La fabbrica dei preti

A me quando vengono in confessione a confessarsi per i peccati di sesso, li mando via. Non mi frega niente. Li mando via, mi innervosiscono. Non le voglio più sentire queste storie.

“Ma va là”, gli dico, “tu non devi confessare i peccati di sesso, tu casomai ti devi confessare di non avere amato.

– Hai amato?

– No.

– Pentiti!!!”

La fabbrica dei preti, Giuliana Musso.

 

In scena all’Elfo Puccini di Milano fino al 19 gennaio. Trovate qui le informazioni.

preti

 

Come un fiume in scena

“Impression Sanjie Liu” è il suggestivo spettacolo – ideato da Zhang Yimou, il più famoso regista cinese, curatore della cerimonia olimpica del 2008 – che anima la notte del piccolo villaggio di Yangshuo, gioiello della provincia del Guangxi.

Dopo ogni tramonto, giochi di luce a ritmo di musica tracciano pennellate di rosso, verde, blu, oro e argento sulla tela d’acqua del fiume Li, il palcoscenico naturale per circa seicento comparse.

La narrazione regala sensazioni capaci di trasformare in sogno la magia del luogo. Fermi immagine ispirati alla pittura tradizionale cinese – piccole barche di pescatori alle cui spalle si stagliano le caratteristiche colline della zona di Yangshuo – si alternano a scene di grande impatto in cui i figuranti fendono il nero della notte ricostruendo le vicende della leggendaria cantante Sanjie Liu e raccontando la vita delle minoranze etniche che popolano questo pezzo di Cina.

[Questo pezzo è uscito su Vogue.it, impreziosito dalle foto di una bravissima fotografa]

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I fiori del nonno

Tratti dal sapore antico, movimenti essenziali, una musica delicata e una lentezza che il nostro tempo non ci regala più. “I fiori del nonno” è un commovente corto di animazione realizzato dagli studenti di media digitali della Jiangnan University. Racconta l’amore con la elle maiuscola, quello fatto di pazienza, quotidianità e gesti premurosi. Un piccolo gioiello.

Tempo di bilanci per lo YouTube cinese

È iniziato il 2011 ma si traggono ancora bilanci sull’anno appena trascorso. Nel villaggio globale miliardi di occhi si sono concentrati in rete sui video che sempre più spesso accompagnano – e talora sostituiscono – le notizie. Quali sono i filmati più visti? Dipende. YouTube ha stilato la sua autorevole classifica, me anche i siti di informazione hanno tirato le proprie somme. Repubblica.it ci informa dello strepitoso successo in termini di clic del dito di Gianfranco Fini puntato dritto contro Silvio Berlusconi. Molto guardate anche le “paracadutiste in topless”, la gaffe cestistica di Lapo Elkann e quella (a sfondo sessuale) di Rachida Dati.

E i cinesi? Il sito Chinasmack ha riportato nei giorni scorsi la classifica di YouKu, il cugino con gli occhi a mandorla del colosso californiano della video condivisione.

Al primo posto la straziante richiesta d’aiuto da parte di un ragazzo tra le rovine del terremoto di Yushu, girato con un telefonino nell’aprile 2010.

La seconda piazza spetta a un lungo spezzone di “Old Boy”, commedia di successo sulla nostalgia degli anni ’70-’80.

Sul terzo gradino del podio la canzone fai da te di un duo, Xuri Yanggang, capace di intercettare i sentimenti del popolo dei migrant worker. Il titolo del pezzo: “In a spring day”.

Quarto posto per il vigile che dirige il traffico con le movenze di Michael Jackson. Il malcapitato addetto al traffico è stato ovviamente manipolato grazie ad un sapiente montaggio.

Quinta posizione per gli spettacolari salvataggi avvenuti nel corso delle tremende alluvioni nella provincia di Jilin, a Yongji, nel corso del mese di luglio.

Grande successo online (sesto posto) per la commedia “Tan Te”, di cui sul web abbondano rifacimenti e parodie.

Settimo il video con le lacrime del calciatore nordcoreano Jong Tae-Se durante l’inno della sua nazionale nel corso del mondiale sudafricano. Sincera stima per il patriottismo di un “cugino”di Pyongyang, il cosiddetto “Rooney del popolo”? Stranamente il video è ora irraggiungibile su YouKu.

Posizione numero 8 per delle altre lacrime, questa volta quelle di “Brother Sharp”, il clochard cinese finito su molte copertine per essere inconsapevolmente diventato una sorta di “icona di stile”.

