Mai dire Mao

gao brothers statua testa

Non tira certo una buona aria per gli artisti cinesi. All’indomani della scarcerazione di Ai Weiwei – visibilmente provato e, a detta di molti commentatori, palesemente segnato psicologicamente dagli 80 giorni di detenzione – la paura di ritorsioni da parte del governo serpeggia tra molti altri protagonisti dell’arte contemporanea cinese. I fratelli Gao, ad esempio, hanno lamentato le pesanti e ingiustificate intrusioni nel loro bar-studio presso la 798, il distretto degli artisti a Pechino, e la richiesta immotivata di chiuderlo.
Nel 2009 ho avuto modo di incontrare e di intervistare i Gao Brothers. Parlammo di arte e censura e dell’ossessione per Mao, protagonista assoluto delle loro opere. La ragione delle ultime angherie subite dai due fratelli, secondo il sito Radio Free Asia, starebbe in una recente statua in cui il Grande Timoniere, rigorosamente riprodotto nelle fattezze femminili di Miss Mao, sta in equilibro sopra un’enorme testa di Lenin.

Di seguito la mia chiacchierata del 2009 con i 2 popolari fratelli.

Gesù Cristo è una statua indifesa. In piedi, le braccia abbassate, aperte in segno di rassegnazione. Guarda con pietà i suoi esecutori. Di fronte a lui un plotone formato da sei Mao Zedong gli punta contro i fucili e prende la mira. Gli sguardi sono concentrati, i visi contratti in una smorfia malvagia. Alle loro spalle, un altro Mao, l’ultimo, carica l’arma. Sul volto, la stessa espressione spietata.

«Per la composizione de “l’Esecuzione di Cristo” ci siamo ispirati a Manet e alla sua “Fucilazione di Massimiliano”», dice Gao Qiang, 47 anni, il più giovane dei fratelli Gao, due tra le personalità più importanti e controverse della scena artistica cinese contemporanea con all’attivo esposizioni a Chicago, New York, Parigi e Mosca. Poi si avvicina, in mano ha una borsa scura. Protetta al suo interno c’è una testa. La posiziona sopra ad un corpo acefalo inginocchiato con la mano destra appoggiata sul cuore. Di nuovo il Grande Timoniere. Questa volta la statua si sta confessando e la sua espressione è di disperazione e rimpianto. «Abbiamo voluto umanizzarlo, trasformarlo in un essere umano che si pente dei suoi peccati», spiega Gao Zhen, 53 anni. Un’immagine troppo forte a cui la Cina non è ancora pronta, nemmeno se a proporla sono i suoi più audaci artisti d’avanguardia. I Gao, infatti, sono costretti a tenere separate le due parti dell’opera “La colpa di Mao” e ad unirle solo in occasioni speciali. Troppo grande il rischio di irritare le autorità e finire nelle maglie della censura. E di censura, i due fratelli se ne intendono.
Attivi dal 1985, i Gao Brothers si sono presto messi in luce per un’arte provocatoria e dissacrante, critica nei confronti del potere. A Pechino, il loro studio all’interno della 798, l’ormai celebre quartiere degli artisti, è stato spesso perquisito, le loro mostre sono state più volte ostacolate. Fino al 2004 le autorità si sono rifiutate di rilasciar loro il passaporto: vietato promuoversi all’estero. Annullati gli impegni negli Stati Uniti, niente vetrina alla Biennale di Venezia.
Quella dei Gao è un’arte che guarda al passato per raccontare la Cina contemporanea e le sue continue metamorfosi. Arrabbiata, graffiante, a volte grottesca e irriverente, si concentra spesso – anche se non unicamente – su tematiche e personaggi ritenuti “sensibili” dalle autorità di Pechino.
«L’artista cinese al giorno d’oggi è teoricamente libero di affrontare ogni tipo di argomento», afferma Gao Qiang, «a patto che lo faccia nel chiuso del suo laboratorio. Quando vuole rendere pubblico il suo lavoro, le regole cambiano». La negazione dell’arte, rinchiusa tra le pareti di uno studio sulla cui porta campeggiano i caratteri di un divieto: “Spazio privato. Vietato l’accesso agli estranei”.
Fin dai tempi della personale “Ash Red”, nel 2006, quando un gruppo di funzionari recapitò una lista delle opere da rimuovere, i due fratelli si sono spesso visti costretti ad organizzare mostre clandestine. Piccoli eventi che durano il tempo di una serata. I cosiddetti “Gao’s party” si tengono nel loro studio e sono aperti solo a persone fidate. Gli inviti si possono ottenere attraverso il passaparola e gli sms.
Tuttavia, non sempre sono sufficienti questi accorgimenti per far fronte alla censura.
«Lo scorso marzo, di notte, ci hanno rubato la scultura in cui un gruppo di poliziotti trascina in strada una prostituta durante la retata in un bordello. Le autorità hanno ammesso di aver requisito il pezzo solo dopo che abbiamo sporto denuncia alla polizia. Al momento non ci hanno ancora restituito l’opera e non sappiamo nemmeno se e quando lo faranno», dice Gao Zhen indicando il vuoto lasciato nel salone da quella sottrazione indebita. Ironia della sorte: la retata di una retata.

