Qixiong è ancora agli arresti con l’accusa di “aver ostacolato una forza pubblica”.

Manifestazioni anti nipponiche si sono verificate in diverse città cinesi, accompagnate dall’interruzione dei contatti tra i canali diplomatici ufficiali.

Il premier Wen Jiabao, in visita a New York per partecipare alla conferenza delle Nazioni Unite, ha evitato di incontrare il suo omologo giapponese e ha esortato il Giappone a liberare immediatamente e incondizionatamente il capitano del peschereccio.

Next Media Animation, l’azienda di Taiwan famosa per le sue ricostruzioni delle news in 3D, propone un riassunto “leggero” della vicenda.

Dagli al demolitore!

La musica è elettronica e potente. Puoi scegliere se essere il vecchio signore con il fucile, l’anziana che lancia le ciabatte, il ragazzino con la fionda, il tizio in sovrappeso armato di fuochi d’artificio o addirittura un neonato in fasce… Te ne stai arroccato all’ultimo piano di un pericolante edificio marcato dall’infame carattere “chai” – demolire – e il tuo obiettivo è tenere il più possibile lontani gli operai e le ruspe. “La grande guerra della casa chiodo contro la squadra delle demolizioni” (钉子户大战拆迁队) è un nuovo gioco online che, a solo un mese dal lancio, è già diventato una hit dell’internet cinese.

Riprende il tema dello sfratto forzato, tristemente noto alle cronache dal Celeste Impero.

Negli ultimi anni, milioni sono stati infatti i cinesi allontanati dall’oggi al domani dalle proprie abitazioni, formalmente in nome di “esigenze di risanamento di quartieri malsani”, in realtà spesso vittime dell’alleanza tra un potere autoritario e gli interessi speculativi di palazzinari senza scrupoli. Molti i gesti estremi (c’è chi ha praticato una resistenza passiva e chi per protesta si è dato fuoco…) di cittadini esasperati e forse illusi di poter godere di un diritto nuovo di zecca: la proprietà. Diritto al quale le nuove classi medie urbane baciate dal boom economico non sembrano più poter rinunciare a cuor leggero.

In difesa dei cittadini letteralmente espulsi dalle proprie case, si era levata, alla fine del 2009, la voce di 5 importanti giuristi dell’Università di Pechino – Shen Kui, Jiang Ming’an, Wang Xixin, Qian Mingxing e Chen Duanhong – autori di un documento sottoposto all’Assemblea Nazionale del Popolo in cui si chiedeva una revisione delle normative in materia di demolizioni, a loro avviso palesemente anticostituzionali.

La battaglia, almeno finché dall’alto qualcuno non imporrà il Game Over, continua ora sul web.