None le performance americane di Xiao Wang, il piccolo ballerino di breakdance partito dalla strada e finito addirittura nel salotto di Ellen DeGeneres.

Decimo posto per i fuochi artificiali a Shanghai, in occasione dell’apertura dell’Expo.

No “Party” per Han Han

Giovane e bello. Scrittore, giornalista, opinionista, blogger, produttore discografico, pilota di auto da corsa. 28 anni, Han Han è uno dei personaggi più conosciuti della Cina contemporanea. Anche all’estero.

Diventato famoso a soli 18 anni per il suo primo romanzo Triple Door, ha continuato a pubblicare successi editoriali (narrativa, saggi) uno dietro l’altro, ma è negli ultimi due anni che si è guadagnato la candidatura di “Time Magazine” al titolo di una delle personalità più influenti del mondo grazie al suo caustico blog, cliccatissimo soprattutto dagli utenti cinesi della cosiddetta generazione “post anni ‘80”. Visitato circa 450 milioni di volte, il suo sito riceve una media di 10.000-15.000 commenti a post. Han Han è solito affrontare tematiche di attualità. Lo fa utilizzando un tono spesso strafottente e critico nei confronti delle autorità. Per esempio, parlando delle classi dirigenti cinesi, ha detto che «la vita dei funzionari non assomiglia per niente a quella delle persone normali. L’unica cosa che questi hanno in comune con noi giovani è che anche loro hanno fidanzate ventenni».

In risposta a questo sfoggio di libertà espressiva, ha fatto sapere lo stesso Han Han, il governo cinese monitora il blog e armonizza «in media un articolo al mese, come le mestruazioni di una donna».

Il 1 maggio 2009 il giovane intellettuale ha pubblicato un post in cui invitava i lettori ad inviargli articoli e  curricula, in vista della pubblicazione di nuova rivista. Dopo mesi di continui rinvii e richieste di modifiche (pare che abbia dovuto rivedere più del 70% dei contenuti per ottenere l’ok del dipartimento preposto al controllo delle pubblicazioni), nel luglio 2010 è finalmente uscito il primo numero della sua rivista 独唱团 (Du Changtuan – Party, in inglese). Le raffinate 130 pagine, contenenti trenta pezzi tra narrativa, saggistica, poesia e lavori fotografici si sono rivelate un grande successo. Nei due giorni di debutto, la rivista ha venduto 500.000 copie, arrivando nei mesi successivi ad un totale di 1 milione e mezzo circa.

Nonostante questo, Han Han ieri ha ufficializzato il blocco della rivista. In un post sul suo blog ha fatto sapere che, dopo aver cercato invano una casa editrice per editarne il secondo numero, ha deciso di «congelare a tempo indeterminato tutte le operazioni relative a “Party”», aggiungendo di non volere «che la gente sprechi il suo tempo in un’attesa senza speranza». Evitando di accusare direttamente le autorità, Han Han ha ammesso che le cause della chiusura non sono chiare e ha scritto: «Forse c’erano troppi dipartimenti coinvolti e troppe persone con il potere di rendere una rivista di letteratura una reliquia. Non so cosa non andasse bene. Non so a chi ho dato dispiacere. Sto in piedi nella luce mentre voi siete nel buio. Se mai ci incontreremo, non voglio serbare rancore, ma per favore mi potreste dire cosa è successo?».

Nessuno in Cina si illude che una domanda del genere possa trovare una risposta.

Impressiona davvero che, in tempi di crisi per l’editoria (di quella occidentale, almeno) una rivista di un certo spessore culturale che andrebbe letteralmente a ruba davanti ad un pubblico sterminato di lettori spaventi a tal punto le autorità cinesi. Bisogna precisare che Han Han è sicuramente un cane sciolto, in grado di risultare indigesto a molti, ma non è assimilabile alla figura di un dissidente. Egli ha sempre riconosciuto la piena legittimità di chi regge le sorti del Celeste Impero e si è sempre battuto per guadagnare, al massimo, qualche spazio di critica e di esercizio della libertà di pensiero.

Troppo, evidentemente.

Di seguito, un’intervista dell’aprile scorso tratta dal quotidiano filogovernativo in inglese “China Daily”, utile a conoscere meglio la controversa figura di Han Han.

China Daily: La ribellione è un atteggiamento o una mentalità?

Han Han: È da malati fingere di essere ribelle. Io non sono un ribelle. Il mio gusto è tradizionale.