Visitare lo studio dei Gao significa davvero immergersi nel contraddittorio presente del Gigante Asiatico. Ci si può imbattere in una gigantografia come “The Forever Unfinished Building”, in cui su uno sfondo architettonico che sembra richiamare le opere di Escher si stagliano rappresentanti di ogni strato della società cinese: migrant worker giunti in massa dalle campagne, monaci buddisti, pin up, guidatori di biciclette e proprietari di auto di lusso, le star cinesi delle Olimpiadi 2008. Tra queste, compare anche un maratoneta con il pettorale 1989, il tragico numero di Tiananmen, l’ennesimo tema tabù di quest’arte che ama scherzare con il fuoco.

In un’altra serie di enormi quadri prendono invece forma le pagine di cronaca dei giornali cinesi, con le fotografie dei rastrellamenti nei quartieri a luci rosse. Donne semisvestite, di spalle, piangono e si coprono il viso davanti alle divise della polizia. Vergogna, umiliazione, prepotenza, impotenza descritte da una pittura cruda e aggressiva. «La nostra fonte di ispirazione è la società cinese. Il nostro paese è ancora uno stato di polizia in cui tutto ruota attorno al potere». E di un potere vecchio ma ancora in auge raccontano, infine, le tantissime riproduzioni della figura di Mao Zedong. Infinite variazioni sul tema, utilizzando stili e tecniche diverse. Il Mao deicida che cita l’impressionismo, il Mao prostrato che chiede umilmente perdono, fino all’irriverente serie delle statue di “Miss Mao” in cui il Timoniere ostenta un seno turgido e all’occorrenza un naso fallico.
L’ossessione per Mao ha radici profonde e drammatiche. I Gao erano ragazzi all’epoca della Rivoluzione Culturale. «Un periodo folle», ricordano, «l’istruzione era una bugia, ma le bugie in quegli anni diventavano verità. Mao controllava ogni cosa: politica, educazione, stampa, cinema. Tutto. Bastava un’antipatia personale per essere etichettati come nemici del popolo». Proprio quello che è accaduto al padre dei due artisti. «Un giorno degli uomini sono venuti a prenderlo e lui non è più tornato a casa. Ci hanno detto che si era suicidato, non ci abbiamo mai creduto. Nostra madre è rimasta da sola con 6 figli. È stato il momento più difficile della nostra vita. Per fortuna, eravamo circondati da parenti generosi che ci hanno aiutato, soprattutto finanziariamente, senza volere niente in cambio».
«Una delle immagini più nitide della mia infanzia», racconta Gao Qiang, «è la maestra delle elementari che il primo giorno di scuola mi fa scrivere “lunga vita al Presidente Mao” sul quaderno. Mi ricordo che non capivo il senso di tante attenzioni per quel vecchio signore». Nell’anno in cui la Repubblica Popolare festeggia il suo sessantesimo anniversario, i due fratelli continuano a maneggiare con coraggio una delle icone più controverse del ‘900 e a rispettare a modo loro quell’auspicio di longevità. Proiettando nel futuro, stravolgendola, l’ombra di Mao.