CD: Il piacere di quando raggiungi la velocità massima pilotando un’auto e la gioia di quando hai un’ispirazione nello scrivere hanno qualcosa in comune?

HH: Quando mi sento bene al volante, è come se scrivessi con grande ispirazione.

CD: Tra corsa e scrittura, cos’è più rischioso?

HH: Sicuramente la scrittura, in Cina. Non si può correre su una lista nera o direttamente in carcere.

CD: In uno dei tuoi romanzi, un personaggio dice: “Tu sei semplicemente un passante in questo mondo”. Sei un passante o un partecipante? Se potessi scegliere, cosa preferiresti essere?

HH: Ogni individuo è un partecipante, ma la maggior parte in realtà è solo un passante.

CD: Data l’unicità della Cina, è una cosa positiva o negativa essere stato nominato per la lista delle 100 persone più influenti dell’anno?

HH: Non si tratta della mia influenza, ma dell’influenza della rivista “Time”. Il nostro è un ambiente estraneo. Se mostri indifferenza verso il riconoscimento di un media straniero, sei maleducato, se esprimi gratitudine, la gente dirà che sei utilizzato dai media occidentali o sei nel loro accampamento. Alcuni addirittura ti accusano di usare valori occidentali per eliminare i valori asiatici.

CD: Alcune persone all’estero ti definiscono “dissidente leggero”. Sei d’accordo?

HH: Ah, forse perché non peso molto fisicamente. “Dissidente” è una parola pericolosa qui. Io sono diverso da un dissidente perché accetto l’attuale costituzione. Accetto il potere del potere che c’è, ma voglio avere i miei diritti. Io non voglio una nuova carta o una nuova costituzione.

CD: Se non potessi dire la verità, sceglieresti di tacere o usare insinuazioni?

HH: Puoi raccontare una piccola bugia alle donne. Oltre a questo, io preferisco tacere piuttosto che dire bugie.

CD: Hai paura dell’altezza?

HH: Molto.

CD: Utilizzi l’umorismo nero liberamente nei tuoi scritti. È uno stile che ami o lo utilizzi per necessità?

HH: È lo stile che meglio si adatta a me, perché temo che i lettori perdano interesse.

CD: I tuoi romanzi sembrano implicare il pensiero buddista, come il karma, ma “solo per la gente comune”. È il tuo pensiero, o qualcosa nella testa del tuo personaggio?

HH: L’ho imposto ai miei personaggi. Il Karma è l’ultima difesa della gente comune e il loro ultimo conforto psicologico. Ma, come ho osservato, non è comune che i buoni ottengano ricompense e i cattivi le loro meritate punizioni.

CD: Che genere letterario comporta uno sforzo maggiore, la narrativa o la saggistica? Qual è la risposta da parte dei lettori?

HH: Mi applico di più per la narrativa, ma i lettori preferiscono i miei saggi, perché le espressioni sono più dirette.

CD: Hai spesso deriso le opere letterarie selezionate per i libri di testo. Cosa penseresti se un giorno la tua scrittura apparisse nei libri di testo? Un altro scenario: e se il tuo lavoro fosse ufficialmente condannato come una cattiva influenza?

HH: Andrebbe bene in entrambi i casi – nel primo caso la società sarebbe più aperta e le cose sarebbero cambiate, e nel secondo caso otterrei lo stesso trattamento di Confucio (che è stato a lungo condannato in Cina).

CD: Hai detto che la letteratura non deve fare del trasmettere “il senso” una priorità, intendendo la rilevanza sociale. In realtà il tuo lavoro contiene “una via”, solo che è diversa dalla “via” tradizionale. Quale posizione dovrebbero avere i messaggi sociali nella letteratura?

HH: Una posizione importante, ma dovrebbe essere implicita, soprattutto se i messaggi sono buoni. Nella letteratura cinese c’è troppa predicazione, che si trasforma in una guida. I lettori tendono a diventare scemi dopo essere stati troppo esposti a questa roba.

CD: Se ti venisse chiesto di scrivere un elogio e tu sapessi che il contenuto è vero, lo faresti?

HH: Certo. Io lodo spesso le cose, ma questo non fa notizia.

La lingua salvata dal touch screen

Si chiama 提笔忘字 tibi wangzi, letteralmente “prendere la penna, dimenticare i caratteri”, ed è uno dei fenomeni che più agitano gli esperti cinesi.

Indagini recenti dimostrano che le nuove tecnologie stanno piano piano cancellando i caratteri cinesi dalla mente delle persone, creando una sorta di analfabetismo di ritorno.

Per scrivere in lingua cinese sui computer o sui cellulari, infatti, è necessario inserire la pronuncia fonetica alfabetica degli ideogrammi (pinyin), aspettare che il programma di turno suggerisca tutti i caratteri che corrispondono a quel suono e selezionare quello di cui si ha bisogno. Il risultato è che soprattutto i più giovani, abituati ad inviare sms e a utilizzare quasi esclusivamente il computer e quindi fermi al saper riconoscere i caratteri piuttosto che al saperli tracciare, cominciano a soffrire di amnesie quando devono scrivere  dei testi a mano.

Un sondaggio del portale online Dayang Net ha dimostrato che circa l’80% degli intervistati ammette di avere problemi a scrivere usando la penna e confessa di non utilizzare la scrittura digitale solo per la propria firma o per compilare semplici moduli.

Il sistema di scrittura cinese è il più antico tra quelli in uso nel mondo e non si limita ad essere un mezzo di comunicazione. E’ uno dei più forti simboli di identità culturale della Cina, tanto da essere stato anche consacrato nella tradizionale forma d’arte della calligrafia.

Da qui il subbuglio dei think tank nazionali.

Una soluzione al problema sembra però vicina, soprattutto grazie all’incredibile successo dei prodotti di ultima generazione della Apple. Diventati status symbol anche in Cina, l’iPhone e l’iPad, secondo molti, stanno rendendo molto diffusa la tecnologia touch screen, fino a poco tempo fa relegata a un mercato di nicchia.

Per scrivere un messaggio in cinese da un iPhone, infatti, è molto più pratico tratteggiare i caratteri piuttosto che inserire la loro pronuncia fonetica alfabetica e selezionarli.

Gli esperti cinesi non hanno dubbi: il futuro del computer sarà il touch screen e quindi sempre più persone si riabitueranno ad usare le dita e le penne digitali per scrivere.

Il culto dei morti al tempo dell’iPhone

Modernità e tradizione. Fusi come non mai nel presente della Cina. E nel negozio di Au Yeung, a Honk Kong. Un luogo dove acquistare l’ultimo modello di iPhone o una console Nintendo DS. Con una spesa modestissima, anche se non stiamo parlando dell’ultima battaglia del celeste impero contro il copyright delle tecnologie. Non proprio. Trattasi infatti di smartphone e videogiochi di carta, modellati da Au Yeung con maniacale cura per i dettagli. Offerte votive ai morti, ai morti di oggi. A chi lascia questo mondo e nella fattispecie lo lascia troppo presto, nel fiore della giovinezza.

Bruciare la carta durante il Zhongyuan Jie (Ghost Festival) e nel corso della festività primaverile Qing Ming Jie è un rito antichissimo. La carta rappresenta il denaro offerto dai vivi affinché siano sostenute le spese dei morti nell’aldilà. Esistono da tempo speciali facsimili di banconote utilizzabili in queste occasioni, e non sono mancati in passato esempi di modellini di abitazioni e automobili – sempre cartacei – ad uso dei defunti, una volta bruciati, nel loro cammino ultraterreno.

Una tradizione fiorita nelle aree rurali e che combatte oggi contro la realtà dell’urbanizzazione, con le autorità che spesso tendono a vietarla in nome di istanze di sicurezza e propositi ambientalisti: il fumo dei falò aggraverebbe l’inquinamento atmosferico e in ogni caso rappresenta uno spreco di carta.

Tuttavia, la creatività di Au Yeung sembra contribuire a rilanciare l’antica tradizione, coniugandola al presente, mettendola al passo con le nuove tendenze della società dei consumi. Un lavoro di cesello, il suo, di precisione chirurgica, perché i genitori di un giovane defunto sono molto esigenti, e non si accontentano che vicino alla tomba del figlio bruci l’effige di un utilissimo laptop. Vogliono che sia proprio un Sony, quello che avrebbe desiderato lo scomparso.

Da qualche tempo in Cina esiste un rapporto tra il culto dei morti e le nuove tecnologie. La nascita di pagine web con la funzione di simulacri, memoriali, di vere e proprie tombe virtuali viene incontro a esigenze di natura igienica, al problema della carenza di spazi e incontra il desiderio di limitare i costi e di abbattere le distanze tra il luogo di sepoltura e l’affetto per l’estinto da parte dei suoi cari. Non fiori ma un clic con il mouse.