Qi Xinghua, professione pittore 3D

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La pittura in 3D non è certo una novità e spesso le opere dei suoi bizzarri artisti-illusionisti fanno capolino sulle pagine on-line dei principali giornali. Niente che cambi la vita, siamo d’accordo, però un “caspita!”, un “apperò!”, un “ooooh” se si è bambini, quel tipo di immagine lo strappa quasi sempre.

offiCina vi propone oggi le opere del più celebre pittore in 3D cinese: il pechinese Qi Xinghua, balzato agli onori delle cronache nei mesi scorsi per aver dato vita al dipinto tridimensionale più grande mai realizzato al mondo, entrando a buon diritto nel Guinness dei Primati.

Il capolavoro, 23 metri per 32, si trova – e ovviamente rimarrà – a Guangzhou, di fronte al tempio del suo probabile mecenate, uno shopping mall.

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RMBCity, l’opera di Cao Fei su Second Life

Il reportage del mio viaggio a RMBCity, città creata su Second Life dall’artista cinese Cao Fei, pubblicato a pagina 97 di “Diario” di maggio 2009.

Welcome in Second Life. Logging in… Connecting to Region… Loading… Segue un tonfo nell’acqua. Con il mio avatar mi alzo in volo e mi accorgo che sono atterrata in una grande piscina che ricorda terribilmente piazza Tiananmen. Anzi, è piazza Tiananmen. Lo prova la Porta della Pace Celeste, spogliata della famosa effigie di Mao, che si erge dritta davanti a me. Alle mie spalle ecco una scala mobile. Ci salgo, i colori dell’alba illuminano il Monumento agli Eroi del Popolo che si fa sempre più vicino. Alzo lo sguardo. Sulla sua sommità sta appoggiata in bilico un’enorme ruota di bicicletta che fa venire in mente il tradizionale mezzo di trasporto dei pechinesi, ma anche la ruota panoramica da guinnes dei primati – 208 metri, 1920 posti a sedere – che presto verrà inaugurata nella capitale.
Mi trovo a RMB City, la città allegoria della metropoli cinese contemporanea creata su Second Life da Cao Fei, nome emergente della scena artistica del Celeste Impero.
La politica di riforma e apertura economica varata da Deng Xiaoping alla fine degli anni ‘70 e la conseguente vertiginosa ascesa mondiale del mercato cinese hanno provocato in tempi brevissimi sconvolgimenti epocali in tutto il paese. Cao Fei, classe ‘78, è nata e cresciuta a Canton, cuore nevralgico di una zona rurale, il delta del Fiume delle Perle, diventata in poco più di vent’anni il maggiore centro di produzione manifatturiera nonché la regione traino dell’economia della Cina. Come i suoi coetanei, ha toccato con mano gli effetti della modernizzazione selvaggia e fin da piccola ha subìto il condizionamento degli influssi pop stranieri (cartoons giapponesi, pubblicità occidentali). Ha visto da vicino la sua città e altre aree del paese cambiare fisionomia, rinnovarsi, snaturarsi, mescolarsi al resto del mondo. Fa quindi parte di quella che lei stessa ama definire la between generation, ovvero la generazione cresciuta in una cultura ricca di contraddizioni, sospesa tra passato maoista e futuro capitalista. A partire dall’opera Cosplayers del 2004, una serie di surreali ritratti di ragazzi travestiti da manga in posa davanti a sfondi metropolitani, si è occupata di indagare lo straniamento che la rapida metamorfosi della cultura urbana ha prodotto nei giovani cinesi. Un’alienazione che si esaspera fino a diventare fuga: dal reale nel virtuale. Dal 2006 Cao Fei ha elevato il mondo di SL a territorio di ricerca artistica. Ne sono nati il documentario iMirror, riflessione sulla dicotomia reale-virtuale, presentato alla 52ª Biennale di Venezia, e il progetto di RMB City, ovvero la creazione di una città utopica dove poter congelare, e quindi fissare, lo spasmodico inseguimento della modernità avvenuto in Cina.
“Il nome RMB City deriva da renminbi, la valuta cinese che letteralmente significa moneta del popolo”, mi spiega China Tracy, l’avatar alter-ego di Cao Fei che incontro accanto al mercato della frutta di RMB City. “È quindi da un lato la Città del Popolo, ovvero una comunità aperta a tutti, dall’altro una città che si regge sull’economia. Non solo, è anche un luogo da ricordare (Re-Mem-Ber), poiché è formata da simboli in cui riconoscersi”.
Mi avvolge ora una sottile nuvola di fumo nero. Esce da un’alta ciminiera che, assieme alla riproduzione dell’Oriental Pearl Tower di Shanghai, domina l’isola su cui sorge RMB City. Noto il fiume, su cui fluttua una bottiglia gigante di Erguotou, il marchio di grappa più diffuso in Cina. Seguo il corso dell’acqua. Sorvolo prima la Diga del Popolo, chiaro rimando a quella delle Tre Gole, poi uno stagno, costituito da un imponente water nel quale un pesce rosso non smette di guizzare, e infine il porto della città, dove continuo è il via vai dei container. In lontananza scorgo dei palazzi, decido di scendere a terra. Passeggio tra le villette di un quartiere: è il villaggio Huaxi della provincia del Jiangsu, sintesi riuscita tra collettivismo socialista e capitalismo moderno; mi perdo a contare i panni stesi penzolanti dalle finestre di edifici uguali ai condomini popolari di Shanghai, faccio una corsa sulla pista dello Stadio del Popolo, simile al National Stadium di Beijing 2008. Sopra di me galleggiano nell’aria un aerostato a forma di panda e il palazzo progettato dagli architetti Rem Koolhaas e Ole Scheeren, futura sede della Tv nazionale cinese, appeso come un burattino ad una mastodontica gru gialla. All’orizzonte, distinguo l’Isola dello Shopping: un enorme carrello della spesa con dentro un Buddha dorato e tre grattacieli. Esploro la costa. Passo sopra a scarichi che rilasciano rifiuti tossici in mare, a cantieri, a tralicci dell’alta tensione, a spiagge, a risaie e mi accorgo che la vasca di piazza Tiananmen è sorretta da colossali colonne che poggiano sui cingoli di un carro armato. Intorno a me, silenzio: RMB City è una Cina che non brulica di corpi. Incontro pochi avatar. Alcuni sono stranieri. Uno mi dice di essere cinese. Frequenta SL per migliorare l’inglese. Mi parla di politica, dice di essere critico nei confronti del suo governo, ma ci tiene a farmi sapere che sostiene le ragioni della Cina nelle controversie tibetane.
RMB City, come recita il suo manifesto, è «una città fatta solo di eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze e controsensi», citazione esplicita del Marco Polo delle Città Invisibili di Calvino. È uno specchio virtuale che, nonostante rifletta solo parzialmente ciò che sono diventate le città cinesi reali, funge da memoria e da inconscio collettivo. Senza darne l’immagine completa, racconta le contraddizioni del presente; senza richiamarne fedelmente le reminescenze (impossibile non notare l’assenza della Grande Muraglia e dell’esercito di terracotta), allude al passato. È, infine, intuizione del futuro. Un futuro che però rimane velato di malinconia e assomiglia al missile spaziale su cui faccio salire il mio avatar alla fine della peregrinazione in SL: puntato verso il cielo, pronto a decollare verso una meta sconosciuta, per un viaggio di sola andata.